Intervista esclusiva

Il Principato di Taranto tra storia e identità ne parliamo col prorettore Francesco Somaini

28 Nov 2025

di Silvano Trevisani

“Giovanni Antonio Orsini del Balzo aspetti del suo Principato”, è il tema del IV Convegno su Principato di Taranto, organizzato dall’Associazione di cultura classica e dalla sezione tarantina della società Dante Alighieri, in corso si svolgimento, in questi giorni, in varie sedi cittadine. Numerosi e interessanti interventi stanno riportando alla luce l’importanza che il Principato ebbe tra i secoli XIV e XV. Sull’argomento abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Somaini, prorettore dell’Università del Salento e ordinario di Storia medievale.

Forse nessuno avrebbe immaginato quando, quattro anni fa, fu organizzato il primo convegno, che sul Principato di Taranto ci fosse tanto da dire. E invece oggi, giunti al IV convegno, scopriamo che fu molto importante. Ma sono stati i convegni a sollecitare tali approfondimenti o semplicemente era stato sottovalutato dagli storici?

In passato è stato decisamente sottovalutato. C’era stata una stagione di studi importanti all’inizio del Novecento, grazie soprattutto a Gennaro Maria Monti, ad Antonucci e a Benedetto Croce. Poi è entrato in una fase doi oblio in cui è stato derubricato a vicenda di una realtà baronale un po’ indocile, un po’ insofferente, con studi incentrati soprattutto sul Regno e sulla monarchia. Questi Baroni, tra cui è importanti sono i principi di Taranto, perché oltre a Giovanni Antonio ci sono c’è suo padre e poi i primi principi angioini, sono stati un po’ trascurati. Poi, a partire dagli anni Novanta, è cominciata una nuova stagione di studi e si sono approfonditi i registri, i documenti, i carteggi diplomatici… Insomma, è venuta fuori la dimensione di una realtà feudale con una sua progettualità, le sue ambizioni, una sua politica culturale. Che ha l’idea di un costruire un territorio, organizzarlo, strutturarlo, incentivarne lo sviluppo. Il che poi ha portato al conflitto con la monarchia. A un certo punto, nel Quattrocento si avversano due progetti, uno che vuole fare del Regno di Napoli uno Stato moderno e un altro analogo, che punta a fare anch’esso uno Stato, pugliese, di cui Taranto e Lecce sono un po’ le due capitali. E il più ambizioso e per certi versi.
temerario di questi principi è proprio quello a cui è dedicato questo quarto convegno: Giovanni Antonio Orsini del Balzo, che poi è anche quello che finisce male e con cui si conclude il Principato.

Qual è l’aspetto caratterizzante della sua personalità?

Beh, come abbiamo sentito nelle relazioni, gli autori che parlano di lui che sono molti, compresi i Papi, gli umanisti… Quelli che lo avversano lo descrivono un personaggio subdolo, ambiguo traditore, simulatore e dissimulatore. Quelli che lo ammiravano, invece, lo esaltavano per la sua visione, forse appunto un po’ ambiziosa, di fare di questa terra il centro di una realtà autonoma. È divertente notare, ad esempio, come abbiamo fatto più volte osservare, che quando arrivano i turchi a Otranto nel 1480, loro che conoscono bene le cose del Mezzogiorno, dicono “noi siamo venuti qui perché vogliamo i territori che erano del principe di Taranto”, quindi con una precisa percezione di una realtà in qualche modo distinta rispetto al Regno. Che è nel Regno ma è anche alternativa ad esso.

Ma perché negli studi classici, scolastici ma anche universitari, questo capitolo del Principato è un po’ messo da parte?

Perché, come dicevamo prima, per molto tempo è stata trascurata questa storia. È rinata, però dopo una stagione però molto locale, quindi non era arrivata come dire a una dimensione appropriata. Adesso invece, da una ventina d’anni a questa parte, parecchia gente sta cominciando a percepire questa dimensione, quindi forse nei manuali prima o poi arriverà.

E se dovessimo indicare un lascito, o una persistenza del Principato per la realtà odierna?

Il lascito va un po’ ripensato appunto nella nella riscoperta di questa tradizione. Quando poi questo Principato viene “smantellato” perché vuole “volare troppo in alto” e comincia a dare troppo fastidio, anche l’archivio che comprende la documentazione che lo riguarda, viene portato a Napoli. Quindi la monarchia in qualche modo lo cancella. Una relazione del convegno l’anno scorso parlava dello “spettro” del Principato, come fosse un rischio ancora incombete sul Regno. Il lascito è recuperare la memoria di una stagione che non è breve, essendo durata nel complesso un secolo di cui quarant’anni con Giovanni Antonio, e che ha avuto un senso. E poi ci sono naturalmente dei monumenti, a Galatina, Soleto, qui a Taranto… Però c’è soprattutto una memoria da riscoprire, anche come scoperta di un’identità del territorio che si riappropria del suo passato.

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