Ecclesia

Non abbiate paura: la libertà del discepolo nella comunione con il Padre

19 Giu 2026

di Luana Comma

Esiste una paura che imprigiona l’uomo e una paura che, paradossalmente, lo rende libero: il Vangelo di Matteo pone il discepolo davanti a questo bivio proprio nel momento in cui Gesù lo prepara alla missione. Egli non promette successo, approvazione o tranquillità, ma invita a fondare la propria esistenza su una certezza più profonda delle circostanze storiche. Per tre volte risuona il comando μὴ φοβεῖσθε (mē phobeîsthe, «non abbiate paura»), un imperativo che costituisce la chiave ermeneutica dell’intera pericope: il cristiano può affrontare ogni opposizione perché la sua vita è custodita dal Padre e orientata verso un destino che nessuna forza terrena può distruggere.

Il brano si colloca all’interno del discorso missionario, immediatamente dopo l’annuncio delle persecuzioni che accompagneranno la testimonianza evangelica. Matteo non nasconde la possibilità del rifiuto né attenua la durezza del conflitto che il discepolo dovrà affrontare; al contrario, lo inserisce nell’orizzonte della storia della salvezza, dove la verità di Dio possiede una forza destinata a manifestarsi pienamente. Eppure Gesù invita i suoi a guardare oltre l’immediato, perché «nulla vi è di nascosto che non sarà svelato e nulla di segreto che non sarà conosciuto» (Mt 10,26). La verità del Regno può attraversare il silenzio e persino l’ostilità, ma è destinata a manifestarsi pienamente nel compimento del disegno salvifico di Dio.

Da questa prospettiva deriva il comando di proclamare «nella luce» ciò che hanno ascoltato «nelle tenebre» e di annunciare «dai tetti» quanto è stato loro affidato nel segreto. Il Vangelo non appartiene a un sapere elitario destinato a pochi iniziati, ma possiede una vocazione universale: la Parola ricevuta diventa inevitabilmente Parola comunicata. La Chiesa nasce proprio da questo dinamismo missionario, che trasforma l’ascolto in testimonianza e la comunione con Cristo in annuncio per il mondo.

Al centro della pericope emerge il secondo grande invito a non temere: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (Mt 10,28). Anche qui ricorre l’espressione μὴ φοβεῖσθε (mē phobeîsthe), «non abbiate paura», ma con una precisazione decisiva. Gesù distingue infatti tra σῶμα (sōma, il «corpo»), e ψυχή (psychḗ, termine comunemente tradotto con «anima»).

Questa distinzione, tuttavia, non deve essere interpretata secondo il dualismo della filosofia greco-ellenistica, che opponeva il corpo materiale a un’anima separabile e immortale. Nell’antropologia biblica i due vocaboli descrivono la persona nella sua unità: il σῶμα indica l’uomo nella sua concretezza storica e visibile, mentre la ψυχή esprime il principio della vita, la dimensione più profonda dell’esistenza ricevuta da Dio e orientata a Lui. Il messaggio, dunque, non propone una contrapposizione tra due componenti indipendenti dell’essere umano, ma afferma che nessun potere terreno può dominare il destino ultimo della persona, il quale rimane interamente nelle mani del Creatore.

In questa luce si comprende anche il significato autentico del timore di Dio. Il verbo φοβεῖσθαι (phobeîsthai, «temere») non indica un sentimento di angoscia servile, bensì quell’atteggiamento sapienziale che riconosce la santità e la sovranità del Signore. Si tratta del timore sapienziale celebrato dall’Antico Testamento, che coincide con l’atteggiamento di chi fonda la propria vita su Dio e orienta a Lui ogni decisione. È proprio questo santo timore a rendere il credente libero dalle paure che derivano dal giudizio degli uomini o dalle minacce della storia.

