Tracce

Iran: un popolo che vuole esistere

ph Ansa-Avvenire-Sir
16 Gen 2026

di Emanuele Carrieri

Da diversi giorni ormai, giungono immagini rubate di quanto sta succedendo in Iran e gli interrogativi si sovrappongono: che cosa accadrà? Come andrà a finire? Ma la domanda più importante è questa: un intervento esterno può davvero favorire l’opposizione a disfare un regime al potere dalla fine degli anni settanta, in un Paese con oltre novanta milioni di abitanti, con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea? È l’unico Stato della regione che con il nome di Persia occupa più o meno gli stessi confini da tremila anni e non c’è iraniano che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il vicino mondo arabo come ostile. Gli interventi esterni del secolo scorso hanno avuto conclusioni violente e contrarie al loro scopo. Il colpo di Stato del 1953, ordinato da Usa e Regno Unito, contro il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadeq – che aveva da poco nazionalizzato l’industria petrolifera – riportò al potere Reza Pahlevi ma aprì la via al processo rivoluzionario. E Saddam si convinse che la rivoluzione avesse indebolito l’Iran (un tempo “guardiano del golfo Persico”) e, approfittando dell’ostilità della comunità internazionale verso Khomeini, cercò di strappare il controllo dell’area del Kuzistan, ricca di petrolio, in cui vivevano gruppi di origine araba. Nel settembre del 1980 attaccò l’Iran con il sostegno degli stati arabi (eccetto la Siria), dell’Urss, degli Usa e gran parte dell’Europa. Si pensava che Teheran, priva dello Scià e dell’aiuto americano, sarebbe crollata in poche ore: l’esito fu una guerra di otto anni con un milione di morti che rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna. Nelle ultime ore, il principe ereditario di Reza Pahlevi si sta autocandidando come l’uomo di una soluzione forte col favore organizzativo e propagandistico di Israele e Usa. Se il desiderio di un intervento militare straniero da parte di un iraniano medio può essere considerato una reazione emotiva comprensibile, rimane incomprensibile da parte di chi si propone come l’uomo chiave per superare la dittatura verso una democrazia. Molti interventi militari esterni occidentali in Medio Oriente (e altrove) sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan sino all’Iraq, per arrivare alla Libia. L’Iran li ha pagati a elevato prezzo: il crollo dell’Iraq ha significato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato un rischio mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Bagdad dai pasdaran e dalle truppe del generale iraniano Soleimani, poi ucciso da un missile proprio di Trump. Gli esuli iraniani puntano molto sull’intervento esterno, come ha evocato Trump perché pensano che questa sia l’unica possibilità di rovesciare il regime. E Trump che intenzioni ha? Non vuole rischiare di rimanere impantanato in un conflitto di lungo termine ma al petrolio tiene molto: i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. L’Iran di oggi è un Paese allo sbando, ostaggio dell’ossessione di una leadership onnipotente, che ha vagheggiato un programma nucleare fino a vedere il Paese ridotto a zero. Negli anni trascorsi, un Paese democratico e libero non era utile a nessuno: né ai vari nemici vicini, né alle superpotenze lontane. Controllare un Paese con le maggiori risorse energetiche fossili al mondo non è facile: una monarchia docile o una teocrazia odiata sono preferibili alla nascita di una democrazia, le cui strategie politiche non possono essere previste. Tutte le misure occidentali, pensate per punire il regime e contenerlo – dalle sanzioni economiche alle pressioni di carattere diplomatico, fino agli accordi nucleari – si sono rivelate un boomerang. Il regime iraniano le ha sapute sfruttare a proprio vantaggio, trasformandole in strumenti per rafforzare il racconto della resistenza e in quel modo consolidare le proprie strutture di potere. Vero è che, indebolito dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, da Hezbollah e la perdita di potere del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale, ma, ancora oggi, l’apparato repressivo, militare e poliziesco, è perfettamente funzionante. Ma ogni volta che c’è una minaccia estera o esterna durante questi disordini in Iran, il regime cambia davvero ma tornando “alle impostazioni di fabbrica” e il Paese deve ricominciare tutto, dall’inizio. La verità è che, in queste ore, il popolo iraniano non sta chiedendo di avere uno scià al posto degli ayatollah, sta chiedendo un Paese diverso. Questo è punto è il punto fondamentale. Uno degli equivoci più frequenti e più ricorrenti, in Occidente, è leggere la crisi iraniana come una opzione fra due modelli, falliti e fallimentari. Ma, poi, è concepibile che i vicini di Teheran vogliano un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro dell’Alleanza Atlantica, ha diversi accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese da sempre e senza dubbio concorrente ma, soprattutto, dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo, che sono tutte monarchie sunnite assolute, non si sa quanto guarderebbero, con amicizia, una democrazia sciita ai loro confini. Israele, poi, non ha mai nascosto il fatto che vuole far crollare del tutto l’Iran e di volere l’aiuto degli Stati Uniti in quello sforzo. Trump, se avesse una vista acuta, potrebbe accontentarsi di un Iran economicamente aperto agli Usa, di un Iran integrato nel mondo arabo che dia stabilità nella regione, rendendo il fine di Washington molto diverso da quello di Tel Aviv. Questo è quel che sta accadendo in Iran: è un popolo che rifiuta sia la dittatura del presente quanto le illusioni del passato, e che, ancora adesso, paga questo rifiuto con il prezzo più alto. Questo popolo non sta chiedendo dei salvatori, ma sta solo chiedendo di poter esistere.

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