Meglio che tu per ora non sappia niente

08 Set 2025

di Emanuele Carrieri

Quando quel piccolo angioletto biondo e con gli occhi celesti più del cielo è arrivato davanti alla scrivania, si è fermato di colpo e il suo sorriso, contagioso, effervescente, inarrestabile, si è smorzato all’improvviso. “Che hai?” ha chiesto con una espressione turbata. “Non ho niente, Dalila, stai tranquilla! Va tutto bene!”. L’unica e la sola risposta possibile a una bambina di quasi quattro anni che è un vero e proprio vulcano dal quale prorompe una vitalità senza fine. Non le si possono raccontare le ultime bravate messe in atto dall’amministrazione Trump. La prima risale a parecchi giorni fa e riguarda il voto di inizio novembre per il sindaco di New York: è sicuro che, stando ai sondaggi, i giochi sono fatti. Il democratico socialista Zoran Mamdani, che ha vinto le elezioni primarie, è già in pole position, davanti all’ex governatore dem Andrew Cuomo, che è presente come indipendente, al repubblicano Curtis Sliwa, al sindaco in carica il dem Eric Adams. È chiaro a chiunque che la presenza sulla scheda di tutti questi candidati, i cui voti sommati sorpasserebbero quelli che avrà Mamdani, garantisce la vittoria a quest’ultimo. Ciò è lampante anche al presidente Trump, che sta attivamente operando per far perdere quello che ha definito due mesi fa “comunista malato di mente”. Dopo che l’indipendente e moderato Jim Walden, martedì della settimana scorsa, era stato il primo candidato a lasciare la competizione invitando i suoi fan a votare per Cuomo, e a scongiurare gli altri candidati a seguire il suo esempio, è sceso in campo Trump. E non solo a parole. I suoi rappresentanti hanno promesso a Adams e Sliwa due posti nella amministrazione Trump, come premio di consolazione se danno il loro appoggio a Cuomo allo scopo di sconfiggere Mamdani. Per Adams, voci di corridoio specificano che gli sarebbe stata offerta una carica da ambasciatore. Dovesse il sindaco Adams accettare di abbandonare la competizione, cosa che fino a ora lui stesso ha escluso, solo Sliwa resterebbe in corsa ostacolando Cuomo. Ma il repubblicano, che ha corso e perso in precedenti occasioni, non ha chance di vittoria. Trump, anche se Sliwa appartiene al partito repubblicano, non ha alcun mezzo per estrometterlo dalla corsa. Trump può solo cercare di convincerlo con le buone, ossia con un baratto, offrendogli un posto, come sta già cercando di fare con Adams. La seconda bravata dell’amministrazione Trump è, più o meno, contemporanea. Lo scorso 29 agosto, il segretario di stato Rubio ha revocato i visti al presidente palestinese Abu Mazen e a ottanta delegati palestinesi, impedendo loro di prendere parte ai lavori della sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista dal 4 al 23 settembre a New York. È un film di archivio: fu nel novembre 1988, in piena prima intifada, l’intifada delle pietre, che Reagan negò il visto a Yasser Arafat, sollecitato a prendere la parola all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York. La motivazione ufficiale fu la connessione di Arafat con il terrorismo internazionale per mezzo della Organizzazione per la liberazione della Palestina, considerata dagli Stati Uniti una organizzazione terroristica. Dietro le quinte, le pressioni politiche furono intense: Israele e le lobby favorevoli a Israele negli USA non volevano che Arafat avesse accesso a una piattaforma internazionale di vera e propria legittimazione. L’obiettivo era impedire qualunque passo verso uno Stato palestinese. La decisione fu così controversa che, in una mossa senza precedenti, l’ONU spostò la intera sessione a Ginevra, permettendo perciò al leader palestinese di pronunciare il suo discorso. L’episodio del novembre 1988 mise in evidenza la utilizzazione dei visti come armi politiche e la capacità dell’ONU, in casi eccezionali, di assicurare il diritto di tutti i popoli a trovare ascolto. In questo recente caso, la motivazione ufficiale comporta preoccupazioni per la sicurezza nazionale e presunti legami con il terrorismo. Il Dipartimento di Stato ha addirittura citato il rifiuto dell’Autorità palestinese di riconoscere la leadership statunitense nel negoziato come ostacolo alla pace. La nota del Dipartimento di Stato appare formale e diplomatica, ma in controluce contiene un’imposizione oppressiva: significa che fino a quando l’Autorità palestinese continuerà a intraprendere iniziative indipendenti – dagli appelli alla Corte penale internazionale dell’Aia allo scopo di difendersi dalla occupazione, dalla colonizzazione e dal latrocinio di terre, fino ai tentativi di ottenere riconoscimenti unilaterali – la sua voce internazionale resterà sospesa. È un vero meccanismo di controllo che ricorda le dinamiche di protezione condizionata tipiche delle logiche dei clan della criminalità organizzata. Certo, la revoca dei visti ha acceso reazioni internazionali, con l’Unione Europea e le Nazioni Unite che hanno espresso preoccupazione, sottolineando l’obbligo degli Stati Uniti, come paese ospitante, di garantire l’accesso alle sedi delle Nazioni Unite. E nonostante ciò, nessun provvedimento effettivo è stato intrapreso. Proprio come nel 1988, la diplomazia americana si allinea agli interessi d’Israele. Con una differenza sostanziale: mentre allora il potere delle lobby era sotterraneo, ora è alla luce del sole, intreccia diplomazia con economia e con ideologia. In questo quadro, la scelta americana è l’ennesima conferma di come la politica estera statunitense sia stata pian piano subordinata a poteri transnazionali, concedendo a Israele la libertà di perseguire politiche militari e territoriali man mano sempre più violente, in violazione del diritto internazionale e umanitario, senza timori di restrizioni o conseguenze. In questo deserto, il prezzo più alto lo paga il popolo palestinese, adesso sul ciglio di una nuova soluzione finale. Scusa, Dalila, ma non potevo proprio parlarti di queste cose. Non era proprio possibile.

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