Riparte a Potenza il processo per il “disastro Ilva” dopo l’annullamento di Taranto
Inizierà il 21 aprile, a Potenza, il processo per disastro ambientale causato dall’Ilva di Riva, denominato “Ambiente svenduto”. Il gup di Potenza Francesco Valente ha rinviato a giudizio 21 imputati coinvolti nel processo sul presunto disastro ambientale prodotto tra il 1995 e il 2012 dall’ex Ilva di Taranto, durante la gestione della famiglia Riva. La prima udienza è stata fissata per il 21 aprile prossimo. Le richieste di rinvio a giudizio erano state presentate dal procuratore della Repubblica facente funzioni di Potenza, Maurizio Cardea, e dal sostituto Vincenzo Montemurro, a seguito dell’udienza preliminare, svoltasi a Potenza il 21 marzo 2025. La sentenza della Corte d’assise di Taranto fu annullata per la presenza di due giudici onorari tra le numerose parti civili, dalla Corte d’assise d’appello di Taranto (sezione distaccata di Lecce). I giudici di Taranto erano a loro volta “parti offese” del presunto disastro ambientale, e quindi essendo potenzialmente vittime dei reati su cui si erano espressi non avrebbero avuto sufficiente libertà di giudizio. Così la Corte d’assise d’appello accolse la richiesta degli avvocati della difesa e annullò la sentenza e, di conseguenza, le relative condanne.
Nel 2021, come si ricorderà, il processo si era chiuso, in primo grado, con 26 condanne, per 270 anni di carcere, inflitte il 31 maggio 2021. Tra i principali imputati, erano stati condannati, in primo grado, rispettivamente a 22 anni e 20 anni di reclusione, Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva. Furono inflitti 21 anni e 6 mesi all’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà (successivamente deceduto), 21 anni all’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, pene comprese tra i 18 anni e mezzo e i 17 anni e 6 mesi di carcere a cinque ex fiduciari aziendali. Tra le altre condanne, tre anni e mezzo di reclusione furono comminati all’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola a cui venne contestata la concussione aggravata in concorso.
La corte d’assise aveva disposto inoltre sia la confisca degli impianti dell’area a caldo, che la confisca per equivalente dell’illecito profitto nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire e Riva forni elettrici per una somma di 2,1 miliardi.
Va evidenziato che dall’inchiesta giudiziaria era scaturito, nel giugno 2013, anche il commissariamento dell’Ilva da parte dello Stato e l’estromissione degli allora proprietari e gestori, i Riva. Commissariamento che è in atto sia in Ilva che in Acciaierie d’Italia, l’azienda intervenuta in seguito con la gestione del gruppo, che nell’ex ilva (entrambe le società sono in amministrazione straordinaria).
Nel nuovo procedimento il numero degli imputati è stato ridotto rispetto alla fase precedente: dai 47 iniziali si è passati a 23 soggetti complessivi, tra persone fisiche e società, soprattutto per sopraggiunte prescrizioni. Tra i prescritti anche l’ex presidente della Provincia, Florido, che era stato condannato a tre anni di reclusione perché, nonostante la prescrizione fosse già intervenuta, i suoi legali puntavano a ottenere la piena assoluzione.
Dei 23 imputati residui, 21 (18 persone e 3 aziende) sono stati rinviati a giudizio.
Oltre a Vendola e ai fratelli Riva, il procedimento coinvolge diversi esponenti del management e della gestione dello stabilimento. Le contestazioni, a vario titolo, comprendono l’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, l’avvelenamento di sostanze alimentari e l’omissione dolosa di misure di sicurezza nei luoghi di lavoro.
Vendola in particolare è accusato di concussione per presunte pressioni su ARPA Puglia (l’agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente), volte a ottenere una modifica delle analisi sulle emissioni dell’acciaieria.




