Viaggio apostolico

Leone XIV in Spagna: “Non possiamo credere in Gesù e fare guerra”

ph Vatican media-Sir
11 Giu 2026

Un “segno di unità e di concordia”, “segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri”. Al termine del quinto giorno del suo viaggio apostolico, alla presenza dei Reali di Spagna, Leone XIV arriva alla Sagrada Familia, attorniato ancora una volta da una folla sterminata, per  benedire la Torre di Gesù: 172,5 metri che fanno del tempio costruito da Antoni Gaudì, di cui quest’anno si celebra il centenario della morte, la chiesa più alta del mondo. Nell’omelia della messa in catalano e spagnolo, dopo la venerazione della tomba dell’”architetto di Dio”, il Papa spiega che “noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine”. Perché la Sagrada Familia è un faro che illumina tutta Barcellona anche di notte, è un cantiere “che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, un progetto che Dio porta a compimento”. “Non abitiamo un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione”, precisa Leone: “La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo, quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme. Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi”, assicura il Pontefice. Poi il monito per l’oggi: “Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”.

La Croce posta in cima alla basilica, per il Papa “è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno”, come attestano le tre facciate. Guardando a Cristo, tramite la Torre di Gesù, “possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati”, assicura Leone XIV: “la Torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: ‘Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”.
Siamo noi le pietre, ed è la fede che “dà forma alle pietre”: la luce che emana dalla Croce in cima alla basilica “brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo”. “Come architetto ardente di fede, il Venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi”. E’ questa la sintesi del messaggio della Sagrada Familia, “un capolavoro architettonico che è anche una eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce”, grazie al connubio tra arte e fede. “La bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo”, l’auspicio finale: “Mentre alziamo lo sguardo a lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello sposo”. La giornata di oggi, dopo l’abbraccio con i detenuti del penitenziario Brians 1, ai quali ha ricordato che “gli errori della vita non determinano l’identità di una persona”, era cominciata proprio con il Papa pellegrino verso un altro luogo molto caro al popolo catalano e spagnolo: l’Abbazia di Montserrat, frequentata da pellegrini provenienti da tutto il mondo, dove un Pontefice è tornato 44 anni dopo Giovanni Paolo II. Alternando anche qui il catalano e lo spagnolo, nel discorso dopo la recita del Rosario, Leone ha affidato il suo ministero e la missione della Chiesa nel mondo, “che grida chiedendo giustizia e pace”, alla “Moreneta”, alla quale ha confidato, a braccio, di essere devoto fin dai tempi del suo ministero in Perù. Poi una sorta di “ritorno a casa”, per l’incontro con le realtà di carità e assistenza diocesane nella chiesa di Sant’Augustì, a Raval, gestita dagli agostiniani in uno dei quartieri più disagiati del centro storico di Barcellona. Le domande più dirette sono venute dal piccolo Renzo, 6 anni, che gli ha inviato una lettera. “Perdonare – ha spiegato Leone al bambino – non significa dire che il male è stato giusto, né permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse accaduto.
Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore”. Non sono mancati riferimenti personali, a braccio, sullo sport, che “fa bene a tutti, aiuta a mantenere una buona salute, nel corpo nella mente”,   e sulle sue preferenze che vanno al tennis più che al calcio, a cui ha giocato da seminarista, ma in difesa e facendo pochi gol. Infine un pensiero ai nonni: “sono molto importanti nella vita delle famiglie. Non dovrebbero mai restare soli”, in preda alla solitudine o all’abbandono.

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26 Set 2026