Tracce

Voli di andata e senza ritorno

Foto Moshe Shai/Flash90/terrasanta.net
21 Nov 2025

di Emanuele Carrieri

Il primo a dare la notizia è stato il sito web del Corriere della Sera nel tardo pomeriggio di domenica scorsa: oltre centocinquanta palestinesi portati (o deportati?) in Sudafrica alcuni giorni prima. Ma il volo di una compagnia aerea rumena partito dall’aeroporto israeliano di Ramon – poco lontano da Eilat, cittadina turistica sul litorale settentrionale del mar Rosso – alla volta di Johannesburg, non sarebbe il primo. Riprendendo notizie diffuse dall’emittente Al Jazeera e dal quotidiano Haaretz, il Corriere della Sera afferma che il primo gruppo, composto da almeno cinquanta persone di Gaza, sarebbe uscito dalla Striscia il 27 maggio scorso. La sera del giorno precedente avrebbero ricevuto un messaggio WhatsApp con la indicazione del luogo dove presentarsi. Sarebbero dunque saliti a bordo di autobus per il valico di Kerem Shalom. Dopo vari controlli di sicurezza israeliani, il convoglio sarebbe partito verso l’aeroporto di Ramon, dove gli sfollati sarebbero saliti su un aereo charter rumeno con scalo a Budapest, che avrebbe proseguito in seguito per Indonesia e Malesia. Diaspore, queste, che sarebbero avvenute in “stretto coordinamento” fra una organizzazione, non meglio identificata, chiamata Al-Majd Europe e le forze armate di Israele. Organizzazione umanitaria fondata nel 2010 in Germania, specializzata nel fornire aiuti e supporto a comunità musulmane in zone di conflitto. Questo si legge sul sito di Al-Majd Europe, nel quale appare un link per le donazioni che va da 50 a 1.500 dollari, ovvero “il costo del viaggio di una persona”. Nello scorso inverno, sui social, sarebbe apparso un avviso pubblicitario, “Evacuazione umanitaria da Gaza”: sono stati raccolti dati di un numero esiguo di palestinesi che in seguito hanno ricevuto messaggi da numeri telefonici israeliani che confermavano il viaggio. Se tutto questo sarebbe avvenuto di nascosto e senza far trapelare niente, cosa è accaduto? E perché viene fuori solamente adesso? È semplice: il diavolo è ingegnoso nel creare situazioni maligne, ma non è mai in grado di nasconderle, perché sono destinate a essere rivelate. Il caso è esploso in Sudafrica, quando un aereo charter è arrivato a Johannesburg con centocinquantatré “passeggeri” palestinesi. Stavolta il diavolo si è dato la zappa sui piedi: il 29 dicembre 2023, il Sudafrica ha presentato una denuncia alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia contro Israele per “genocidio” a Gaza. Lo Stato africano, che ha sofferto il regime di apartheid dal 1948 al 1991, ha una lunga storia di solidarietà con la Palestina, di cui appoggia il diritto all’autodeterminazione. Ma già il 21 novembre 2023, aveva sospeso le relazioni diplomatiche con Israele per protesta contro gli attacchi nella Striscia di Gaza, definiti “atti di genocidio”. Ovvio che le autorità sudafricane hanno subito rilevato la mancanza di documenti validi, l’assenza di visti d’uscita, certificazioni carenti e procedure anomale. I passeggeri sono stati trattenuti sulla pista per ore e il governo ha emesso un comunicato ufficiale nel quale spiegava l’esigenza di una indagine. Il presidente Ramaphosa ha parlato pubblicamente di un “arrivo misterioso, non coordinato e facilitato da attori esterni”, affermando che quelle persone erano state buttate fuori da Gaza in circostanze poco chiare. Una parte dei passeggeri è stata accolta per ragioni umanitarie, mentre gli altri sono ripartiti verso Canada, Australia e Malaysia. E in più, una nota dell’Ambasciata palestinese in Sudafrica ha attestato che la partenza dell’ultimo gruppo è stata gestita da un’organizzazione non registrata e deviante che “ha sfruttato le tragiche condizioni umanitarie della nostra gente a Gaza, ha ingannato le famiglie e raccolto denaro da loro”. La domanda clou è semplice e al tempo stesso molto seria: chi beneficia davvero di questa operazione? E perché congegnare un sistema di evacuazioni parallelo, costoso, privo di monitoraggio internazionale, con voli che transitano per aeroporti militari e atterrano in paesi all’oscuro delle operazioni? Perché spostare la popolazione civile lontano dalla Striscia senza coordinamento ufficiale con l’Organizzazione delle Nazioni Unite o con l’Agenzia per il soccorso dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente oppure con altri organismi internazionali riconosciuti? E queste operazioni possono inquadrarsi in una strategia più vasta di svuotamento demografico della Striscia di Gaza, una ipotesi di cui è alfiere l’ultradestra israeliana? Non ci sono prove incastranti, ma il complesso di indizi, deposizioni, foto, riscontri e documenti alimenta i sospetti. Rimane un fatto: i corridoi umanitari sono più che necessari e devono essere garantiti in ogni conflitto, ma non sono espedienti di ingegneria demografica o escamotage al fine di risolvere con la diaspora quel che non si vuole affrontare con la diplomazia. La priorità non può essere salvare qualche centinaio di persone mentre la intera questione nazionale palestinese va a finire fra le smemoratezze. Senza un obiettivo politico, manifesto e particolareggiato – lo Stato, i diritti, la protezione internazionale – ogni evacuazione rischia di diventare una rinuncia complessiva. È evidente che queste evacuazioni non sono azioni umanitarie e non seguono le logiche dei corridoi protetti: sono il risultato di un sistema che ha deciso di non aprire corridoi legali e interamente sorvegliati, sotto il controllo internazionale. Ogni uscita da Gaza è presentata come una facilitazione, un’agevolazione, un privilegio invece che come l’esercizio di un diritto intoccabile e inviolabile: sfuggire a quella mattanza. Così sono stati consentiti movimenti non tracciati, privi di coordinamento istituzionale, nei quali i civili diventano passeggeri di un meccanismo che sfugge al controllo pubblico. È una strategia che, dietro le apparenze della salvezza, rischia di causare una nuova forma di dislocazione invisibile, una diaspora “mai dichiarata” che si muove lungo rotte fuori da ogni controllo e ogni garanzia internazionale.

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