Alla riscoperta dell’opera feconda di don Pierino Galeone
Una ‘due giorni’ dedicata al sacerdote sangiorgese a un anno dalla scomparsa
Rendimento di grazie, emozione, gratitudine e tanto altro hanno segnato questi due giorni scorsi, 14 e 15 gennaio, dedicati alla figura di don Pierino Galeone, nel 1° anniversario della sua nascita al Cielo.
Un anniversario significa sempre andare indietro nel tempo, ricordando un fatto già avvenuto, e farne memoria nell’oggi. Ma per noi si è trattato non solo di ricordare un fatto avvenuto, la conclusione della vicenda terrena di don Pierino, ma anche e soprattutto di dire grazie a Dio perché la sua figura continua ad essere più che mai viva e attuale.
Mercoledì 14 c’è stata la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Giuseppe Russo, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, arricchita dalla presenza di numerosi confratelli sacerdoti e da una nutrita assemblea di fedeli, autorità locali, figli spirituali, amici.
Mons. Russo, sangiorgese, Servo della Sofferenza, figlio spirituale di don Pierino, che lo ha accompagnato nel cammino di formazione cristiana e nel discernimento vocazionale, nell’omelia ha esordito facendo notare quanto, nella vita dei credenti, anche un evento che si vorrebbe non arrivasse mai, come il distacco dal nostro caro Padre, può trasformarsi in una occasione di gioia e di festa, se vissuto nella fede e nella consapevolezza della sua presenza spirituale nella nostra vita. “I ricordi vivi, in alcuni casi vivissimi, della sua figura, dei suoi gesti e delle sue parole – ha detto – non solo ci fanno compagnia e rallegrano il nostro cammino, ma ci assicurano di poterci orientare nel proseguire il cammino nella comprensione, assimilazione e attuazione del carisma comune ricevuto, proprio a partire dalla sua vicenda personale e dal dono che lo Spirito aveva fatto a lui, per noi, per la Chiesa e per il mondo”. Precisando alcuni aspetti del carisma che lo Spirito Santo gli ha donato, e oggi dona e chiede a noi per proseguirne la missione, egli ha precisato che “ll servizio alla sofferenza dei fratelli, al di là di eventuali opere esteriori (comunitarie o individuali), si realizza attraverso la vita stessa delle persone” e che tutto e sempre di noi “sempre più deve divenire – quale adesione al carisma ricevuto – offerta, dono di amore, poiché il carisma sta nell’unirci con Cristo sofferente per amore dei fratelli e per la loro salvezza”. Come rendere possibile tutto questo? Mons. Russo ha sottolineato: “C’è solo un modo indicato da p. Pio e da don Pierino per attuare questa unione con Cristo: vivere bene – senza sconti, senza tagli, senza riserve, senza alterazioni o raggiri – la volontà di Dio”, quali che siano le forme che ci accompagneranno nella nostra vocazione circa la preghiera, le strutture, circa l’apostolato.
Mons. Russo ha poi esortato in modo accorato: “Il cuore del carisma dovrà rimanere intatto e, naturalmente, brillare sempre di più, a beneficio di tutti, della Chiesa, del mondo. Senza enfasi, senza esaltazione, ma nella verità e con immensa gratitudine”. Infine, ha richiamato quello che possiamo considerare il testamento del nostro Padre, cioè l’esortazione all’amore vicendevole.
Le parole di mons. Russo sono state di forte incoraggiamento per ciascuno dei presenti a continuare in questo solco la missione spirituale, pastorale e carismatica del fondatore. E certamente l’impegno sarà fecondo se il nostro cammino, le nostre scelte, le nostre opere saranno guidate e confermate dalla Chiesa “nella sua forma storica concreta, confidando nello Spirito che la guida e la rende credibile”.
Al termine della celebrazione, l’arch. Angelo Trani ha illustrato il significato della vetrata che delimita lo spazio della Casa Servi della Sofferenza in cui riposano le spoglie del Padre in un simbolismo semplice, chiaro, efficace, racchiuso in un titolo pregno di significato: “Dal granello all’albero” / “dalla terra al Cielo”. A partire da brevissimi riferimenti della Scrittura (Matteo 13,31-32; Ger 17, 7-8 e Salmo 25:4-5), l’arch. Trani ha detto che la vetrata sembra collegare la terra al Cielo e ne ha spiegato con semplicità le varie parti: “La vetrata si ispira al passo evangelico del granello di senape, il più piccolo dei semi che, una volta cresciuto, diventa un grande albero capace di offrire riparo agli uccelli del cielo. Al centro della composizione emerge una luce intensa e avvolgente, simbolo del carisma che nasce non dalla forza umana, ma dall’abbandono fiducioso di una creatura che, nella sua piccolezza, si perde in Dio e lascia che sia Lui ad operare”.
