Natale: il volto di Dio nelle nostre ‘notti’
Nel tempo delle inquietudini profonde, l’uomo contemporaneo, pur circondato da connessioni globali, sperimenta una solitudine che spesso lacera e disorienta. Le relazioni sembrano fragili, i legami si consumano nella fretta, le parole non bastano più a custodire la verità del cuore. Cresce il peso dell’incertezza economica, dell’instabilità sociale, della fatica psicologica. È come se dentro ciascuno si aprisse una crepa sottile: nostalgia di un senso che sfugge, desiderio di una luce capace di attraversare la notte interiore.
Eppure, proprio in questa condizione segnata da fragilità, irrompe il Natale. Non come un rito che si ripete, ma come l’arrivo dell’Inatteso. Dio non sceglie un tempo perfetto, né un’umanità perfetta: entra nella storia quando essa sembra più povera, più esposta, più bisognosa. L’Incarnazione non avviene nel palazzo dei potenti, ma in una periferia del mondo; non nella sicurezza di una casa, ma in una mangiatoia. Il Figlio eterno prende carne nel punto più vulnerabile dell’esistenza umana: la nascita. È lì che si compie il mistero più sorprendente della fede cristiana: Dio si fa uomo non per sfiorare la nostra vita dall’esterno, ma per abitarla dall’interno.
Se guardiamo con attenzione alla scena di Betlemme, scopriamo che l’evento dell’Incarnazione si colloca dentro difficoltà molto simili alle nostre. Maria e Giuseppe affrontano l’incertezza del viaggio, la precarietà dell’alloggio, la paura dell’ignoto. Non trovano posto, come spesso anche noi non troviamo posto nel cuore degli altri o dentro le nostre stesse giornate. E tuttavia, proprio lì, dove tutto sembra mancare, si apre uno spazio che accoglie il Mistero: la debolezza diventa il luogo della Rivelazione.
Il Natale ci dice allora che Dio non attende che la nostra vita sia in ordine per avvicinarsi. Egli entra nei nostri frammenti, nelle nostre lacerazioni, nelle fatiche che non sappiamo nominare. Si fa prossimo non quando siamo forti, ma quando siamo poveri; non quando abbiamo risposte, ma quando domina il silenzio. L’Incarnazione è la risposta divina al grido inespresso dell’umanità: non siete soli, io condivido la vostra storia.
Per questo il Natale non è semplicemente un ricordo: è un invito. Ci chiede di riconoscere nella fragilità non una sconfitta, ma una soglia. Dove l’uomo sperimenta i suoi limiti, Dio apre un cammino; dove cresce la paura, Lui accende la speranza; dove sembra regnare l’ombra, Egli accende una luce.
In questo tempo di attesa, il Natale ci invita a guardare con sincerità a ciò che abita il nostro cuore, a riscoprire la dimensione dell’attesa vigilante. Il desiderio di giustizia, di bene, di verità non può ridursi a una pretesa rivolta agli altri: nasce piuttosto da un cuore che si lascia purificare, che si mette alla presenza del Signore. Come ricordava Benedetto XVI, la giustizia non è soltanto l’espressione di un’esigenza che rivolgiamo all’esterno: essa nasce anzitutto come responsabilità interiore, come conversione del cuore.
Prima di chiedere che il mondo cambi, siamo chiamati a lasciarci cambiare. La giustizia evangelica — quella che prepara il cuore all’incontro con Cristo — non è un dare e avere, ma un cammino di verità che coinvolge in primo luogo noi stessi: il modo in cui guardiamo gli altri, in cui custodiamo le relazioni. Prepararsi al Natale significa proprio questo: aprire spazio a Cristo che viene, lasciando che il suo ingresso trasformi il modo di guardare noi stessi, gli altri e il mondo. Solo un cuore vigilante riconosce la sua venuta; solo un cuore aperto può accogliere la pace che Egli dona.
Così come nella notte di Betlemme la luce di Cristo ha rischiarato l’umanità intera, così anche noi siamo chiamati a diventare riflesso di quella luce: una presenza che illumina il cammino delle genti.
* responsabile comunicazione del Gris
VISITA IL MENÙ DEL GIUBILEO





