Economia

Nuovi mercati, nuovi ‘amici’

03 Feb 2026

di Nicola Salvagnin

Il mondo – e non solo quello economico – sembra essersi ribaltato nell’ultimo anno, che (fatalità) coincide con l’inizio della presidenza Trump negli Usa. L’applicazione di dazi alle merci in entrata da parte del maggior partner commerciale di mezzo mondo, qual è l’America, ha scosso fino alle fondamenta il libero mercato planetario. Anche perché i dazi sono risultati ‘ballerini’ (sì, no, anzi sì ma di più, forse di meno…) e si sono affiancate dinamiche di tensione anche a livello politico, che certo non hanno giovato.

Cosicché l’Unione europea, estremamente malvista dall’amministrazione Trump, sta cercando di cambiare rotta, con l’apertura di nuovi mercati e una valutazione delle dipendenze che essa ha verso le materie prime: non tutti i fornitori vanno bene, e in questa lista si sono aggiunti pure gli Stati Uniti.

Da qui l’accelerata alla conclusione dell’accordo commerciale denominato Mercosur, dopo quello con il Canada, che aprirebbe reciprocamente i mercati europei e quelli sudamericani. Da qui la partnership commerciale che si sta creando con forza con il Paese più popoloso del mondo, l’India.

Sul Mercosur girano le cifre più varie che quantificano vantaggi e svantaggi reciproci. Sostanzialmente i primi surclassano i secondi, che però ricadono tutti su una categoria: gli agricoltori e in particolare gli allevatori. Da qui la netta opposizione di Coldiretti, che difende i dazi sulle carni argentine e brasiliane. Serviranno adeguati risarcimenti a livello comunitario…

Però, appunto, i vantaggi sembrano essere nettamente superiori. Solo per l’Italia si parla di maggiori esportazioni per almeno 15 miliardi di euro. Se ne gioverebbero più o meno tutti i settori economici: l’annullamento dei dazi permetterebbe a tutte le nostre merci di abbassare i loro prezzi in quei mercati, in particolare quelli brasiliano e argentino.

La conta di vantaggi e svantaggi sta avvenendo pure per la partnership con l’India. Ma qui c’è un discorso che sovrasta tutti: in quel Paese vive un miliardo e mezzo di persone, quattro volte più dell’intera Europa. Attualmente la classe medio-alta è pari numericamente a quella italiana, una quarantina di milioni di consumatori. Però ogni anno cresce ed è destinata a crescere: si stima nel medio periodo un mercato per le nostre merci da 150 milioni di persone, non di molto inferiore a quello americano. E poi il nostro primo ministro è recentemente andata in Giappone e Corea del Sud, non certo per visitare i templi buddisti.

Insomma se i tempi sono cambiati, bisogna cambiare anche noi. E valutare meglio questi cambiamenti. Due esempi su tutti: se le cosiddette e preziosissime terre rare sono un monopolio cinese, dobbiamo attrezzarci al più presto per aprire siti di estrazione nel nostro continente (Scandinavia in primis) e fabbriche di lavorazione, che è assai complessa.

E se non vogliamo giustamente il gas russo, e ora dipendiamo per due terzi da quello americano, è chiaro che diversificare gli acquisti non sta diventando un’opportunità economica, ma una necessità geopolitica. Si è liberi se si è indipendenti.

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