L’albero, al centro della vetrata, rappresentato in forma tripartita (ha continuato l’arch. Trani) “è un richiamo esplicito al mistero della Trinità, comunione di amore da cui tutto ha origine e verso cui tutto tende. I suoi rami si espandono in modo armonioso e fecondo, accogliendo gli uccelli del cielo, segno delle molte vite che trovano dimora, sostegno e nutrimento in un carisma donato per il bene della Chiesa”. Altro elemento fortemente evocativo: “Al centro dell’albero stanzia la croce, segno delle fondamenta del nostro essere in Dio: radice e asse portante di tutta la composizione: ne costituisce infatti il telaio. Essa ricorda che ogni autentica fecondità nasce dal mistero pasquale di Cristo e che solo rimanendo ancorati a Lui la vita può generare frutti duraturi. La ricca fioritura dell’albero diventa così immagine dei frutti straordinari che scaturiscono da un’esistenza umile e disponibile, trasformata dalla grazia e resa luce e speranza per molti”. Infine, l’arch. Trani ha fatto notare come “il contenuto più essenziale o, poetico-liturgico, a motivo del luogo specifico (riposo del fondatore, ingresso alla chiesa dell’Istituto), si esprime insieme origine evangelica, abbandono in Dio, fecondità carismatica e continuità nella Chiesa”. Ha quindi concluso dicendo che la realizzazione di questa opera è stata curata dalla maestria e professionalità del Centro Ave Arte di Loppiano (del Movimento dei Focolari). Una equipe tesa al bello e alla spiritualità nell’arte.
Giovedì 15, come da programma, si è tenuta una interessantissima tavola rotonda, moderata da mons. Giuseppe Ancora in cui sono intervenuti il prof. Vittorio De Marco (Università del Salento), che ha presentato la relazione ‘Desiderare la crescita della comunità: una lettura delle visite pastorali nell’arcipretura di mons. Pierino Galeone a San Giorgio J. (1955-2024)’; mons. Franco Semeraro (già arciprete della Basilica di San Martino), che ha fatto una testimonianza sul tema ‘L’apostolato di don Pierino raccontato da un confratello’; Giorgina Tocci, madre dell’istituto Servi della Sofferenza, che ha fatto una testimonianza su: ‘L’opera sociale del Padre nei ricordi di con-fondatrice. Ciascuno da una diversa angolazione, ogni relatore ha messo in evidenza il pensiero, le caratteristiche e i doni di un sacerdote costruttore di pace, di un padre libero e sincero, che ha saputo vivere con autenticità ed efficacia il suo ministero pastorale e sociale, a servizio della Chiesa e della comunità civile in un impegno che oggi diventa preziosa eredità da custodire e valorizzare.
Nel dettaglio, il prof. De Marco nel suo intervento ha messo “su un ipotetico piano cartesiano dei punti di riferimento, dei punti fermi per ricostruire la vicenda terrena di don Pierino”. Avendo don Pierino vissuto tante stagioni della storia della Chiesa locale ma anche universale, l’approccio è stato realizzato attraverso una lettura delle visite pastorali fatte nella parrocchia Santa Maria del Popolo dal 1955 al 2024. Il relatore ha descritto la realtà in cui ha operato don Pierino a partire da metà degli anni ‘50, nel secondo dopoguerra, quando “la realtà socioeconomica di San Giorgio Jonico, ma un po’ di tutto il territorio della provincia, era una struttura prevalentemente agricola, con gente operosa e relativa mobilità sociale e anche con un certo tasso di analfabetismo”. Erano anni difficili, in cui ancora non si era intrapresa la strada del cosiddetto boom economico degli anni 60, né si vedeva all’orizzonte un piano industriale per il nostro territorio. La lettura della documentazione è partita dalla prima visita pastorale nella parrocchia Santa Maria del Popolo nel febbraio 1960, indetta nel 1958 dall’allora amministratore apostolico, mons. Motolese, già vicario generale, essendo arcivescovo titolare mons. Bernardi. Sono anni segnati da due avvenimenti: il Concilio Vaticano II dal ‘62 al ‘65 e il processo di industrializzazione con il quarto centro siderurgico a Taranto, con tutti i problemi che da un punto di vista pastorale e religioso questa massiccia presenza avrebbe potuto portare. Quindi ci si allarga alla visita del ’67 e a quelle di fine febbraio del 1981 e di novembre ’85, sempre con mons. Motolese, arcivescovo di Taranto. Altre due visite pastorali risalgono rispettivamente al 21 ottobre 1994 e a febbraio 2006, con mons. Benigno Papa.
