Un frammento di un quarto di secolo fa
Stavano tutti là quella sera e all’appello non era assente nessuno: bambini, fanciulli, giovani, ragazzi, adulti, anziani, bianchi, gialli e neri. Tutti, nessuno escluso. I più arditi, i più fortunati, due o forse tre milioni di ragazzi erano là, a Tor Vergata, una frazione sulla via Casilina, oltre il raccordo anulare di Roma. Ma la sera di sabato 19 agosto del 2000, c’erano tutti perché erano attaccati davanti agli schermi televisivi. A chi guardava la diretta tv, sembrava di stare là: un gioco ininterrotto di carrellate, dissolvenze, sovrapposizioni, inquadrature, effetti, panoramiche zoomate. E a perdita d’occhio, giovani e ragazzi, e poi bandiere, cartelloni, striscioni e, al centro, tutto di bianco, l’anziano Giovanni Paolo II. Chi era di fronte a un piccolo schermo non dimentica che all’improvviso il telecronista si ammutolì e tutti, a Tor Vergata o tranquillamente sprofondati nel divano della propria casa, guardarono quel fuori programma. Una ragazza, spuntata da chissà dove, si arrampicava di corsa sui gradini del palcoscenico in direzione del Papa, immobilizzato da infermità a una poltrona. Un cespuglio di capelli scuri, scurissimi, una maglietta di colore grigio chiaro, i bermuda neri. È intagliato sulla roccia il ricordo di quei gomiti angolati all’indietro che, lesti, fluttuavano nell’aria per agevolare quella corsa affannosa, di quel tronco proteso in avanti per poter arrivare prima a spezzare il filo del traguardo, di quelle gambe che esprimevano una forza e una energia che parevano voler sfidare a tutti i costi ogni legge della fisica, di quelle scarpe combattive di colore chiaro che salivano a quattro a quattro i trenta o forse quaranta scalini che portavano al pontefice. Soltanto due o forse tre degli uomini della sicurezza si resero conto di quanto stava accadendo e si precipitarono, nel timore che fosse una manovra di aggressione. Karol Wojtyla, con prontezza, allargò orizzontalmente le braccia, e con quel gesto e con le sue mani aperte rivolte all’indietro, fermò letteralmente gli uomini della sicurezza. Arrivata di fronte a Giovanni Paolo II, non assunse una posizione eretta: protesa in avanti, lo abbracciò, così come s’abbraccia un vecchio nonno. Il pontefice e quella ragazza rimasero per qualche istante abbracciati con le braccia strette al collo, guancia a guancia, e si parlarono nell’orecchio sottovoce, si bisbigliarono chissà che cosa, forse non udirono nulla nemmeno gli uomini della sicurezza che nel frattempo si erano avvicinati. E la ragazza lo baciò, così come si bacia un vecchio nonno, mentre il Papa le accarezzava con tanta dolcezza i capelli. Congedandosi, lo salutò, con un cenno della mano e con il palmo aperto e con le dita aperte, e si allontanò con uno degli incaricati della sicurezza. L’uomo voleva farla uscire da uno varco e, con il braccio, indicò il percorso, ma lei, con gesto risoluto, si diresse verso il suo gruppo di amici, che la accolse con un applauso e in modo molto festoso. Giunta a pochi passi, la ragazza ringraziò gli amici alzando tutti e due le mani con due dita a V, abbreviazione di vittoria. Dopo, con un gesto agile e improvviso, quasi felino, scavalcò la recinzione e fu inghiottita da quei due, o forse tre, milioni di giovani e ragazzi che erano là. Quel fuori programma, ineliminabile dalla roccia dei ricordi, fu la più chiara manifestazione di accoglienza e di affetto, di dolcezza e di gratuità, di premura e di tenerezza della Giornata mondiale della gioventù e del Giubileo dei giovani del 2000: forse quella ragazza, Angeles, decollata dall’Argentina e magicamente paracadutata sul palco di Tor Vergata, avverte ancora ora, che è una donna, la vibrazione di quell’abbraccio.




