Angelus

Croce, strumento di vita

ph Vatican media-Sir
15 Set 2025

di Fabio Zavattaro

Nel giorno in cui festeggia il settantesimo compleanno, ricevendo auguri da tutto il mondo – “rendo grazie al Signore e ai miei genitori e ringrazio quanti hanno avuto un ricordo nella preghiera” – papa Leone XIV, nel pomeriggio di domenica, è in San Paolo fuori le mura per presiedere la Commemorazione dei martiri e dei testimoni del XXXI secolo, assieme ai rappresentanti delle altre chiese e comunioni cristiane: la loro testimonianza, afferma il Papa, è “speranza piena d’immortalità perché il loro martirio continua a diffondere il Vangelo in un mondo segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra”. Evento ecumenico che si inserisce nel cammino dell’anno giubilare, così come avvenne con Giovanni Paolo II nel tempo del Giubileo del duemila.

La mattina è angelus in piazza San Pietro, riflessione sulla festa dell’Esaltazione della Santa Croce, memoria del ritrovamento, da parte di Sant’Elena a Gerusalemme, del legno della Croce che diventa per il credente uno strumento non di morte ma di vita. Per comprendere cosa significa celebrare questa festa, il vescovo di Roma riflette sul brano del Vangelo di Giovanni, ovvero il racconto della visita notturna a Gesù del capo dei Giudei, Nicodemo. Questi, afferma Leone XIV, “cerca Dio e chiede aiuto al Maestro di Nazaret, perché in lui riconosce un profeta, un uomo che compie segni straordinari”. Gesù non solo lo accoglie ma gli rivela che “il figlio dell’uomo dev’essere innalzato, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Parole che Nicodemo comprenderà il Venerdì Santo, ovvero capirà che “Dio, per redimere gli uomini, si è fatto uomo ed è morto sulla croce”.

Papa Francesco, celebrando a Santa Marta il 14 settembre 2018, disse che “la croce ci insegna che nella vita c’è il fallimento e la vittoria. Dobbiamo essere capaci di tollerare le sconfitte, di portarle con pazienza, anche dei nostri peccati perché Lui ha pagato per noi”.

Bella, in proposito la riflessione che don Tonino Bello proponeva in un’omelia del tempo di Quaresima. Avendo trovato nel duomo vecchio di Molfetta un crocifisso di terracotta appoggiato, in attesa di sistemazione, su una parete della sagrestia, con un foglio in cui era scritto collocazione provvisoria, così raccontò il fatto: “penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo […] Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre ‘collocazione provvisoria’. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce: ‘da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra’. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio”.

Dio ci ha salvati, afferma papa Leone, “mostrandosi a noi, offrendosi come nostro compagno, maestro, medico, amico, fino a farsi per noi «pane spezzato nell’eucaristia»”; e lo ha fatto servendosi “di uno degli strumenti di morte più crudeli che l’uomo abbia mai inventato: la croce”. Si celebra l’esaltazione della Croce perché Gesù “abbracciandola per la nostra salvezza, l’ha trasformata da mezzo di morte a strumento di vita”.

Dopo la recita della preghiera mariana, Leone XIV ha ricordato il 60mo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, “intuizione profetica” di papa Montini: “auspico che questa ricorrenza susciti un rinnovato impegno per l’unità, per la sinodalità e per la missione della Chiesa”. Paolo VI vedeva nel Sinodo un momento in cui i vescovi potessero ancora di più e meglio esercitare la comunione con il successore di Pietro. Sarà poi Benedetto XVI che in occasione del Sinodo dei vescovi sull’eucaristia, svoltosi in Vaticano nell’ottobre del 2005, interpretando nel suo stile l’intuizione montiniana, ha voluto che ci fosse “in conclusione dei lavori di ogni giorno lo spazio per un libero confronto tra i vescovi, con interventi e reazioni spontanee, senza previa stesura del testo”, come ricorda padre Enzo Bianchi nel libro La differenza cristiana. Ma volle anche che le proposizioni finali, cioè le proposte emerse dal confronto sinodale e destinate a essere da lui riprese per l’elaborazione di una sua esortazione post sinodale, fossero rese pubbliche integralmente subito, offrendole così alla riflessione di tutti i cristiani. Maggiore apertura, dunque, perché, scrive sempre Enzo Bianchi, “non si ha paura di far conoscere la fatica, il confronto e anche la pluralità di posizioni che esiste nel corpo episcopale e, quindi, si invita anche la chiesa nel suo complesso ad approfondire, a ricercare, a dibattere i problemi emergenti”.

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