Il prof. De Marco ha detto di don Pierino: “Il suo continuo sforzo è stato quello di ampliare gli spazi di presenza della parrocchia dandole uno spirito nuovo dopo il Vaticano II e quindi parrocchia viva, aperta, fatta di membri corresponsabilmente impegnati in uno stato permanente di missione, evangelizzazione e, aggiungerei, promozione umana. La parrocchia per don Pierino doveva veramente diventare la casa di tutti, dove tutti potevano sentirsi a casa. Parroco e parrocchia come strumenti di mediazione. Mediatore il parroco, luogo di mediazione la parrocchia, crocevia tra il territorio, le sue trasformazioni e la comunità dei credenti in quel territorio. In questo senso ha operato il buon parroco don Pierino”.
Obiettivo principale di don Pierino all’interno della comunità parrocchiale era formare persone adulte nella fede, per essere una comunità missionaria solidale con i bisogni del territorio.
Destinatari privilegiati dell’azione pastorale di don Pierino sono sempre stati i giovani, ha detto il prof. De Marco. Per loro organizzava settimane di studio, invitando qualificati relatori che si alternavano nella trattazione di temi specifici: le religioni, i giovani, l’educazione, l’amore, l’atteggiamento dei giovani di fronte alla scienza, i problemi dell’aldilà. Indimenticabile la presenza a San Giorgio dello scienziato Enrico Medi, anche lui figlio spirituale di Padre Pio, che lasciò ai giovani un bellissimo programma di vita: “C’è una civiltà da costruire ma senza distruggere, da trasformare, senza condannare, da elevare, senza opprimere”. “Tante cose del passato non sono buone – disse – cambiatele; tante cose sono buone, conservatele; tante vanno approfondite e migliorate, tante vanno snellite”. È una sorta di modello di contro-contestazione con cui lo scienziato ha invitato i giovani quella sera presenti ed è un messaggio pervaso da grande ottimismo e fiducia verso di loro.
Il prof. De Marco ha così concluso la sua relazione: “Quello di stasera è un punto di partenza per riscoprire man mano la figura del buon parroco, così come don Pierino l’ha saputo vivere e testimoniare insieme al suo gregge”.
Sono piccoli tratti di un grande affresco al quale si dovrà porre mano per ricostruire, ricomporre la figura del buon parroco, don Pierino, del fondatore, di un’anima profondamente innamorata di Dio e contemplatrice del suo volto. Dove è arrivata questa contemplazione di Dio, in quale modo Dio ha sempre interferito nella sua vita, altri a suo tempo sapranno rispondere.
Ha fatto seguito la testimonianza di mons. Franco Semeraro, amico di don Pierino e sincero estimatore dei Servi della Sofferenza, che ha esordito dandone una sua personale definizione: “Don Pierino, un cuore ricco! Un uomo, un cristiano libero, disponibile, pacifico, pronto, che guarda lontano. Da San Giorgio Jonico il suo orizzonte è universale. Quando tanti frammenti, i tanti tasselli che narrano di lui saranno composti e raccolti, sarà una rinnovata sorpresa! Sono tessere sparse di un mosaico che è proprietà del popolo di Dio, tesoro indimenticabile del vastissimo pubblico di don Pierino, carismatico della tenerezza di Dio, di quanti laici, preti, giovani, uomini, donne, consacrati lo hanno conosciuto, da lui si sono lasciati guidare e sono divenuti con lui cercatori di Dio. Don Pierino, pastore esemplare, sorridente, fermo e dolce, accessibile sempre, col carisma della relazione, dell’immediatezza; generativo di speranza; amava la bellezza non raggio del lusso, ma espressione di tenerezza, di finezza interiore. Don Pierino, prete dell’ascolto, della sosta profonda accanto alle persone, prete con l’odore delle pecore ferite, antenna della tenerezza di Dio, prete dell’ultimo salvataggio”.
Così egli ha continuato: “L’umiltà amorevole è l’icona autentica di don Pierino. Ha trasformato la sua vita in autentica imitazione di Cristo. La postura umana, spirituale, evangelica di don Pierino non è datata, non è valida solo per una stagione. Lui ci ha lasciato una pagina di Vangelo per l’oggi, tutta da continuare ad annunciare; una beatitudine da inverare, da sperimentare, una fatica da compiere, esigente come una rivoluzione di amore”.
Mons. Semeraro ha sottolineato con convinzione: “Il Vangelo della sofferenza, in inedite declinazioni, chiede annunciatori coraggiosi. Restituire la sofferenza all’amore di Dio è la sfida di don Pierino, la speranza contro ogni speranza, trasformando il dolore in una opportunità di dono, di grazia, dargli la dignità e la rilevanza di capitale sociale. Continuare a tessere la tela della speranza, riannodarla ovunque ci sia uno strappo è l’eco fedele del Padre di San Giorgio, del Padre con la lettera maiuscola di San Giorgio Ionico. L’apostolato della prossimità, dell’ascolto, della guarigione del cuore è la scelta evangelica di don Pierino, in antitesi alla cultura dello scarto, all’occultamento delle patologie esistenziali. Il dono che don Pierino è non ci è stato tolto. Il Cristo nel sofferente è l’originalità, la sete di don Pierino che è già vivente per sempre è nel mistero della Pasqua”.