Proprio il desiderio di sottrarsi all’incertezza rende particolarmente attuale questo insegnamento evangelico. Non poche proposte spirituali contemporanee, così come il ricorso a pratiche esoteriche, divinatorie o di matrice New age, si alimentano infatti dell’illusione di poter controllare il futuro o neutralizzare la paura attraverso conoscenze e tecniche particolari. Il Vangelo indica una via opposta: la libertà del discepolo non nasce dal possesso di un presunto potere sul domani, ma dall’affidamento fiducioso alla provvidenza del Padre. È proprio rinunciando alla pretesa di dominare il mistero che il credente scopre la pace di chi sa che la propria vita è nelle mani di Dio.

La riflessione evangelica prosegue poi con due immagini di sorprendente tenerezza: i passeri venduti per pochi spiccioli e i capelli del capo «tutti contati». Con esempi tratti dalla vita quotidiana egli dischiara il mistero della provvidenza divina. Nulla sfugge allo sguardo del Padre; persino le creature più piccole sono comprese nel suo disegno d’amore. Se questo vale per gli uccelli del cielo, tanto più riguarda coloro che sono stati chiamati a partecipare alla missione del Figlio. La sicurezza del discepolo non nasce dunque dalla propria forza, ma dalla consapevolezza di essere conosciuto e custodito da Dio in ogni istante della sua esistenza.

La provvidenza, tuttavia, non elimina il rischio né preserva automaticamente dalla sofferenza. Essa garantisce piuttosto che nessun evento storico può sottrarre il credente alla comunione con il Padre. Per questo l’affermazione «voi valete più di molti passeri» non è una semplice consolazione psicologica, ma una dichiarazione sul valore incomparabile della persona umana agli occhi di Dio, il quale ne conosce il nome, la storia e perfino i dettagli più nascosti della sua vita.

L’intera pericope trova il suo vertice nell’appello a riconoscere pubblicamente Cristo davanti agli uomini. Matteo utilizza il verbo ὁμολογήσει (homologḗsei, «confessare», «dichiarare apertamente»), indicando una professione di fede che coinvolge l’intera persona e si manifesta nella concretezza dell’esistenza. A esso si contrappone ἀρνήσηται (arnḗsētai, «rinnegare»), che esprime il rifiuto di ogni appartenenza al Signore. La confessione cristiana non può quindi ridursi a una formula pronunciata con le labbra, ma implica una comunione vitale con Cristo capace di tradursi in scelte coerenti anche quando esse comportano incomprensione, isolamento o persecuzione.

La promessa finale possiede un evidente carattere escatologico: chi riconoscerà Cristo davanti agli uomini sarà riconosciuto da lui davanti al Padre; chi invece lo rinnegherà si porrà volontariamente fuori da questa comunione. La testimonianza resa nel tempo acquista così una dimensione definitiva, perché manifesta l’orientamento profondo della libertà umana verso Dio oppure lontano da lui.

Il messaggio di Matteo conserva un’attualità sorprendente. In una cultura nella quale la fede rischia spesso di essere relegata alla sfera privata o ridotta a semplice opinione personale, il Vangelo richiama ogni credente a una testimonianza pubblica, umile ma coraggiosa, fondata non sulla ricerca del consenso ma sulla fiducia nella provvidenza del Padre. La vera libertà nasce quando il cuore non è più dominato dal giudizio mutevole degli uomini, ma dalla certezza di essere conosciuto, amato e custodito da Dio.

Resta allora una domanda che attraversa il testo evangelico e interpella anche il cristiano contemporaneo: quale paura orienta le nostre scelte? Quella che nasce dal desiderio di essere approvati dal mondo, oppure quel santo timore che conduce ad affidarsi totalmente al Padre e rende possibile una testimonianza autentica del Vangelo anche nelle prove della storia?

Matteo suggerisce che soltanto chi riconosce la propria vita come custodita dalla provvidenza divina può diventare un autentico testimone del Vangelo, capace di annunciare senza paura una verità che nessuna opposizione riuscirà a soffocare.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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