Ricorrenze

A due anni dalla tragedia di Cutro

ph Ansa-Sir
27 Feb 2025

di Raffaele Iaria

Due anni fa, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro (Kr), un’imbarcazione di legno si spezzava, causando la morte di almeno 94 persone: 34 uomini, 26 donne e 34 minori che trovarono la morte nelle acque di quel mare che rappresentava ‘la loro unica speranza’. Lo ricordano i vescovi calabresi evidenziando che dal 2014 ad oggi sono circa 23.000 le persone che hanno perso la vita nel mar Mediterraneo: “Il rischio – sottolineano i presuli – è che perdano anche la voce: quella voce che siamo chiamati ascoltare, non solo per non dimenticarli, ma anche per non rendere vana la loro vita e la loro morte”. Nella loro nota rivolgono a tutti “un accorato appello affinché non scenda l’ombra dell’oblio su queste vite spente né sulle tante altre che necessitano ancora di essere ascoltate. Non possiamo dimenticare – scrivono – come molte di queste persone provengano da campi profughi di cui nessuno parla e da città ghetto di cui nessuno si occupa volentieri”. La Conferenza episcopale calabra chiede che “tutti facciano la loro parte: Stato, Regioni, Province e Comuni, Chiesa, mondo dell’informazione e altre realtà associative. Tutti, ognuno per ciò che gli è proprio, si impegnino con maggior coraggio e forza per promuovere non la cultura della chiusura, della persecuzione, della violenza, della deprivazione della dignità umana, ma quella della accoglienza e della familiarità. Costruiamo insieme una storia che non sia la fine, ma un nuovo inizio per quei tanti che in noi vedono una speranza di vita nuova!”.

A due anni da quella tragedia abbiamo raccolto la testimonianza di suor Loredana Pisani, direttrice dell’Ufficio Migrantes di Crotone-Santa Severina, una delle prime ad essere vicina ai sopravvissuti che arrivavano in ospedale. “Il ricordo di quei momenti è sempre vivo – ricorda suor Loredana -: momenti concitati, grida e lunghi e penosi silenzi. Lo smarrimento generale, l’incredulità e poi la presa di coscienza di ciò che era accaduto”. In particolare suor Pisani rammenta la storia di Leila e dei suoi figli: “Il dolore disumano di questa madre che in un primo momento era certa di aver perso tutti e tre i figli. Ricordo le sue grida, il suo corpo oleoso a cui non si riuscivano ad applicare gli elettrodi, i medici, gli infermieri e i volontari, tra cui io, che tentavamo di soccorrerla”. I sopravvissuti a quella tragedia sono quasi tutti all’estero nei Paesi che “inizialmente volevano raggiungere e con i parenti a cui volevano ricongiungersi. Anche Leila, con il solo figlio superstite, è in Germania con la sorella”.

Quale messaggio lascia quella tragedia e le tragedie che continuano a verificarsi? “Che è inammissibile! Quando si parla di immigrazione – commenta suor Loredana –, si fa riferimento solo a migrazioni forzate, oppure si sottolinea il calo dei migranti che partono dai loro Paesi così come delle espulsioni degli irregolari costretti a tornare nei luoghi di partenza, luoghi dei quali conosciamo l’orrore. Non si parla, invece, né si conteggiano, dei morti in mare e sono tanti, tantissimi. Sono persone anche loro? Nella realtà, non sono più! Questo è inammissibile”.

Oggi essere migrante è una condizione che pone di fronte a numerose difficoltà, a pericoli e fragilità. Come rispondere? “Il paradosso – riprende la direttrice di Migrantes – è che per per alcuni migranti non è così. C’è un grande movimento di persone che decidono di muoversi e di andare in altri Paesi per lavorare, studiare e lo possono fare. Ce ne sono altri invece che, provenendo da condizioni di povertà, guerra, di pericoli climatici, non hanno la possibilità di godere degli stessi diritti di poter cercare la realizzazione della loro vita al di fuori dei loro paesi. Sono persone disperate a cui, sembra, non sia concesso il diritto di sperare in una vita diversa. Leila e i suoi figli, afghani, già profughi in Turchia (il marito che lavorava con gli americani era stato ucciso), hanno dovuto pagare migliaia di euro ai trafficanti turchi per il loro viaggio della speranza. Oggi è sola con l’unico figlio che le è rimasto, le altre due sono morte nel naufragio e la più piccola non è stata mai più ritrovata. Ecco, tutto ciò che è accaduto a loro, così come a tanti altri, non è giusto”.

Suor Loredana però non ha dubbi riguardo ala fatto che quella tragedia ha “sicuramente cambiato la sensibilità dinanzi al fenomeno delle migrazioni forzate”. E non solo nella diocesi di Crotone, in Calabria. “Quella tragedia – dice la religiosa – ha insegnato tanto. Come Migrantes diocesana abbiamo intanto realizzato una prima annata di studio e formazione. È stato davvero un percorso molto positivo. Certamente abbiamo ancora bisogno di lavorare per supportare i migranti in tutta una serie di situazioni, ma ci stiamo impegnando per generare risorse e percorsi affinché la nostra amata terra crotonese possa essere sempre una terra accogliente e generosa, dal momento che è una terra particolarmente interessata e toccata dalla migrazione in uscita. Questo doppio fenomeno – conclude – ci impegna costantemente e ci rende certamente particolarmente solidali in umanità e in speranza, per un avvenire che sia migliore, per tutti, senza alcuna distinzione”.

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