Tracce

Putin detta e Trump scribacchia

Zelensky parla agli ucraini/Foto da TV
24 Nov 2025

di Emanuele Carrieri

L’operazione “Re Mida”, lo scandalo di corruzione che ha rivelato una rete di tangenti e di appalti pilotati nell’azienda di Stato che gestisce le centrali nucleari attive in Ucraina e che ha spinto due ministri alle dimissioni e uno stretto assistente di Zelensky a una partenza precipitosa per l’estero, ha reso evidente una realtà che – secondo quanto raccontato dalle rassegne stampa degli ultimi giorni – molti, nel Paese e altrove, conoscevano bene e da tempo. Nulla di nuovo sotto il sole forse, ma le dimensioni politiche della vicenda e la situazione estremamente precaria sul piano militare nel conflitto con la Russia hanno avuto un notevole effetto anche sulle opinioni pubbliche dei paesi europei. Tutto ciò ha costretto i governi ad affrettarsi a rimostrare il proprio sostegno alla Ucraina e, con questo, a risostenere, ancora una volta, Zelensky. Macron è andato pure più avanti e ha sottoscritto una lettera di intenti che impegna gli ucraini ad acquistare cento Dassault Rafale, gli aerei da caccia e da combattimento di fabbricazione francese, in dieci anni, oltre ad acquistare radar e armi di produzione francese, ma fino a questo momento nulla è filtrato circa l’aspetto economico di tali forniture di armamenti. Tuttavia quella delle leadership dei paesi europei appare essere una decisione scontata e inevitabile. D’altro canto, non è possibile far mancare il supporto, proprio nel momento in cui l’apparato ucraino ondeggia pericolosamente. E come non ricordare che, allo stesso modo, fra l’estate e l’autunno del 1991, le cancellerie europee cercavano in qualunque modo di spalleggiare Michail Gorbaciov, pur rendendosi conto che le sue basi di potere erano da tempo irrimediabilmente compromesse. Proprio come l’Unione Sovietica di quell’epoca, le roccaforti della resistenza ucraina alla aggressione russa manifestano cedimenti strutturali molto poco tranquillizzanti. Il reclutamento di uomini avviene con sempre aumentanti complessità, incrementate dalla decisione del governo di consentire a giovani di età compresa fra i diciotto e i ventidue anni di poter andarsene all’estero. Continui, inarrestabili bombardamenti russi su infrastrutture e installazioni energetiche, come centrali, gasdotti, condutture, reti di trasporto e distribuzione, espongono una parte di popolazione sempre più grande alle inclemenze della stagione fredda, proprio quando si è saputo che considerevoli risorse finanziarie destinate a riparare gli impianti danneggiati, andavano a finire nelle tasche di politici, di burocrati o di oligarchi corrotti. Nelle zone dei combattimenti, le nebbie autunnali che privano della vista i sensori dei droni non fanno altro che favorire le incursioni delle forze armate russe che penetrano più in profondità nel territorio nemico. In sintesi, il più che carente ricambio nelle forze armate impegnate nella linea di fuoco, le condizioni sfavorevoli riguardanti gli armamenti, oltre a una immensa fragilità economica e finanziaria e al malcontento interno, rendono la situazione per Zelensky sempre più delicata. “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” asserì Tito Livio, grande storico romano. Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. Dall’altra parte del mondo – ormai è un altro mondo – il Senato e la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti fanno a gara per chiedere con più forza garanzie di trasparenza nell’uso dei fondi americani e la promulgazione di riforme anticorruzione per continuare a fornire aiuti finanziari. Il tempo per certi versi dà l’impressione di dare ragione a Putin, che però non può vantare, per il momento, affermazioni decisive sul terreno, ma con nuove conquiste di città e villaggi nel Donbass e gli scandali a Kiev vede più vicino, forse, l’epilogo, la soluzione finale. In mancanza di uno schieramento compatto, di una posizione decisa, di una opinione strategica, di un orientamento mirato, di una condotta esplicita e logica da parte di tutti gli stati d’Europa – Ue e non, Nato e non – Trump ha rilanciato, ancora una volta, il ruolo degli States con un nuovo piano di pace, in ventotto punti, tuttora in elaborazione. E, ancora una volta, è il risultato di una riservata e segreta intesa fra Stati Uniti e Russia. O meglio, pare scritto proprio sotto dettatura di Putin. Le concessioni richieste a Zelensky riguarderebbero con precedenza la regione del Donbass da regalare a Mosca e inoltre la riduzione delle forze armate dell’Ucraina in cambio di incerte e vaghe garanzie che dovrebbero coinvolgere europei e americani. L’elemento politico che emerge da un tentativo di mediazione in divenire, e ancora non riconosciuto formalmente dal Cremlino, è la conferma della intenzione di escludere tutti gli stati d’Europa – Ue e non, Nato e non – e la stessa Ucraina, che nelle dichiarazioni di queste ore, suonano, al momento, impotenti nel reclamare un ruolo nel negoziato. Forse, per trovare una soluzione diplomatica al conflitto, occorre qualche strategia più energica, più forte e più decisa. Forse, bisognerebbe passare a un vero e proprio impiego dei capitali e dei patrimoni russi congelati dopo il 24 febbraio del 2022. Forse è il caso di prendere in seria considerazione la frase di Zelensky rivolta agli ucraini nel discorso alla nazione: “Sacrificare la nostra dignità o rischiare di perdere un partner.”. Quel partner che la sua dignità l’ha già smarrita il 6 gennaio del 2021, il giorno dell’attacco al Campidoglio, la sede ufficiale del Congresso degli Stati Uniti d’America. E non potrebbero restituirgliela nemmeno un miliardo di preferenze. Forse, questo è il momento giusto che gli stati d’Europa – Ue e non, Nato e non – si domandino a chi e a che cosa giova il loro continuare in quel sostanziale immobilismo diplomatico, in quella inefficienza politica. E che i politici europei capiscano che un esito infelice per l’Ucraina sarebbe un macigno sulle coscienze dei popoli europei. Come è già la Striscia di Gaza.

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