La psicologa risponde

Come spiegare la malattia grave o la morte di una persona cara a un bambino, in modo vero ma appropriato?

È importante che gli adulti scelgano di dire la verità, ma in modo graduato e adatto all’età, facendo attenzione alle parole e ai tempi

ph Sir
21 Apr 2026

di Paolo Morocutti

Si può parlare ai bambini di malattia grave e di morte in modo vero e allo stesso tempo delicato, se si mettono insieme chiarezza, ascolto e una presenza affettiva stabile. Non è tanto la notizia in sé a ferire, quanto il sentirsi soli, tenuti fuori, circondati da segreti o mezze verità che alimentano fantasie e angoscia. Per questo è importante che gli adulti scelgano di dire la verità, ma in modo graduato e adatto all’età, facendo attenzione alle parole e ai tempi, perché i bambini colgono istintivamente i cambiamenti in famiglia e i non detti e spesso si rassicurano più con una spiegazione semplice che con il silenzio. Nel parlare con loro è bene evitare sia le bugie, sia le metafore che possono confondere, come “si è addormentato” o “è partito per un lungo viaggio”, che rischiano di creare paure del sonno o l’idea che la persona possa tornare all’improvviso. È più rispettoso usare frasi semplici e concrete, dicendo per esempio che il corpo della persona è molto malato, oppure che ha smesso di funzionare e non può più respirare, parlare o muoversi, e che questo si chiama morte. Prima di spiegare, è utile domandare al bambino che cosa ha capito, con domande come “Secondo te, cosa sta succedendo?”, così da cogliere cosa ha già intuito, quali idee si è fatto e che cosa lo preoccupa di più, correggendo con delicatezza eventuali fantasie spaventose. Le emozioni dei bambini vanno tutte riconosciute, senza giudizi, perché tristezza, paura, rabbia, ma anche un’apparente indifferenza o il bisogno di tornare subito a giocare sono modalità possibili e normali di reagire a una perdita. È importante che il bambino senta che ciò che prova è accettabile e che c’è un adulto che guarda, contiene e accompagna, invece di zittire con frasi del tipo “non piangere” o “non pensarci più”. Allo stesso modo è fondamentale rassicurarlo sul fatto che non ha colpa, perché molti bambini, soprattutto piccoli, pensano che la malattia o la morte siano una punizione per qualche pensiero cattivo o per un litigio, e va detto esplicitamente che i litigi e i pensieri non fanno ammalare né morire nessuno. Quando c’è una malattia grave in corso, la tentazione di non dire nulla per proteggerli è comprensibile, ma nel tempo rischia di aumentare la loro angoscia, perché percepiscono che qualcosa di serio sta accadendo senza poter capire che cosa. È più utile dare un nome alla malattia, con un linguaggio semplice, e collegare la spiegazione a ciò che vedono: le visite in ospedale, la stanchezza, i cambiamenti nel corpo della persona malata, spiegando che le cure servono per aiutare ma che rendono il corpo più debole o diverso. Con parole adeguate alla loro età si può preparare il bambino a ciò che potrebbe accadere nei prossimi tempi, così non si sentirà tradito dalla realtà se le condizioni peggiorano o se la presenza in casa diminuisce, e con i più piccoli possono aiutare i disegni, le bambole, le storie, che offrono uno spazio simbolico per “mettere fuori” la paura e darle una forma più gestibile. Quando si deve comunicare la morte, è bene scegliere un momento il più possibile raccolto, con un adulto di riferimento che possa stare vicino al bambino, anche fisicamente. Le frasi è preferibile che siano brevi e dirette, come “Devo dirti una cosa molto triste: la nonna è morta”, aggiungendo poi poche parole chiare su ciò che è accaduto al corpo, per esempio che il cuore ha smesso di battere e che il corpo non può più respirare, parlare o muoversi. È importante non usare giri di parole che possano ingannare o spaventare ulteriormente, sostituendo, ad esempio, l’idea del “sonno” con quella del corpo che non funziona più, così il bambino non associa la morte al dormire. Le reazioni del bambino possono essere molto diverse, dalla disperazione al pianto, alla rabbia, alle domande pratiche come “E adesso chi mi accompagna a scuola?”, fino al silenzio o al bisogno di tornare a giocare come se nulla fosse, e tutte queste forme rientrano nella normalità. In queste situazioni è più utile stare accanto che correggere, con frasi del tipo “Capisco che tu possa sentirti così, io sono qui con te”, piuttosto che spingere a contenere o a cambiare immediatamente l’emozione. Nei giorni e nelle settimane successive il bambino può