Tracce

Planimetria di una complessità

da facebook di Alex Sinclair
04 Mag 2026

di Emanuele Carrieri

Non sono tutti come loro. Non sono tutti come Netanyahu, come Ben-Gvir, il ministro della sicurezza nazionale, che ha festeggiato l’approvazione, da parte della Knesset, della legge che introduce la pena di morte per i palestinesi, colpevoli di reati di terrorismo. No, gli ebrei non sono tutti come loro. Ci sono altri ebrei, migliori di loro: uno è Alex Sinclair, 53 anni, docente all’Università Ebraica di Gerusalemme e animatore di iniziative educative di fondazioni filantropiche ebraiche, in Europa e America. Seduto davanti a un bar, è stato avvicinato da due poliziotti che gli hanno detto che la sua kippah (lo zucchetto usato dagli ebrei maschi) era “illegale” e che andava confiscata. La illegalità? La presenza di due ricami: le bandiere, israeliana e palestinese. Dopo venti minuti alla stazione di polizia in stato di fermo, il rilascio e la riconsegna della kippah, “amputata”. Un fatto, questo, che è la manifestazione della grave e profonda frattura, di natura teologica e storica, che attraversa il mondo ebraico da oltre un secolo. Basta esaminare le immagini provenienti da Mea Shearim, uno dei più antichi quartieri ebraici di Gerusalemme, nelle cui strade poche settimane fa centinaia di ultraortodossi hanno sventolato le bandiere palestinesi, bruciato quelle israeliane e scandito degli slogan contro il sionismo. È una controversia antica quanto lo Stato di Israele stesso. Per capire la rilevanza di questo dissenso, necessita ripercorrere la nascita del sionismo moderno, alla fine dell’Ottocento, quando fu elaborato un progetto politico destinato a cambiare la condizione ebraica. Il sionismo fu proposto come risposta all’antisemitismo europeo, cambiando l’ebraismo da identità religiosa a soggetto nazionale, con l’aspirazione a diventare uno stato. Questa riconfigurazione, però, non fu accolta da tutti. La parte più ortodossa dell’ebraismo percepì il piano sionista come una rottura rispetto alla tradizione, se non proprio come una violazione dell’ordine divino. Al fondo di questa resistenza vi è una concezione teologica precisa. Secondo alcune interpretazioni del Talmud, un testo sacro dell’ebraismo, il ritorno del popolo ebraico nella terra di Israele e la restaurazione della sovranità politica non possono essere l’esito di una iniziativa umana, ma devono avvenire per volontà divina, con l’avvento del Messia. In questa prospettiva, il sionismo è una “secolarizzazione” di una attesa religiosa. Mea Shearim è uno dei posti in cui questa tensione si manifesta di più, perché è ancora oggi un bastione di un ebraismo di rigorosa osservanza religiosa ed è contraddistinto da una forte distanza dalla modernità laica. In quel quartiere nel cuore di Gerusalemme, il rifiuto del sionismo è il prodotto di una persistenza storica, precedente alla nascita dello Stato di Israele. Con la istituzione dello Stato di Israele nel 1948, tale opposizione si riorganizzò in forme comunitarie e ideologiche più strutturate. Fra i gruppi più noti vi sono i Neturei Karta, fondati nel 1938 e che rappresentano l’espressione più intransigente e più estremista di tutto l’antisionismo religioso. Non riconoscono la legittimità dello Stato di Israele – ed è questo il motivo per il quale non ritengono di dover prestare servizio militare obbligatorio nelle forze armate di uno stato a cui non sentono di appartenere – e affermano che la sovranità dello stato debba essere sospesa fino alla redenzione messianica. La loro posizione li ha portati a partecipare a cortei, a proteste e a manifestazione pro-pal e a stabilire contatti ambigui con avversari di Israele, suscitando critiche all’interno dello stesso mondo ebraico. Ma tali gruppi sono una minoranza esigua, priva di un peso politico nelle dinamiche interne dello Stato israeliano. La maggior parte degli ebrei, sia in Israele che altrove, riconosce lo Stato e ne accetta l’esistenza, pur con eterogenei orientamenti ideologici. La rilevanza di queste manifestazioni non è nelle cifre, ma nel loro significato simbolico e nella capacità di influenzare il dibattito pubblico. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, i video di ebrei che agitano bandiere palestinesi o che bruciano le bandiere israeliane hanno un valore evocativo. Sono, molte volte, usati per ribadire la distinzione fra antisionismo e antisemitismo, una distinzione che è al centro di caldissimi dibattiti diplomatici, accademici e mediatici. In tal senso, la presenza di gruppi ebraici antisionisti dispensa più motivi a chi critica le politiche israeliane, complicando in maggior misura lo scenario. E tali manifestazioni rendono visibile una frattura che precede e trascende il conflitto in atto e attirano l’attenzione su una tensione fra la religione e la politica, fra una idea della storia e una nuova visione dello “stato – nazione”. Ciò che emerge non è tanto la rilevanza di tali proteste, quanto la loro abilità nel mettere in luce una questione di fondo che insegue la storia ebraica contemporanea: il rapporto, mai del tutto risolto, fra religione e sovranità. In altri termini, il problema non riguarda solamente il consenso o il dissenso verso lo Stato di Israele, ma il modo stesso in cui l’identità ebraica viene declinata nel panorama politico. È questo il fattore che rende azioni, come quelle di Mea Shearim, meritevoli di attenzione. Non alterano gli equilibri geopolitici, né mettono in dubbio la stabilità dello Stato israeliano. Obbligano però a riconoscere che il sionismo continua a convivere con una tradizione religiosa che non si fa ingaggiare dalla modernità. In questa convivenza, talvolta molto difficoltosa, si coglie una delle chiavi più profonde per capire non soltanto le tensioni del mondo ebraico, ma anche le opacità e i contrasti che da sempre, e oggi ancor più, attraversano tutto il Medio Oriente.

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