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Mondiali 2026: tra festa globale e ombre etiche, cresce il fronte delle critiche

ph Ansa-Sir
15 Giu 2026

di Massimo Lavena

Con il calcio d’inizio allo stadio Azteca di Città del Messico inizia oggi la 23ma edizione della fase finale del Campionato mondiale di calcio, Fifa 2026. Per la prima volta si svolgerà con le partite divise su tre nazioni dello stesso continente: Messico, Stati Uniti d’America e Canada. Verranno giocate 104 partite tra l’11 giugno e il 19 luglio; saranno 48 le squadre per complessivi 1.248 giocatori (26 convocati per squadra); 16 le città ospitanti di cui 3 in Messico, 2 in Canada e 11 negli Stati Uniti d’America; 4 squadre nazionali esordienti (Cabo Verde, Uzbekistan, Giordania, Curaçao). Saranno presenti le squadre vincitrici di 19 edizioni su 22 già effettuate: Brasile (5) Germania (4), Argentina (3) Uruguay e Francia (2 ciascuna), Inghilterra e Spagna (una volta per una); solo l’Italia, vincitrice di 4 edizioni passate, non si è qualificata per la terza volta consecutiva. Questi numeri danno la dimensione di un evento globale, che sarà visto da alcuni miliardi di telespettatori, con introiti pubblicitari enormi, con problemi di spostamenti per le squadre e molte domande controverse di natura sociale, etica e politica.
I Mondiali saranno giocati in un clima teso e contrastato, e non solo per i problemi di natura atmosferica e geografica: la persistente situazione di guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran, le leggi anti-immigrazione della amministrazione Trump, i conflitti ideologici e umanitari tra Messico e Canada con gli Usa, gli scontri politici e di gestione militare interni alla Nato, le tensioni Medio orientali, i numerosi conflitti regionali in corso, spargono fiele a piene mani sull’organizzazione gestita dalla federazione internazionale del calcio, la Fifa: è chiamata pesantemente in causa per la gestione dei problemi etici e sociali legati all’organizzazione dei Mondiali, con scelte che se da una parte sembrerebbero ambire ad un allargamento della partecipazione sportiva, dall’altra portano a galla faccende di esclusiva natura economica e di introiti, slegate totalmente dal rispetto dello spirito dello sport e della competizione, che rilanciano la perdita di rispetto del valore umano e sportivo, sottomesso ai guadagni pubblicitari e delle scommesse.
In questi ultimi giorni abbiamo assistito all’espulsione dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, respinto alla frontiera statunitense ufficialmente per problemi di visto (nella realtà perché la Somalia è considerato dall’amministrazione Trump uno Stato terrorista), alla revoca dei biglietti ai tifosi iraniani e marocchini, ai controlli antidroga alle squadre del Senegal e dell’Uzbekistan, al divieto di pernottamento negli USA alla delegazione iraniana costretta a lunghe trasferte dal Messico per giocare le sue partite negli States, all’interrogatorio di 11 ore a cui è stato sottoposto un calciatore iracheno: le critiche internazionali alla FIFA di comportamento pilatesco davanti a queste situazioni stanno aumentando vertiginosamente.

L’arcivescovo di Berlino, mons. Heiner Koch, in un intervento alla stazione radio berlinese rbb 88.8, ha criticato i Mondiali: “Quando si investono miliardi per produrre immagini perfette, mentre allo stesso tempo le persone vengono emarginate, monitorate o considerate un rischio durante i Mondiali, come pianificato dall’amministrazione Trump, allora c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato”.
Per Koch “allora il calcio diventa un alibi. Allora la Coppa del Mondo non è più una celebrazione della comprensione internazionale, ma una dimostrazione di potere”, e la Chiesa ha quindi il dovere di vigilare attentamente perché se “sul campo, l’arbitro si assicura che le regole vengano rispettate”, allora “dobbiamo farlo insieme, al di fuori del torneo”.
Koch ha fatto riferimento all’arcivescovo di Guadalajara – una delle tre città messicane che ospiteranno partite del mondiale – il cardinale Francisco Robles Ortega, che aveva criticato pubblicamente il fatto che la decisione sui Mondiali fosse stata presa da politici e funzionari scavalcando la popolazione, mentre i problemi sociali quotidiani rimanevano irrisolti. In questa direzione deve esser visto l’appello lanciato dalla Commissione per la protezione dell’infanzia dell’Arcidiocesi di Città del Messico sul tema delle violenze e dell’rischio dell’ aumento della tratta di esseri umani, sfruttamento sessuale e violenza contro persone particolarmente vulnerabili in occasione dei Mondiali di calcio: alla luce dei milioni di visitatori previsti, il Mondiale rischia di essere un potenziale pericolo da parte delle reti criminali che spesso intensificano tali crimini in concomitanza con i grandi eventi sportivi. I Mondiali, che si svolgono in un contesto di elevata mobilità e grandi folle, potrebbero essere deliberatamente sfruttate da trafficanti e sfruttatori di esseri umani: bambini, giovani, donne, migranti e persone in situazioni di vita precarie sono particolarmente a rischio.

Secondo Thomas Gremsl, teologo e docente di etica e scienze sociali di Graz, l’espansione a 48 squadre con 104 partite, ha spinto i limiti morali molto in basso, con gigantismo, sfruttamento dei lavoratori, commercializzazione senza limiti, strumentalizzazione politica, guerra di immagine e speculazioni. “Non è certo un segreto che questa espansione serva principalmente a interessi economici: più partite, più marketing, più entrate”, ha detto Gremsl, in un’intervista a katholisch.de.

In quanto ex arbitro, attento osservatore del mondo del calcio a livello accademico, Gremsl ha evidenziato che “lo Spirito del Gioco – fatto di correttezza, integrità, rispetto – viene minato da molti protagonisti. Ciò è particolarmente evidente nell’assegnazione del Premio FIFA per la Pace, creato appositamente per lui, a Donald Trump. Da un lato, la FIFA si ingrazia i leader politici in modo altamente discutibile, dall’altro afferma di essere politicamente neutrale. A quanto pare, questo vale solo nei contesti in cui ne trae vantaggio. Un caso lampante di ipocrisia, per così dire”. Sono molti i problemi legati alla gestione organizzativa come il costo proibitivo dei biglietti, che raggiungono i 12mila dollari: “Quando guardo agli Stati Uniti, mi chiedo: chi può ancora permettersi i biglietti?

A questo si aggiungono le enormi distanze tra gli stadi. In Messico ci sono grossi problemi con l’approvvigionamento idrico. Per la costruzione di uno stadio, una conduttura idrica è stata interrotta per la popolazione locale. L’accesso all’acqua è un diritto umano, e qui viene calpestato. La FIFA aveva anche annunciato il divieto di introdurre bottiglie d’acqua personali nello stadio, ma poi ha fatto marcia indietro. Tutto ciò è moralmente riprovevole”. La domando che si pone è: “Di cosa ha veramente bisogno il calcio? E cosa può tollerare, dal punto di vista economico, ecologico, sociale e sportivo? Stiamo assistendo a un’inversione di fini e mezzi. Il calcio dovrebbe essere un fine in sé: la gioia del gioco dovrebbe essere prioritaria. Invece, sta diventando sempre più uno strumento per interessi economici e politici. Questo contraddice l’etica dello sport”. Per Gremsl anche i calciatori dovrebbero farsi carico dei problemi etici e morali: “Chi beneficia del sistema calcistico ha anche una certa responsabilità per il suo ulteriore sviluppo. Prendiamo ad esempio il capitano della nazionale tedesca, Joshua Kimmich. Si è rifiutato di commentare le circostanze politiche che hanno caratterizzato questi Mondiali. Tuttavia, in quanto personaggio pubblico, si è espresso durante il dibattito sul coronavirus, su un argomento di cui non aveva particolare competenza. Eppure, quando si tratta di problemi all’interno del suo stesso sistema, si dichiara non responsabile. A mio avviso, questo è inaccettabile. I giocatori non possono sottrarsi alle proprie responsabilità”.

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