tornare più volte con le stesse domande o con immagini legate alla morte e alla persona cara, anche attraverso il gioco e i disegni, e questo è un modo di elaborare, non una mancanza di rispetto. L’adulto può rispondere mantenendo una verità essenziale, senza entrare in particolari crudi, e può anche riconoscere serenamente quando non sa rispondere a tutto, dicendo che cercherà di informarsi, mostrando così che si può essere affidabili anche senza avere ogni risposta. Un capitolo delicato riguarda la possibilità di vedere il corpo del defunto. Non esiste una regola uguale per tutti, ma molte esperienze e riflessioni concordano sul fatto che, se ben preparato e mai imposto, per un bambino può essere significativo poter salutare concretamente la persona cara, perché questo dà più realtà all’evento e aiuta a capire che la morte è accaduta davvero. Per valutare se sia opportuno, è importante spiegare prima con calma che cosa vedrà, dicendo ad esempio che il nonno sarà nella bara o sul letto, che avrà un aspetto diverso, più fermo e freddo, che non si muove, non sente dolore e non può più parlare o aprire gli occhi. Dopo aver spiegato, si può chiedere al bambino se desidera salutare il nonno o la persona cara, lasciandogli la libertà di dire sì o no, anche cambiando idea all’ultimo momento, ed è fondamentale che non entri mai da solo, ma accompagnato da un adulto affettivamente vicino e sufficientemente tranquillo, pronto a uscire con lui se diventasse troppo difficile. Alcuni bambini troveranno importante avvicinarsi, toccare la mano, lasciare un disegno o un fiore, altri preferiranno restare fuori pur sapendo che la persona è lì, e in entrambi i casi ciò che conta è che si sentano rispettati e ascoltati, con la possibilità, in seguito, di parlare anche di eventuali immagini che li hanno impressionati, integrandole con i ricordi vivi e belli della persona amata. Un altro elemento importante è la partecipazione ai riti, come il funerale o altri momenti di saluto, che, se vissuti con una buona preparazione, aiutano il bambino a sentirsi parte della famiglia e a dare concretezza alla separazione, invece di vivere la morte come una scomparsa misteriosa. Si può spiegare con parole semplici come si svolgerà il funerale, che ci saranno persone tristi, forse in lacrime, che qualcuno parlerà o pregherà per la persona morta, e poi chiedere al bambino se desidera esserci, rispettando la sua scelta e proponendo, se non vuole partecipare, altre forme di saluto personale, come un disegno, un biglietto o una candela. Dal punto di vista della psicologia e della pedagogia di comunità è decisivo che il bambino non viva il dolore in isolamento, ma all’interno di una rete di relazioni che sostengano e contengano. In famiglia è prezioso che gli adulti condividano in modo sobrio anche le proprie emozioni, perché vedere un genitore che piange, ma resta comunque presente e disponibile, fa comprendere che si può soffrire senza esserne distrutti, mentre il mantenere alcuni ritmi quotidiani, come la scuola, il gioco, i pasti, offre una struttura che protegge e dà continuità. Raccontare storie sulla persona che non c’è più, guardare foto, mantenere piccole tradizioni che la ricordano, creare ad esempio una “scatola dei ricordi” con oggetti, lettere e immagini, aiuta a passare dalla presenza fisica alla presenza nella memoria e nell’affetto, dando al bambino modi concreti per tenere viva quella relazione in modo sano. Anche la comunità più ampia, come la scuola, la parrocchia, i gruppi sportivi, può diventare uno spazio di sostegno importante, se è informata e coinvolta, perché insegnanti e educatori possono comprendere meglio eventuali cambiamenti nel comportamento del bambino e proporre momenti espressivi e simbolici in cui il lutto possa essere narrato e condiviso. In questo modo la morte non è un evento da censurare, ma una realtà della vita che si impara ad attraversare insieme, sostenuti da adulti che offrono un’alleanza educativa. Un’immagine semplice, che può aiutare i genitori a orientarsi, è quella di tre verbi: dire, ascoltare, stare. Dire la verità con parole semplici e rispettose, ascoltare con pazienza ciò che il bambino pensa e sente, stare accanto nel tempo, senza la pretesa di “aggiustare” subito il dolore, permettendo che la famiglia e la comunità diventino il luogo in cui anche esperienze dure come la malattia grave e la morte di una persona cara possano trasformarsi in un cammino di crescita affettiva e di maturazione interiore.

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