Ecclesia

Università Cattolica, laboratorio di speranza

Una nota della rettrice, prof.ssa Elena Beccalli, per i 101 anni di storia della Giornata dedicata all’ateneo del Sacro Cuore

16 Apr 2025

di Elena Beccalli

L’università come laboratorio di speranza è una sollecitazione cara a papa Francesco e che in questo anno giubilare abbiamo messo al cuore della 101ª Giornata universitaria. Un’espressione usata per la prima volta proprio in Università Cattolica del Sacro Cuore nel 2021 in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico del centenario del nostro ateneo: l’università è «una comunità aperta al mondo senza paure. Questo è speranza». Un’idea che il Santo padre ha riproposto a Budapest nel 2023 quando ha augurato a ogni università di essere appunto «un laboratorio di speranza».

Tre le dimensioni che consentono al nostro ateneo di essere un laboratorio di speranza. La prima è il sapersi continuamente interrogare sulle questioni radicali. Ciò richiede la forza di formulare domande di senso che guardino al futuro, senza limitarsi a dare risposte ai temi di ieri, e la capacità di confrontarsi con i paradigmi dominanti per proporre una visione nuova. La seconda sta nel valorizzare il dialogo interdisciplinare per evitare le pericolose parcellizzazioni del sapere. Un dialogo che si manifesta sia nella progettazione di percorsi di studio che favoriscano l’ibridazione di conoscenze e competenze, sia nelle attività di ricerca sui grandi temi del nostro tempo. La terza dimensione consiste nel vivere l’università come una “comunità educante” attenta al mondo e connessa con le realtà del mondo cattolico.

Solo mantenendo vive queste tre dimensioni, il nostro ateneo preserverà la sua stessa identità che, se valorizzata, ne aumenta le intrinseche potenzialità e ne mantiene alta la riconoscibilità. In tal modo potrà essere un bacino naturale a cui possano attingere la società civile, le istituzioni, il mondo del lavoro e non da ultimo la Chiesa italiana e universale. La stessa Ex Corde Ecclesiae (n. 1) riconosce le università cattoliche come «centro incomparabile di creatività e irradiazione del sapere per il bene dell’umanità». Del resto, il nostro ateneo è sin dalle origini un luogo di dialogo per il bene comune e tale deve essere in futuro.

Guardando al domani, due questioni centrali riguardano i protagonisti della vita universitaria, ossia le studentesse e gli studenti. La prima attiene al loro ruolo: siamo convinti che non siano utenti ai quali offrire un servizio, come una consolidata tendenza ci indurrebbe a fare, quanto piuttosto persone animate dalla speranza di vivere un’esperienza educativa che valorizzi le loro intelligenze multiple, ossia i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani spesso evocati da papa Francesco. La seconda questione riguarda il loro futuro: riteniamo che le università debbano preparare le classi dirigenti e le nuove generazioni nella consapevolezza che la professionalizzazione non è in sé sufficiente e, soprattutto, che non è il solo fine da indicare come orizzonte del percorso universitario.

Ampliando lo sguardo, credo siano evidenti i segnali che ci inducono a credere che il destino del secolo che stiamo vivendo dipenderà dal ruolo che sapremo riservare all’educazione. Essa può rappresentare il motore propulsivo per l’elaborazione di seri percorsi di pace, per la riduzione delle diseguaglianze tra le diverse regioni del pianeta e per la formazione di donne e uomini orientati al perseguimento del bene comune.

Siamo consapevoli di avere una missione importante. Nella Bolla di indizione del Giubileo Spes non confundit, papa Francesco ci ha ricordato che molti giovani vedono spesso crollare i loro sogni quando percepiscono il futuro come incerto e imprevedibile e quindi vivono il presente nella malinconia e nella noia. Ci sentiamo chiamati direttamente in causa perché il nostro compito è soprattutto quello di educare i giovani e quindi offrire loro dei segni di speranza. Quale migliore segno di speranza se non l’educazione?

I segni di speranza che offriamo sono ben concreti. Desidero condividere con voi qualche dato. Attualmente i corsi di laurea che offriamo sono 107 dislocati in cinque campus – Milano, Roma, Brescia, Piacenza e Cremona. Nell’anno accademico in corso, gli iscritti sono circa 47.000. Con i fondi raccolti in occasione della Giornata universitaria dello scorso anno, abbiamo offerto 368 borse di studio a studentesse e studenti meritevoli. Un bilancio già significativo che, allo stesso tempo, ci motiva a migliorare l’offerta formativa, i piani di ricerca, la presenza sul territorio. Scrutare e interpretare le cose nuove rimane l’obiettivo primario.

Al cuore di questo anno accademico abbiamo posto il Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con l’indirizzo di apertura al mondo dell’ateneo, che pone al centro delle progettualità educative, di ricerca e di terza missione il continente africano. La nostra grande aspirazione è diventare l’Università europea con la più rilevante presenza in Africa, nell’ottica di un arricchimento vicendevole, per la formazione integrale delle persone e la promozione della pace.

C’è un aspetto unico in ogni Giornata per l’Università Cattolica che non smette mai di sorprendere. Mi riferisco al fatto che le vostre donazioni giungono da tutta Italia, dal più piccolo comune alla grande città popolata da milioni di persone. Si tratta di uno slancio di generosità reso possibile grazie al sistema capillare del cattolicesimo italiano. È una forza di cui siamo ben consapevoli e che naturalmente vogliamo contribuire a preservare, perché l’alleanza tra la nostra Università, le parrocchie, le associazioni e i movimenti è preziosa e feconda.

Dunque, per rendere l’Università Cattolica del Sacro Cuore come un laboratorio di speranza, conosciuto e riconosciuto a livello nazionale e internazionale, abbiamo bisogno dell’aiuto di ciascuno. Da parte nostra, vi garantiamo l’impegno a educare donne e uomini di valore, consapevoli del loro ruolo nel mondo, quindi responsabili. Il nostro ateneo è un luogo in cui tutti diventano il nostro prossimo e parte del nostro domani, forgiando così una peculiare forma di altruismo ancorata alle solide radici impresse nel nostro stesso nome. Radici che ci riportano al centro intimo dell’uomo, cioè il cuore. Un passaggio dell’enciclica Dilexit nos (n. 11) descrive bene l’essenza della dedicazione al Sacro Cuore voluta tenacemente da Armida Barelli: «Quando non viene apprezzato lo specifico del cuore, perdiamo le risposte che l’intelligenza da sola non può dare, perdiamo l’incontro con gli altri, perdiamo la poesia. E perdiamo la storia e le nostre storie, perché la vera avventura personale è quella che si costruisce a partire dal cuore. Alla fine della vita conterà solo questo».

*rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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