Tracce

Nuove manovre di pace

Foto Ansa/Sir
03 Mar 2025

di Emanuele Carrieri

Una piazzata, una vastasata in diretta televisiva mondiale. Una scena mai vista prima, che dà la misura delle difficoltà e dei rischi in cui è precipitato il mondo dopo l’avvento di Trump alla guida degli Stati Uniti. Non solo. Pone l’Europa di fronte alle sue responsabilità: prima di ogni altra, quella di aver gestito la crisi, ai suoi confini orientali, senza la capacità di privilegiare la politica e le arti della diplomazia alla escalation incominciata con l’aggressione della Russia di Putin che ha infranto ogni legge internazionale. Che il colloquio fra Trump, il suo più che zelante vice Vance – che talvolta dà l’impressione di giocare una partita in proprio – e Zelensky sarebbe stato aspro lo si era capito già alla vigilia, quando era cominciata l’altalena di indiscrezioni non solo sui particolari del cosiddetto trattato sulle terre rare, ma anche proprio sulla sua natura. Una “estorsione” lo aveva definito il New York Times: una definizione del tutto appropriata. Anche se la proposta di trattato era stata ripulita di tante delle clausole più indecenti, era evidente che l’amministrazione Trump non aveva la minima intenzione di compensare, con il mantenimento di un qualsiasi impegno per la sicurezza di Kiev, i vantaggi che gli Stati Uniti avrebbero strappato dalle materie prime del sottosuolo ucraino, di cui si sarebbero impadroniti a titolo di restituzione delle spese sostenute, in passato, per la difesa dell’Ucraina. L’argomento adoperato per rifiutare qualsiasi impegno è che la sola presenza di interessi economici e finanziari statunitensi dissuaderebbe chiunque dall’aggredire il paese. Nuova, ulteriore prova della mentalità da traffichino, faccendiere e intrallazzatore con cui Trump considera gli affari internazionali. Si può solo immaginare quanto il presidente ucraino fosse già maldisposto quando, scendendo dalla macchina davanti all’ingresso della Casa Bianca, si è scontrato con la prima insolenza di Trump, il quale ha avuto da ridire sulla sua mise sobria, indossata da Zelensky fin dall’inizio della guerra, come una forma di lutto senza fine. Poi, nello Studio Ovale, lo scontro verbale davanti a giornalisti e telecamere, che trasmettevano in diretta in numerosi paesi del mondo. Chi l’ha visto avrà avuto la sensazione di trovarsi al cospetto di un evento senza precedenti nella storia delle relazioni internazionali fin dal primo attacco, che è venuto da Vance che ha apostrofato Zelensky accusandolo di essere irrispettoso con gli interlocutori e, perfino, con il luogo in cui si trovavano. “Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa!” disse fra’ Cristoforo a don Rodrigo, nei Promessi Sposi. Poi, è stato un crescendo che può essere sintetizzato da una sola, sprezzante frase di Trump a Zelensky: non hai le carte per poter contare qualcosa. Pesa, incarta e porta a casa. E ritorna – aggiungerà più tardi sul social che si è fatto da solo – soltanto quando sarai pronto per firmare la pace. La mia, ovviamente, che farò con Putin: non c’era scritto ma è come se lo fosse. Nel frattempo, Zelensky era tornato alla macchina senza che nessuno, a parte una anonima funzionaria, lo congedasse – “Verrà un giorno …” disse fra’ Cristoforo, andandosene – per farsi portare a un incontro con gli ucraini che risiedono a Washington. Adesso, che cosa accadrà? L’impressione è che l’agguato (altra definizione adeguata!) non abbia colpito solo Zelensky, ma abbia complicato la strada verso l’accordo con Mosca che Trump stava compiendo per far diventar vera – sia pure con alcuni mesi di ritardo sullo scadenzario della Storia – la sua promessa reclamistica di far cessare la guerra in una settimana. Tenendogli testa, Zelensky ha mostrato quanto meno che, intanto nel summit fra Russia e Stati Uniti cui tanto Trump che Putin si stanno preparando sotto gli occhi del mondo, non si potrà fingere che gli ucraini non contino nulla e che i loro diritti siano assenti, come le carte che, allo Studio Ovale, ai due americani parevano invisibili. Ora la parola passa agli europei. Proprio in queste ore, su impulso del premier britannico Starmer, a Londra è riunito il vertice che Macron aveva già convocato qualche giorno fa a Parigi. Contemplato con l’allarme dello scontro al calor bianco di Trump che di sicurezza, cioè armi, coperture satellitari e militari americani in Ucraina non ci sarà nemmeno l’ombra, la discussione è sul merito dell’impegno europeo. I capitoli in discussione sono sempre i due di Parigi. Uno più immediato: inviare in missione di peacekeeping truppe dei paesi NATO, con l’esonero del famoso articolo 5 del Trattato (“ogni attacco contro le forze di un paese fa entrare tutti i paesi in guerra”) come reclama Trump? Considerato che appare sempre più difficile che i russi approvino un accordo che preveda soldati NATO in Ucraina, cioè l’abbaiare alle porte della Russia che ha contribuito a scatenare l’attacco, dovrebbe farsi strada l’ipotesi di una insegna ONU sulla missione. Alla quale si deciderebbe di invitare a partecipare paesi che con la NATO non c’entrano. Si parla di Brasile, India, Sudafrica e persino di Cina, perché sarebbe un modo di coinvolgerla in una missione di pace che dovrebbe tenere a bada pure i russi. L’altro capitolo è quello della difesa europea. È una discussione difficile perché non potrà che riguardare l’esistenza della NATO nel momento in cui Trump si sta tanto sganciando dall’Europa a colpi di dazi e sparate suprematiste, e, poi, perché non è chiaro che ruolo dovrebbero esercitare gli organismi dell’Unione Europea. L’auspicio è che, oggi, domenica due marzo, i leader riuniti a Londra siano capaci di ricominciare a fare politica e a edificare un sistema di sicurezza basato sul dialogo e sull’intesa e non sulla paura. Si può ancora sperare.

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