Casi Roggero e Fakir: “Non dobbiamo mai dimenticarci della sacralità della vita”
Preoccupa non poco il sociologo Maurizio Fiasco, specializzato, tra le altre cose, in ricerca e formazione in tema di sicurezza pubblica, lo scadimento della sacralità della vita, come pure il crollo della cultura e dell’etica del servizio, come afferma in un’intervista al Sir, a partire da due casi di cronaca che stanno facendo molto discutere: il caso del gioielliere Mario Roggero, entrato in carcere dopo la condanna definitiva per l’omicidio volontario di due rapinatori e il ferimento di un terzo, che avevano messo a segno una rapina nella sua gioielleria, e la morte, domenica a Bologna, del 42enne marocchino Abderrahim Fakir, durante un intervento di polizia. “La cultura e l’etica del servizio non sono un adempimento tecnico, ma una motivazione dell’agire quando quel che facciamo ha incidenza sulla vita e sulla quotidianità di altri. Dobbiamo condividere un’etica e una cultura del servizio, anche se siamo dei privati cittadini”, spiega.

ph Siciliani Gennari-Sir
Professore, cosa la colpisce di questi due casi?
Non si è avvertito il danno immenso arrecato a tutti, dai bambini ai novantenni, dalla continua messa in onda delle immagini di quanto avvenuto a Grinzane Cavour e a Bologna: immagini, nel caso di Roggero, prima delle violenze dentro i locali del gioielliere, poi dell’uccisione di due persone, il ferimento di una terza e lo sfregio dei calci in testa alla persona che moriva. Non si può trascurare il guasto enorme che provoca questo spettacolo di violenza e di morte, mostrato in tv e che inflaziona i social. Sono immagini entrate nella testa, negli occhi, nella percezione di tutti gli italiani: sono molto preoccupato, perché l’umanità con queste scene regredisce all’epoca in cui andava ad assistere alle esecuzioni capitali. Adesso non avviene fisicamente in presenza, avviene su reti televisive e social. I guasti profondi nella psicologia sociale, nei rapporti sociali, nel formarsi di una coscienza morale provocati da questo spettacolo sono da valutarsi immediatamente e da suscitare un dibattito soprattutto per noi cristiani, per sempre fedeli al comandamento “non uccidere”. La deroga al quinto comandamento è quando “non uccidere” entra in conflitto con l’uccisione di un innocente. Parliamo del diritto romano, nel terzo secolo d.C., poi rigidamente codificato dal codice di Giustiniano: è stato l’avvento del cristianesimo che ha trasformato il non uccidere da una norma religiosa a una norma di diritto fondativa di ogni Stato nei cinque continenti. La spettacolarizzazione del crimine, a reti unificate, nei programmi che vivisezionano i fatti di cronaca nera, fornendo agli italiani, anche in fascia protetta, i dettagli orripilanti di un crimine, produce anche un cambiamento antropologico.
Anche il video della morte di Fakir gira tantissimo, ad esempio sui social…
Sì, la morte in presa diretta di questo sofferente di mente viene continuamente riproposta. La scena mi ha fatto venire in mente quando gli energumeni negli ospedali psichiatrici, di fronte a persone che esprimevano con concitazione una sofferenza mentale, rispondevano con i letti di contenzione, con la violenza e spesso con il sadismo. Ma prima dei riflettori sui poliziotti vanno puntate le luci sul comportamento dei sanitari. Era palese che quella persona, con 38 gradi a Bologna, era in difficoltà. In tutta Italia, in questa torrida estate, si verificano migliaia di episodi di insofferenza, di nervi che saltano, di grida, dovuti anche allo stress di questa emergenza climatica che sta colpendo tutti a tutte le latitudini, facendo venire fuori fragilità. Anche qui c’è la spettacolarizzazione dell’agonia e della morte di questo poverino.
Mi colpisce l’irresponsabilità davanti agli effetti che queste immagini, le polemiche e le apologie imbastite su queste immagini provocano nel profondo del senso comune ostacolando la voce della coscienza del popolo. Questo è l’elemento più grave.
Pensiamo al caso del gioielliere: che alternative ci sono per dare più sicurezza?
Una società moderna e garantista è il risultato di una coerenza di comportamento dei vari sistemi. Noi sappiamo che il vero problema è dato dalle vittime a ripetizione, cioè l’80% dei reati viene commesso sul 20% delle vittime.
Quindi, la questione di un sistema di sicurezza pubblica è come programmare una protezione di questo 20% della popolazione. Dobbiamo identificare la popolazione esposta al rischio crimine e farla diventare il target privilegiato del sistema di sicurezza pubblica. Questa popolazione target è composta da persone fragili, anziani, persone che si trovano in luoghi particolarmente esposti all’aggressione. Pensiamo alle donne o a chi svolge un’attività che comporta la detenzione di beni di notevole valore venale, i gioiellieri in primo luogo, che sono tra le vittime a ripetizione quelle che più volte e con maggiore frequenza conoscono la stessa traumatica esperienza. Occorre, da un lato, aiutare queste categorie a rischio a gestire la propria attività prevedendo il rischio e, dall’altro, adottare una metodologia di riduzione del rischio.
