Tracce

Mai più Srebrenica? E Gaza?

Foto Ansa/Avvenire
14 Lug 2025

di Emanuele Carrieri

Ogni anno l’11 luglio i corpi dei morti estratti dalle fosse comuni e identificati sono sepolti nel cimitero di Potocari, pochi chilometri a nord di Srebrenica. È una commemorazione importante, a cui partecipano i familiari delle persone uccise, insieme a tantissima altra gente. L’eccidio del luglio del ’95 – oltre ottomila musulmani bosniaci trucidati – non è una cicatrice: è una ferita aperta, è una lesione profonda, ancora adesso, dopo trenta anni, sanguinante. Ma che cosa era Srebrenica prima del massacro? Una sacca fuori controllo, ingrossata all’inverosimile da disperazione e resistenza, nelle spinose vicende della pulizia etnica lungo il fronte bosniaco. Un territorio isolato, un’area circondata, una enclave musulmana sacrificata perché fuori dalla logica di spartizione territoriale degli accordi di pace. Srebrenica fu abbandonata da tutti, proprio tutti, inclusa l’ONU, che nel 1993, con una risoluzione, aveva dichiarato “Srebrenica zona protetta”. Fu una pagina spaventosa della storia degli ultimi secoli perché la guerra in Bosnia ed Erzegovina ebbe il suo corso, anzi il suo sporco gioco, sugli aiuti umanitari: i serbo-bosniaci partirono con il favore delle armi, portando i musulmani sull’orlo della fame e manipolando gli aiuti allo scopo di fare, così, spostare la popolazione. La maggior parte degli assedi, Sarajevo compresa, mirava all’erogazione dell’acqua, al pane e al mercato nero. I protagonisti erano i cecchini – come dimenticare a questo proposito il tristemente famoso viale dei cecchini di Sarajevo – e i mortai. Proprio come oggi: ridurre alla fame e terrorizzare per poi trasferire in altro luogo. La sorte fu tragica per chi fuggì e per chi si illuse di poter essere protetto dall’ONU: in almeno tre occasioni le truppe serbe bombardarono la colonna in marcia, arrestarono migliaia di maschi fra i 16 e i 65 anni, i prigionieri furono detenuti in strutture provvisorie e poi liquidati. Alla base ONU di Potocari – poi diventata memoriale e cimitero per quei martiri – il generale olandese Thom Karremans, capo del contingente di caschi blu di protezione dell’enclave, fu costretto a negoziare l’evacuazione di civili da dentro e davanti la sua base con quel criminale di guerra di Ratko Mladic, ben determinato a umiliarlo con tanto di riprese televisive. Srebrenica è stata una tragedia per le Nazioni Unite, la cui credibilità è stata seriamente compromessa. È morta su quei monti l’idea che si possano allestire operazioni di mantenimento della pace là dove una pace da mantenere non c’è, sperando che i belligeranti rispettino le truppe dell’ONU semplicemente per le insegne che portano. Dopo ben ventinove anni, il 23 maggio del 2024, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato l’11 luglio Giornata Internazionale di Riflessione e Commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995. Trenta anni dopo, in Serbia, regna un clima tutt’altro che commemorativo: per la leadership serba tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso vari crimini, e tutti e nessuno sono responsabili. Una posizione vicina a quella sostenuta dopo la guerra da un altro criminale di guerra, l’ex presidente della Repubblica Slobodan Milosevic. E poi ci sono paesi che sostengono che non si debba parlare di singolo atto di genocidio e fra questi c’è Israele. La linea è ridurre l’accaduto alla nozione di crimini di guerra adoperando slealmente l’attenuante della separazione di donne e di minori, prima delle esecuzioni di massa. Forse l’unicità della Shoah non ammette pluralità oppure attacchi al primato: il timore è che la gravità del crimine ne risulti sminuita. O, forse, c’è il timore che la risonanza della violenza sui civili possa dare vigore a dei precedenti. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia e il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, hanno infatti chiamato genocidio un massacro che è stato attuato mentre la comunità internazionale era impegnata a intervenire nel più ampio contesto della guerra in Bosnia, vale a dire che ci può essere un genocidio in un luogo, all’ombra di un più ampio contesto bellico. Da mesi ormai il ministro della Difesa israeliano Israel Katz dichiara che gli abitanti di Gaza dovrebbero poter andarsene se lo desiderano e che il governo di Netanyahu è pronto a collaborare con gli Usa per trovare paesi disponibili a offrire ai palestinesi un avvenire, garantendo loro libertà di scelta. Si può definire scelta? Andarsene o morire di stenti in un grande campo di concentramento fra le macerie? Gli storici della nostra epoca sostengono che non si può guardare al Ventesimo secolo senza collocare la Shoah al centro del divenire storico: sicuro, ma è anche vero che va guardata la trasformazione radicale che tale memoria ha subito, diventando arma per sostenere – alle volte in modo sproporzionato e spesso in modo incondizionato – l’azione di Israele, quasi fosse una prova attitudinale per essere accolti fra le forze politiche sedicenti “democratiche e rispettabili” e per non finire nell’elenco delle “canaglie”. È chiaro che ci sono in gioco dei rapporti di forza e di dipendenza militare e anche tecnologica, in uno scenario mondiale che ripropone delle contrapposizioni per blocchi geopolitici. L’attacco in corso contro la relatrice dell’ONU, Francesca Albanese, può essere letto come il preannuncio di un mondo spudoratamente senza regole, senza norme, in cui alcuni stati rivendicando il diritto di commettere crimini senza doverne rendere conto, rispondere, spiegare, giustificare, motivare. E per di più non si sentono in alcun modo limitati. Il massacro di luglio del ’95 non rimase impunito: tredici imputati furono condannati a pene pesantissime. Sfuggì soltanto Milosevic, chiamato da Dio a ben altro giudizio. Da trenta anni, il mondo convive con questa ferita aperta, con questa lesione profonda, che non finisce mai di sanguinare, alimentata dalle “riflessioni” di un dibattito pubblico strumentale.

