Angelus

La domenica del Papa – Fare strada insieme

ph Vatican media-Sir
27 Ott 2025

di Fabio Zavattaro

“Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme”. Leone XIV celebra in San Pietro il Giubileo delle Équipe sinodali e degli organismi di partecipazione e ricorda, con le parole di papa Francesco che essi “esprimono quanto accade nella chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma dell’amore”; nella comunità cristiana “il primato riguarda la vita spirituale”.

Omelia nel giorno in cui il Vangeli e le letture mettono l’accento sulla preghiera, e quella del povero, leggiamo nel Siracide, “attraversa le nubi e il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato”. Mai scoraggiarsi diceva Benedetto XVI commentando le parole del libro di Ben Sira, perché il grido del povero e dell’oppresso trova eco immediata nel Signore che interviene “per aprire una via di uscita, per restituire un futuro di libertà, un orizzonte di speranza”.

In primo piano, dunque, il tema della preghiera, tema caro all’evangelista Luca. Ma a ben guardare il testo e la parabola di Gesù – i due uomini, il pubblicano e il fariseo che insieme salgono al tempio per pregare – sono un riferimento esplicito alle scelte che siamo chiamati a compiere, e al modo del nostro pregare. Salgono insieme ricorda papa Leone, ma “sono divisi e tra loro non c’è nessuna comunicazione. Tutti e due fanno la stessa strada, ma il loro non è un camminare insieme; tutti e due si trovano nel Tempio, ma uno si prende il primo posto e l’altro rimane all’ultimo; tutti e due pregano il Padre, ma senza essere fratelli e senza condividere nulla”.

La preghiera del fariseo, spiega il vescovo di Roma, “apparentemente” è rivolta a Dio, ma in realtà “è soltanto uno specchio in cui egli guarda sé stesso, giustifica sé stesso, elogia sé stesso”; e cita sant’Agostino: “era salito per pregare; ma non volle pregare Dio, bensì lodare sé stesso”. Questo può succedere anche nella Comunità cristiana quando “l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne; quando la pretesa di essere migliori degli altri, come fa il fariseo col pubblicano, crea divisione e trasforma la Comunità in un luogo giudicante ed escludente; quando si fa leva sul proprio ruolo per esercitare il potere e occupare spazi”.

Il credente, invece, deve guardare al pubblicano che ha “il coraggio e l’umiltà”, afferma il Papa all’angelus, di presentarsi davanti a Dio: “non si chiude nel suo mondo, non si rassegna al male che ha fatto. Lascia i luoghi in cui è temuto, al sicuro, protetto dal potere che esercita sugli altri. Viene al Tempio da solo, senza scorta, anche a costo di affrontare sguardi duri e giudizi taglienti, e si mette davanti al Signore, in fondo, a testa bassa, pronunciando poche parole: o Dio, abbi pietà di me peccatore”. Messaggio potente afferma Leone XIV perché “non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a sé stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore”.

Con la stessa umiltà del pubblicano anche nella Chiesa dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, sapendo che “il Cristo appartiene a coloro che sentono umilmente, non a coloro che si innalzano al di sopra del gregge”.

E la preghiera, specialmente quella della recita comunitaria del Rosario, deve essere “incessante per la pace” afferma il Papa. Contemplando i misteri di Cristo con Maria “facciamo nostra la sofferenza e la speranza dei bambini, delle madri, dei padri, degli anziani vittime delle guerre… E da questa intercessione del cuore nascono tanti gesti di carità evangelica, di vicinanza concreta, di solidarietà… A tutti coloro che, ogni giorno, con fiduciosa perseveranza, portano avanti questo impegno, ripeto: beati gli operatori di pace”.

L’immagine della chiesa di Leone ha le parole di papa Francesco, una chiesa, cioè che “si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti”. Una chiesa sinodale, ministeriale, “attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo”. Una chiesa capace di “abitare con fiducia e con spirito nuovo le tensioni che attraversano la vita della Chiesa – tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione –, lasciando che lo Spirito le trasformi, perché non diventino contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose”.

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