Esiste qualche esempio?
A Roma c’è stato un progetto, dal Giubileo del 2000 fino al Giubileo della Misericordia, che ha dotato il tessuto delle imprese commerciali sul territorio, dalle associazioni degli orafi a quelle di commercianti e artigiani che detengono beni di alto valore venale, di criteri di gestione della loro quotidianità tesi a prevedere e a ridurre il rischio, avendo programmato il rapporto con il sistema delle forze dell’ordine. Le forze dell’ordine non devono essere chiamate soltanto quando l’evento si verifica, ma devono entrare in rapporto al punto da individuare i sintomi dell’approssimarsi di un rischio e diagnosticare le condizioni in cui questo evento delittuoso si può verificare, analizzando il territorio, lo spazio, gli orari, lo svolgimento e la gestione delle attività particolarmente a rischio. Questo ha comportato una serie di corsi con psicologi e sociologi, con il patrocinio della Camera di Commercio di Roma. Da questa attività è nato un protocollo d’intesa. La prefettura, in quello stesso periodo, ha creato un gruppo di progetto con Polizia di Stato e Polizia locale di Roma, per programmare azioni di Polizia di prossimità, in modo da mettere in relazione la domanda di sicurezza rappresentata dal sistema dei commercianti e l’offerta di sicurezza rappresentata dal sistema delle Forze di Polizia. All’epoca, potevamo contare su una direttiva del ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, che aveva dato sviluppo alla Polizia di prossimità. Sono state formate così alcune migliaia di unità di personale di questi corpi di Polizia, capaci di offrire rassicurazione e risposta razionale ai rischi, frenando sul nascere qualsiasi velleitarismo o risposta sbagliata. Malgrado gli ottimi risultati, questa direttiva è stata abrogata e oggi non abbiamo più il poliziotto di quartiere, il vigile di quartiere, il carabiniere di quartiere.
Cos’è la sicurezza?
La sicurezza non è l’effetto di un dispositivo, la sicurezza è una qualità, è un tratto ecologico di una città, di un sistema di relazione, di una competizione dell’economia, è un tratto della vita quotidiana delle persone.
La sicurezza come qualità, come bene comune, si fonda su un principio inderogabile da 19 secoli: il principio inderogabile del monopolio, da parte dello Stato, della forza e della violenza legittima. Se usciamo da questo principio inderogabile, registriamo una regressione su vari piani, non soltanto delle violenze, ma è una regressione morale, antropologica, profondamente diseducativa.
D’altra parte, nel caso di Roggero, mi ha colpito che durante il processo non abbia mostrato la minima sensibilità per la perdita di due vite umane. È stato consigliato malissimo. Se avesse detto: “Ero traumatizzato, ho ucciso due persone, avere violato il quinto comandamento mi pesa sulla coscienza, ne soffro, vorrei non fosse accaduto, se tornassi indietro non lo rifarei, perché la vita umana è un assoluto, non può essere barattata neanche per miliardi di pietre preziose e di ori, sono pentito di quello che ho fatto, in quel momento la mia coscienza è stata sconvolta, non sono stato padrone di me stesso, non sono stato lucido”, quale giudice l’avrebbe condannato? Gli avrebbe dato una condanna poco più che simbolica. Invece, Roggero non ha mostrato nessun pentimento e assoluta indifferenza verso le vite soppresse, eppure, abbiamo stampato nel nostro Dna, fin da quando eravamo bambini, che anche la vita dell’ultimo delinquente è sacra. Perché se togliamo la sacralità della vita, ritorniamo nella barbarie da cui siamo usciti e dove non vogliamo ritornare.
E il caso di Fakir?
Da un lato, i sanitari avrebbero dovuto dare delle indicazioni agli agenti che agivano. Dall’altro, stanno venendo al pettine i guasti di una scelta sciagurata fatta nel 1999, quando fu accordato un percorso privilegiato, per diventare agenti di polizia, carabinieri, finanzieri e adesso persino vigili urbani, ai militari che avevano compiuto missioni varie. Questo incide, perché una cosa è entrare dentro un sistema di formazione che porterà a possedere una professionalità dedicata a un servizio civile, qual è la sicurezza pubblica, il servizio di polizia, a 20, 25, 27 anni; un’altra cosa è entrarci a oltre 35, dopo 6 o anche 9 anni passati all’interno delle forze armate, nelle aree di crisi, in pattugliamento, in luoghi segnati dalla guerra. A quell’età e con quelle esperienze è difficile riconvertirsi in professionisti della sicurezza sul terreno dei rapporti civili. Questo è un tema che preoccupa in modo molto drammatico chi è all’interno del corpo della Guardia di Finanza, dell’amministrazione della Polizia di Stato, e si impegna nella formazione, nella preparazione del personale trovando ostacoli pesantissimi nel dare una nuova identità a chi se l’è formata nei meccanismi al chiuso delle caserme in un posto di frontiera.




