Profeti di pace, segni di luce in Terra Santa
Martedì 24 febbraio, in Concattedrale, la seconda serata con la relazione di Andrea Avvenuto
«Se il mio dolore è più forte del tuo, allora non potremo mai incontrarci»: è a partire da questa consapevolezza, semplice e insieme disarmante, che si è aperto il secondo incontro della 54ª Settimana della fede dell’arcidiocesi di Taranto. Le parole di Andrea Avveduto non si sono limitate a descrivere una realtà lontana, ma hanno attraversato le coscienze, obbligando a riconoscere come il dolore, quando diventa misura assoluta, rischi di chiudere ogni possibilità di relazione.
La Terra santa si presenta così, non solo come uno scenario segnato da un conflitto che dura da oltre un secolo, ma come un luogo in cui la sofferenza tende a stratificarsi, a sovrapporsi, a competere. La recente tregua non può ancora essere confusa con la pace: resta fragile, sospesa, incapace di guarire ferite profonde. La Striscia di Gaza, con i suoi circa 360 km², porta i segni evidenti di questa devastazione: infrastrutture distrutte, vite spezzate, un’intera popolazione costretta a vivere nell’incertezza. E colpisce, più di ogni altro dato, la condizione dei più piccoli: quasi la metà della popolazione è composta da bambini e adolescenti a cui è stata sottratta non solo la quotidianità, ma perfino la possibilità di immaginare un futuro.
È proprio a partire da questa realtà che Avveduto ha articolato una riflessione essenziale: non è più sufficiente pensare interventi per queste popolazioni, ma diventa urgente avviare processi con loro, restituendo protagonismo e responsabilità. In assenza di tale prospettiva, il rischio è quello di alimentare, quasi inevitabilmente, una spirale di risentimento e violenza destinata a perpetuarsi. Le condizioni di vita, infatti, risultano segnate da perdite radicali: casa, lavoro, terra, stabilità. Non mancano testimonianze che rivelano la drammaticità quotidiana, come quella di chi è costretto a scegliere «se mangiare o curarsi».
All’interno di questo scenario, i bambini emergono come le vittime più esposte: nei loro disegni si imprimono immagini di guerra — bombe, rifugi, fuga — e non di rado essi stessi vengono coinvolti in dinamiche che li privano precocemente dell’infanzia. Da qui l’insistenza su un punto decisivo: l’urgenza dell’educazione. Senza un investimento reale in questo ambito, quei bambini rischiano di essere assorbiti, domani, dalle stesse logiche di violenza che oggi li feriscono.
A partire da tale contesto, Avveduto ha posto una domanda tanto semplice quanto radicale: come è ancora possibile parlare di pace? La risposta si è sviluppata attorno a quattro parole — presenza, cura, dono e miracolo — che non restano categorie astratte, ma prendono forma in storie concrete, capaci di illuminare anche le situazioni più oscure.
La presenza si manifesta nella vicenda di Aishia, una donna che, dopo aver partorito sotto i bombardamenti, viene creduta morta. Solo all’ultimo momento si scopre che è ancora viva. Accolta e curata per due mesi, riesce a sopravvivere e, successivamente, a ritrovare il proprio bambino, nel frattempo custodito e accudito. Ciò che rende possibile questo esito è, anzitutto, il fatto che qualcuno sia rimasto: una presenza discreta e fedele che, anche nel dolore, non si ritrae.
La cura emerge nella storia di un bambino disabile, abbandonato due volte perché ritenuto un peso. Accolto dalle suore, alla domanda «come stai?» risponde: «Sono felice, perché qui qualcuno mi ama». In questa affermazione si condensa una verità essenziale: essere riconosciuti e amati restituisce senso e dignità anche laddove ogni prospettiva sembra preclusa.
Il dono si incarna nella vita di un architetto palestinese musulmano che, a seguito dell’incontro con un frate francescano, sceglie di dedicarsi alla conservazione della bellezza, restaurando anche luoghi cristiani e formando giovani del suo popolo. La sua esistenza diventa così uno spazio di incontro e di costruzione. Persino nel tempo della sofferenza finale, il suo dolore non si chiude in sé, ma si offre come apertura agli altri, mantenendo intatta la logica del dono.
Il miracolo, infine, si rende visibile nella vicenda di un agricoltore cristiano in Siria, privato delle proprie terre e costretto a scegliere tra la conversione e la persecuzione. Minacciato, egli avverte interiormente una parola di incoraggiamento: «Non temere, io sono con te». Forte di questa certezza, rifiuta di rinnegare la propria identità. Arrestato, diventa in carcere una presenza capace di sostenere gli altri, affermando con forza: «Niente potrà farci del male. Niente potrà toglierci il bene dalla vita».
Dopo aver attraversato queste quattro parole — presenza, cura, dono e miracolo — non si resta semplicemente con delle storie edificanti, ma con una provocazione che interpella in profondità. Esse, infatti, non descrivono soltanto ciò che accade in una terra lontana, ma dischiudono un criterio con cui guardare la realtà tutta: là dove l’uomo sceglie di non sottrarsi, di farsi prossimo, di offrire sé stesso e di credere ostinatamente al bene, lì qualcosa cambia davvero.
In questo senso, essere profeti di pace non è un compito straordinario riservato a pochi, ma una forma quotidiana di fedeltà. È una postura interiore che si traduce in gesti concreti: nel rimanere dentro le relazioni anche quando sono ferite, nel non lasciare che il dolore diventi chiusura, nel custodire l’umano quando tutto sembra negarlo.
In questo orizzonte si collocano anche le parole di Don Tonino Bello: «Se un volto non è rivolto verso l’altro, non è più volto». La guerra, infatti, prende forma proprio nel momento in cui il volto dell’altro si dissolve, smarrendo la sua consistenza umana.
La pace, allora, prima ancora che un orizzonte politico, si rivela come un evento fragile e potente insieme, che prende forma dentro la storia attraverso volti, scelte, incontri. E proprio per questo non è un’utopia irraggiungibile, ma una possibilità reale, affidata alla responsabilità di ciascuno.
Così, quei segni di luce che emergono dalla Terra Santa non restano confinati a quel contesto, ma diventano una chiamata: riconoscere che anche nel cuore delle contraddizioni più profonde può germogliare un bene inatteso. Un bene discreto, spesso nascosto, e tuttavia capace di aprire varchi dove tutto sembrava chiuso.
È in questa speranza concreta, umile e tenace, che il cammino della pace continua ad avere inizio. Sempre.
Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva





