Tracce

Quale voto, impreparati o zero?

Ansa/Avvenire
13 Feb 2026

di Emanuele Carrieri

È come uno sversamento di greggio in mare: inarrestabile, quasi incontenibile. Non è il greggio di cui si scrive: è l’impreparazione, che si mostra con il dilettantismo, la faciloneria, l’inconsistenza. E l’impreparazione si sta sempre più espandendo: non esonera più alcun campo, alcun ramo, alcuna sfera, neanche la politica. Basta esaminare i comportamenti e le comunicazioni verbali e social di chi regge le sorti di alcuni grandi stati: l’impreparazione domina incontrastata. Ciò che preoccupa è che ne viene fuori malridotta, la fiducia nelle scelte logiche, sensate e razionali degli elettori. Gli avvenimenti e le circostanze mostrano e manifestano che molte decisioni sono il risultato di reazioni emotive, impulsive, viscerali. Tante volte è anche il frutto di adesioni fideistiche o dogmatiche a una guida che tenta di apparire carismatica. Guardando vicino e lontano, c’è soltanto l’imbarazzo di scegliere: sono gli esponenti della demagogia, i rappresentanti del populismo, le eterne figure di maggior spicco della propaganda. Una combinazione di tutto quello che non educa e non fa richiami alla ragione: raccoglie ed ingigantisce le pulsioni istintive, espande le paure e l’insicurezza delle persone e giura di provvedere con barriere, fili spinati, muri e steccati. Ma, soprattutto, tutto ciò fa venire a galla che il voto di molti cittadini non scaturisce da una analisi e da una valutazione razionale, ma è un vero e proprio atto di fede nel capo. E, inoltre, c’è il ruolo dell’informazione, anzi della disinformazione: parecchi elettori si comportano come ultrà politici e votano chi urla di più e le conseguenze delle scelte fideistiche pesano sulla vita di tutti i cittadini. Sembra quasi un “contrappasso dantesco”: a fronte di una fragilità diffusa e dilagante, è evidente la richiesta pressante di un leader “forte”, in stile “ghe pensi mi”. In questo modo, viene a essere legittimato con il voto chi, in nome del popolo sovrano e dei supremi interessi della nazione, si arroga il diritto di porsi al di sopra delle leggi e delle costituzioni. E, così, avviene il passaggio dalla democrazia al dispotismo della maggioranza. Se da un lato la democrazia, per funzionare, richiede cittadini avveduti, istruiti e informati, dall’altro dilaga, in questo tempo, un’impreparazione diffusa e orgogliosa, addirittura ostentata con arroganza, esposta e sfoggiata come se fosse una virtù. La domanda è secca: quale è il criterio che permette di differenziare il buon politico dal cattivo politico? Forse una cultura politica e un pensiero critico, cioè una consapevolezza della complessità dei problemi e una capacità di discernere, analizzare e proporre soluzioni a problemi complessi. Ma così non è perché trabocca la politica delle scorciatoie e delle semplificazioni, che è la logica conseguenza dell’impreparazione, della mancanza di conoscenza, di esperienza, di consapevolezza, di una adeguata competenza e di metodo. E, così, fa apparizione l’aspetto peggiore: l’impreparazione è promossa a espressione di genuinità del pensiero popolare, è elevata a virtù del popolo, ed è mostrata attraverso una eloquenza volgare il cui bersaglio sono i nemici del popolo. L’aspetto stravagante è che l’impreparazione in politica paga e paga bene: crea un processo di identificazione fra i cittadini arrabbiati e quel leader che offre al popolo ciò che il popolo vuole sentirsi dire e non ciò di cui avrebbe bisogno. Quel genere di politico ha il fascino del bar e dell’osteria, che raccoglie i rancori, i risentimenti, gli umori, le esigenze degli inascoltati e li porta in politica senza alcuna rielaborazione perché la soluzione è quella indicata dagli inascoltati. Il contrario del pensiero critico: la razionalità pretenderebbe che si neutralizzassero, attraverso il dialogo della ragione, sentimenti e comportamenti che dilatano paure e insicurezze, rabbie e pregiudizi. Si assiste, quindi, sempre al ritorno di sentimenti che si credevano defunti: il nazionalismo, lo sciovinismo, l’intolleranza, la xenofobia e il razzismo ai quali si è aggiunto, di recente, il neonato totemismo dei simboli nazionali. È l’effetto dell’impreparazione che si traduce in atti di devozione verso il leader: scredita la memoria del passato, deformandola e stravolgendola, e la riscrive in funzione del suo tornaconto. Così il leader si autoattribuisce la funzione di capire, spiegare e chiarire il mondo, la storia e il presente: più si è impreparati, più si è sicuri di non esserlo. A questo punto, le domande sorgono spontanee. Quale è la rotta? La politica senza umanità? La disumanizzazione della politica? Basta essere eletti per legittimare qualsiasi azione politica? Chi agisce contro i diritti umani e contro la dignità delle persone non dovrebbe essere invalidato, senza sentenze e senza verdetti? Chi esce dal recinto della salvaguardia e del rispetto dei diritti e delle libertà dell’essere umano o ritiene che l’agire di uno stato possa non essere conforme alle sue leggi, rimane sulla sua poltrona? Non dovrebbe, automaticamente e immediatamente, decadere? È evidente che si può sradicare l’impreparazione dalla politica, ma si può radiare chi viola i dettami costituzionali. Come fermare il contagio che ha fatto dell’impreparazione un apparato del consenso? Forse, le soluzioni ci sarebbero e il frutto sarebbe il voto avveduto, consapevole, ragionato, pensato e informato. Già, perché settanta anni fa Luigi Einaudi, il secondo Presidente della Repubblica, nel libro “Prediche inutili”, si chiedeva: “Come si può deliberare senza conoscere?”. Precisa la risposta: non è possibile. La valutazione attenta rimane lo strumento che, senza sostituirsi alla decisione politica, consente a chi scrive le leggi di conoscere e deliberare, adottando decisioni informate e consapevoli. Il fine è rendere cosciente chi decide di tutte le risultanze delle proprie scelte, favorendo la conoscenza e la trasparenza di informazioni importantissime per il processo decisionale.

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