Tracce

Quelle derive pericolose

Ansa/Avvenire
11 Mag 2026

di Emanuele Carrieri

Torre Borraco, Torre Castelluccia, Torre Colimena, Torre Ovo: sono solo alcuni dei nomi delle strutture di avvistamento situate lungo i nostri litorali. Servivano ad anticipare le scorribande dei predoni che arrivavano dal mare e a esorcizzare la paura della distruzione delle nostre antiche civiltà. Una paura, questa, che sopravvive nel nostro tempo, in tutta Europa, ma che ha incontrato una diversa modalità di “esorcismo”: il nome è remigrazione, che, per adesso, attira molti consensi, soprattutto di carattere elettorale. La nuova denominazione è stata inventata per tranquillizzare le paure che attraversano le nostre strade, le nostre piazze, i nostri quartieri, le nostre città, non all’altezza di conglobare masse di immigrati che contengono, nelle loro pieghe, individui che hanno una evidente predisposizione a commettere crimini. A prescindere dai paesi e dalla colorazione dei governi al potere, le statistiche sostengono che la politica di contenimento dei fenomeni migratori, anche a livello europeo, rimane davvero poco adeguata, mentre sporadici rallentamenti stagionali dei flussi non modificano un andamento che sembra quasi inarrestabile. Anche nel caso delle centinaia di migliaia di ucraini che hanno dovuto lasciare il proprio paese per l’aggressione russa, in quegli stati che li hanno accolti, in grande numero e a braccia aperte (Polonia, Germania, Repubblica Ceca), oggi è significativamente palpabile un certo rigetto per le risorse prosciugate, nei rami dell’istruzione e della sanità, a scapito delle popolazioni locali. Quasi certamente se, sulla materia migratoria, vi fosse un considerevole consenso politico nell’Unione Europea, si potrebbero generare le dovute ingenti risorse per selezionare, preparare e introdurre nel mondo del lavoro europeo migliaia di lavoratori di cui le economie hanno bisogno per tenersi in piedi e per far fronte a un inverno demografico caratterizzato da un calo incessante delle nascite e un invecchiamento della popolazione. Quali sono le discriminanti che rendono le nostre popolazioni più o meno sensibili alla presenza del migrante, ad accoglierlo come badante o a offrire un lavoro? Le analisi divergono a seconda del quadro storico-sociale in cui si vive e del trend dell’economia. Ma anche le reazioni dei paesi e dei governi al potere si differenziano significativamente e, innanzitutto, le reazioni delle diverse destre europee. I segnali di pericolo più critici giungono dalla Germania. Alternative für Deutschland (Alleanza per la Germania), partito di estrema destra capeggiato da Alice Elisabeth Weidel, che, ormai, ha occupato spazi sempre più importanti nel panorama politico tedesco (da ultimo ha guadagnato il 20% dei consensi in Renania e non soltanto nelle aree dell’Est), è fiancheggiato e spalleggiato da fazioni e gruppi minori – con orientamenti razzisti, islamofobi, antisemiti, xenofobi e identitari, accusati anche di rapporti con il neonazismo – che auspicano provvedimenti perfino più risolutivi. Il cancelliere Friedrich Merz cerca di sottrarre brezza dalle vele di Alternative für Deutschland, temendo la graduale espulsione del settanta – ottanta per cento dei siriani – erano circa un milione ai tempi di Angela Merkel – che ormai sono del tutto integrati nella società tedesca. Merz deve far fronte a difficoltà pratiche relative all’atteggiamento del governo siriano e non sembra aver la forza politica di trascinare la propria maggioranza di governo contro il consenso di diverse forze sociali intermedie moderate. La destra tedesca, invece, si fa pubblicamente portavoce di vere e proprie espulsioni di massa, prende pessimi esempi dalle azioni violente dell’Agenzia Federale per l’Immigrazione (Ice) negli Stati Uniti e non ha vergogna nel rievocare antichi fantasmi di pulizia etnica. Ciò che allarma è che Alternative für Deutschland sta scaldando i muscoli per il voto di settembre e potrebbe vincere maggioranza assoluta e governo in Sassonia-Anhalt in cui è riconosciuta come estremista di destra. Uguale è la posizione dell’ultra conservatore Nigel Farage, in Gran Bretagna, alla guida del partito Reform UK, favorevole a rimpatri forzati e sempre più popolare presso quegli elettori delusi dal governo laburista e che lo hanno premiato alle recenti elezioni amministrative. In Francia il quadro è più difficile: il Rassemblement National, partito della destra estrema, guidato da Jordan Bardella, che potrebbe mandare, nel 2027, all’Eliseo un suo rappresentante, ha una postura decisa, ma meno aggressiva verso gli immigrati per non spaventare troppo il ceto medio. Per arrivare al potere punta sul caos politico, nel centro e a sinistra, e sull’incapacità di Emmanuel Macron nel far riavviare l’economia. In Italia, invece, il governo di Giorgia Meloni deve fare i conti con l’indubitabile contributo al Pil che gli stranieri forniscono, mentre Matteo Salvini è stato spogliato della causa dal generale Roberto Vannacci e dall’appena nato movimento Futuro Nazionale, il cui messaggio sembra fare breccia fra una percentuale di votanti di Fratelli d’Italia e della Lega. All’interno di questo quadro, emerge, nel nostro Paese, un dato molto preoccupante per l’economia e molto sottovalutato dalla compagine di governo: la mancanza di manodopera, una crisi strutturale acuta, con circa il settanta per cento delle aziende che, nei primi mesi di questo anno, annuncia grosse difficoltà a reperire addetti, impiegati, maestranze, operai specializzati e non. I settori maggiormente colpiti sono diversi: il turismo, i servizi terziari, la ristorazione, la sanità, il comparto del manifatturiero, l’edilizia, e in particolare l’artigianato, nel quale la difficoltà di reperimento tocca picchi elevatissimi. È sicuro che il tema migrazione, alquanto complesso e divisivo, si presti a molto facili semplificazioni e molto serie manipolazioni: occorre tutta la necessaria risolutezza contro le derive autoritarie semplificatorie, perché sul tema migrazione si gioca una importantissima partita per la stessa sopravvivenza delle democrazie di tutta Europa.

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