Industria

Ilva, battaglia mediatica di Michael Flacks: “Sono l’unico che la può salvare”

23 Apr 2026

di Silvano Trevisani

Mentre le notizie non proprio rassicuranti sul futuro dell’ex-Ilva continuano ad accumularsi, a partire dalla risorse insufficienti per la cassa integrazione, l’ordinanza di chiusura della centrale a carbone emanata dal sindaco e subito opposta, e mentre riprende a Potenza il processo ‘Ambiente svenduto’, Michael Flacks, l’imprenditore americano che vuole prendere il mano l’azienda, intensifica la sua battaglia comunicativa. Una battaglia che, in attesa dei riscontri ufficiali da parte di commissari e governo, viene combattuta con una raffica di interviste che, evidentemente, tentano di accreditare la sua immagine e la sua proposta di rilevazione, che è al vaglio di governo e gestori, ma che non riscuote unanimi consensi, a partire dalle organizzazioni sindacali, che vorrebbero fosse lo Stato a risanare e decarbonizzare.

In una lunga intervista a Sky Tg24, Flacks si è mostrato molto rassicurante: assumerebbe quasi tutti i lavoratori, produrrebbe sei milioni di tonnellate, non chiederebbe lo scudo penale che aveva invece preteso Mittal e assicura che, dopo la firma della cessione, troverà finanziamenti adeguati dalle banche e adesioni di imprenditori italiani, di cui ha anche fatto i nomi. Ma è necessario che sia lo Stato a garantirgli il prestito iniziale di 500 milioni che egli restituirebbe sicuramente. Ricordiamo che oltre al Fondo americano Flacks una proposta d’acquisto è stata avanzata anche dalla società siderurgica indiana Jindahl. Il primo avrebbe proposto di produrre a Taranto a regime sei milioni di tonnellate di acciaio con 5 miliardi di investimenti occupando 8500 persone. Il secondo investirebbe un miliardo e mezzo. Potrebbe occupare 4500 lavoratori e avrebbe garantito la produzione della città pugliese fino al 2030, ma sembra che negli ultimi giorni l’azienda indiana si sia un po’ ‘raffreddata’ in seguito al blocco di Ormuz, dal momento che la produzione di Taranto sarebbe strettamente connessa con quella avviata in Oman.

Non si conoscono tutte le carte le carte ma è scontato il ridimensionamento di quello che un tempo era il polo siderurgico più grande d’Europa, che spaventa i sindacati che chiedono la presenza della mano pubblica. Lo Stato intanto continua a metterci i soldi: oltre due miliardi per prestiti e sussidi solo negli ultimi anni. Per un conto che supera i 10 dal 2012 quando partì l’inchiesta per strage e disastro ambientale. La trasformazione industriale per ridurre l’inquinamento utilizzando principalmente energia elettrica al posto di carbone e gas per accendere i forni è una delle sfide principali. Una transizione complessa che si dovrebbe attuare in quattro anni con l’intento di garantire l’occupazione.

Ma, come dicevamo, Flacks si mostra molto, forse troppo, sicuro di sé e tranquillizzante nelle sue dichiarazioni. “Questo business sta morendo – dice – e nessuno investirebbe un euro”. Lui invece è sicuro di rilanciare l’Ilva perché ama le sfide, sostiene che lo stabilimento di Taranto è il migliore d’Europa e che nel giro di 5/10 anni sarà del tutto trasformato. Sostiene di aver già parlato con gli industriali italiani del settore: Marcegaglia, Danieli e con Metinvest, e che sono disponibili a entrare nel progetto, dopo che sarà sottoscritto l’accordo di vendita. Sostiene anche che questo non è l’unico investimento che intende realizzare in Italia, mentre altri li sta facendo in altri paesi.

Ma il governo, intanto, che aveva assicurato di chiudere la cessione entro aprire, non ha per niente le idee chiare e anche la cassa integrazione rischia di diventare un problema. Ieri sulla questione c’è stata una riunione tra ministero e sindacati per le garanzie di copertura che, comunque, non andranno al di là di ottobre.

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