La crisi del linguaggio e la difesa della coscienza
Nel recente discorso al Corpo diplomatico, papa Leone XIV ha richiamato l’attenzione su una fragilità che attraversa silenziosamente il nostro tempo: la crisi del linguaggio. Le parole, sempre più sganciate dal loro riferimento alla realtà, sembrano aver perso consistenza e affidabilità; i significati si fanno fluidi, i concetti ambigui, e il dire umano, anziché aprire spazi di incontro, rischia di diventare luogo di scontro. Non si tratta di una questione meramente comunicativa, ma di una ferita che tocca l’antropologia stessa, poiché là dove la parola si svuota, anche la relazione umana si indebolisce.
Il pontefice ha messo in luce come il linguaggio appartenga alla struttura profonda dell’umano: attraverso la parola l’uomo conosce, interpreta, entra in relazione. Quando viene meno il legame tra parola e verità, non è solo il dialogo a essere compromesso, ma la possibilità stessa di una comprensione condivisa del reale. Senza parole capaci di dire ciò che è, viene meno il terreno comune su cui edificare il confronto, e la comunicazione si trasforma facilmente in strumento di dominio o di manipolazione.
In questo scenario emerge un paradosso significativo: l’indebolimento del linguaggio viene spesso rivendicato in nome della libertà di espressione. Tuttavia, una libertà sganciata dalla verità non si rafforza, ma si svuota. La parola è autenticamente libera solo quando è ancorata al reale e orientata al bene dell’altro. Quando invece perde il suo riferimento alla verità, essa cessa di essere mediazione e diventa imposizione, non più spazio di incontro ma terreno di contrapposizione.
È in questo contesto che si sviluppa un linguaggio nuovo, spesso presentato come inclusivo, ma che finisce per essere selettivo ed escludente. Nel tentativo di eliminare ogni potenziale conflitto, si riducono gli spazi per il dissenso e per la pluralità delle posizioni. Chi non si adegua ai codici linguistici dominanti rischia di essere marginalizzato, non tanto per ciò che afferma, quanto per il solo fatto di non conformarsi. La parola, anziché favorire l’incontro, diventa così uno strumento di pressione culturale.
Le conseguenze di questa deriva toccano direttamente la sfera della libertà di coscienza, cuore della dignità personale. La coscienza non è un ambito privato da tollerare, ma il luogo interiore in cui l’uomo si riconosce responsabile davanti alla verità e al bene. L’obiezione di coscienza, in questa prospettiva, non rappresenta una ribellione all’ordine sociale, ma un atto di fedeltà a ciò che fonda l’identità più profonda della persona. Nei campi più delicati dell’agire umano — dalla tutela della vita alla responsabilità professionale, fino al rifiuto della violenza — essa custodisce l’umano contro ogni riduzione funzionalistica.
Una società autenticamente democratica non teme la coscienza, ma la riconosce come garanzia di umanità. Il bene comune non nasce dall’uniformità forzata, ma dal rispetto della pluralità delle coscienze, chiamate a confrontarsi nella verità. Quando questo spazio viene compresso, anche in nome di ideali apparentemente nobili, si apre la strada a forme silenziose di autoritarismo che impoveriscono il tessuto sociale e culturale.
Il richiamo del papa invita, in definitiva, a riscoprire il legame profondo tra parola, verità e coscienza. Senza un linguaggio capace di dire il reale, la coscienza perde i riferimenti per orientarsi; senza coscienze libere, la parola diventa facilmente strumento di potere. Restituire alle parole il loro peso e la loro verità significa, allora, difendere l’uomo nella sua integralità. Significa riaffermare che il linguaggio è chiamato a essere spazio di incontro e non di esclusione, luogo di mediazione e non di dominio. È solo su questo terreno che può rinascere un dialogo autentico, capace di custodire la dignità della persona e di aprire vie credibili di pace.
In questo contesto culturale segnato da un uso sempre più ambiguo del linguaggio, anche i cattolici sperimentano non di rado una forma di fragilità nell’espressione pubblica della propria visione. Il pensiero che nasce da una coscienza illuminata dal Vangelo viene talvolta percepito non come una parola da ascoltare, ma come una costrizione da respingere, quasi fosse incompatibile con la libertà altrui. Eppure, la parola cristiana non pretende di imporsi, ma di offrirsi come testimonianza, nella convinzione che la verità non si afferma con la forza, ma con la chiarezza e la carità.
È necessario distinguere con onestà: esistono contesti religiosi segnati da forme di estremismo in cui le convinzioni vengono imposte e la libertà personale compressa. Nulla di tutto questo appartiene alla fede cattolica, che riconosce nella coscienza il luogo sacro dell’incontro tra l’uomo e Dio e rifiuta ogni forma di coercizione. Proprio per questo, ciò che i cattolici chiedono non è privilegio né supremazia, ma rispetto: il diritto di poter esprimere, senza essere stigmatizzati, una visione dell’uomo e della vita radicata nel Vangelo. Quando questa voce viene marginalizzata o sistematicamente fraintesa, non è soltanto la fede a essere messa in discussione, ma la stessa possibilità di un dialogo autentico e plurale. Una società realmente libera è tale solo quando riconosce spazio anche a ciò che nasce da una coscienza credente, accettando che la libertà non si custodisce attraverso l’omologazione, ma mediante il rispetto delle diverse radici interiori da cui prende forma la parola dell’uomo.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