Leggi anche
Editoriale

La donna, il serpente e il sospetto: una nuova caccia alle streghe nell’era dell’indignazione

Può una domanda diventare una negazione? Può una precisazione esegetica essere trasformata in una dichiarazione contro la fede? E può accadere che una riflessione dedicata alla donna finisca per sottoporre a giudizio proprio la donna che l’ha formulata? È quanto sembra essere avvenuto intorno all’articolo Il serpente, la donna e il frutto. E Satana?, pubblicato […]

Quello scontro sulla grazia

In ogni Stato di diritto, in qualsiasi Stato di diritto, vige un confine insuperabile, che non dovrebbe mai essere oltrepassato: è quello che fa da palizzata fra il diritto e la convenienza politica. Tuttavia, nel dibattito sulla inconcepibile concessione della grazia a Mario Roggero, – il gioielliere di 72 anni di Grinzane Cavour (in provincia […]

Soldi, armi e cortesie

Al vertice della Nato di Ankara, Trump è passato, in men che non si dica, dalla tragedia della ripresa della guerra contro l’Iran, degli insulti agli alleati e della minaccia alla Spagna di rompere subito ogni relazione commerciale, all’idillio del siamo tutti d’accordo su tutto e dell’amore ostentato alla fine dei lavori. L’altalena dei suoi […]
Hic et Nunc

Al Museo un mostra sui “Giochi”: dall'Atleta di Taranto a Iacovone

“L’arte della vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo” è il titolo della mostra che celebra l’atletismo ma anche la virtù dello sport come elemento di costruzione di pace, cooperazione e dialogo. Presentata dalla direttrice Stella Falzone, la mostra 25 luglio al 10 gennaio 2027, celebra i Giochi del Mediterraneo, a poche settimane, tra l’altro, dal […]

Autonomia: il governo ci riprova ma accentra la gestione di porti. Con gravi rischi

Fra poco meno di un mese avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, ma tra circa un mese e mezzo i Giochi termineranno e l’entusiasmo per un evento la cui portata sarà dimostrata dai fatti, lascerà il posto alla realtà del “dopo”. Qualche impianto sportivo nuovo, di cui la città aveva uno “storico” bisogno, non potrà […]

San Lorenzo da Brindisi, un pieno di energia d’amore

Martedì 21 luglio, memoria di san Lorenzo da Brindisi, nell’eucarestia presieduta dal ministro provinciale dei frati cappuccini di Puglia, fra Ruggiero Doronzo, è stata evidenziata l’organizzazione mentale del santo frate, formatasi attraverso lo studio capillare della Glossa ordinaria, un commentario biblico composto di rimandi.  Una rete di collegamenti biblici che, grazie anche alle sue capacità […]
Media
25 Lug 2026