Infine, la madre, Giorgina Tocci, ha fatto una testimonianza particolarmente interessante, nata dal suo vissuto semplice e insieme profondo accanto a don Pierino sin da quando era giovinetta. Energica e piena di entusiasmo, con il suo temperamento forte e deciso, ha condiviso con lui praticamente tutto l’arco di tempo del suo ministero sacerdotale e lo ha affiancato, come co-fondatrice, nella guida dell’Istituto secolare Servi della Sofferenza. Il suo contributo schietto, essenziale, ma intenso, certamente è un aiuto a comprendere meglio tutto quello che don Pierino ha fatto nella sua lunga vita per il bene delle anime e in campo sociale. Ha esordito definendo il padre “un concentrato di amore a Dio e al prossimo: come uomo, come sacerdote, come fondatore. Sono gli assi della croce: l’amore a Dio è l’asse verticale, l’amore al prossimo quello orizzontale”. Giorgina Tocci ha dato una lettura della sua esperienza con don Pierino, come parroco e come fondatore. Tra le altre cose ha detto: “Come parroco, nel campo spirituale si è adoperato in mille modi per avvicinare le anime e offrire percorsi di catechesi a tutte le fasce di età, dai bambini agli adulti. Ha curato il cammino di crescita dei piccoli, dei giovani, dei fidanzati, delle coppie, senza trascurare gli ammalati. Ha reso visibile la bellezza del Vangelo e della vita cristiana. Come fondatore ha curato la formazione e l’accompagnamento vocazionale di tanti giovani sia nella scelta del matrimonio sia in quella del sacerdozio e della consacrazione, nel rispetto della volontà di Dio su ciascuno. Come docente, a scuola, ha aiutato tante generazioni a scoprire l’importanza e anche il valore culturale della nostra religione, che non si può mettere da parte perché l’uomo è naturalmente un essere religioso”.
Quindi, sulla scia dei ricordi personali, ha testimoniato che “Tutta la sua azione, il suo ministero di parroco e il suo ruolo di fondatore si è rivolto in particolare: ai bambini, ai giovani, agli adulti, agli ammalati, alla politica, alla missione”, ricordando che “la sua opera sociale è stata sempre rivolta alla particolare cura delle anime a lui affidate, attraverso la direzione spirituale, l’attenzione alle vocazioni sacerdotali, l’assistenza alle organizzazioni laicali, la carità verso gli ammalati e i poveri”.
E ha ribadito che “Le doti personali e i doni di cui è stato arricchito non sono stati, infatti, per sé, ma per il servizio al prossimo. Dal suo maestro, Padre Pio, ha imparato che l’amore a Dio ha bisogno di fondarsi nella preghiera, nel rapporto intimo con Gesù Eucaristia, nella devozione alla Madonna”. La madre ha concluso: “Dopo 70 anni da quel 1955, sono sempre più certa che sia doveroso far conoscere la sua figura umana, sacerdotale, spirituale. Dobbiamo tutti riconoscere, far conoscere e mantenere viva la grandezza di questo uomo, vero dono di Dio alla Chiesa e alla società”.
Gli interventi hanno suscitato forti emozioni nell’ascoltare quanto la vita del padre sia stata spesa davvero a servizio di Dio, della Chiesa e dell’umanità, soprattutto dei più deboli e bisognosi, prendendo coscienza di quanto il suo ministero sacerdotale sia stato a servizio anche della società civile per la quale ha profuso passione ed impegno per inculcare i valori del vangelo per una società più giusta e pacificata. Non solo un ricordo, dunque, quello di questi due giorni, ma il bisogno di non sciupare nulla del grande dono che don Pierino è stato per tutti noi e un impegno a tenere viva, con umiltà e dedizione, la sua opera e i suoi insegnamenti di pastore, di maestro, di padre.
La serata si è conclusa con un breve video che ha illustrato i tratti salienti della personalità del padre: il suo stile di preghiera semplice, essenziale, filiale, fiducioso; la sua paternità spirituale, che porta l’impronta della paternità divina.
Nel saluto finale, don Giuseppe Carrieri, moderatore dell’Istituto secolare Servi della Sofferenza, ha espresso, a nome di tutta l’assemblea, il desiderio che si costituisca, in collaborazione con il sindaco, un comitato per fare in modo che una via o una piazza significativa di San Giorgio sia intitolata a don Pierino.


