Diocesi

L’ingresso di don Lucangelo a Grottaglie: “Il laicato deve profumare d’infinito”

19 Gen 2026

di Silvano Trevisani

Una gran folla di fedeli ha accolto don Lucangelo De Cantis, al suo ingresso come parroco della Madonna delle Grazie di Grottaglie, chiamato a raccoglie l’eredità del compianto don Emidio scomparso d’improvviso prematuramente. La grande chiesa delle Grazie era gremita in ognuna delle tre Sante Messe che don Lucangelo ha concelebrato assieme a tutti i parroci della vicaria e non solo. A testimoniare l’attesa impaziente e la gratitudine per l’arrivo di un sacerdote molto amato e ben conosciuto per le sue origini grottagliesi. Nel suo saluto alla comunità il nuovo parroco ha espresso la sua totale disponibilità “ad ascoltare, conoscere i nomi di ognuno di voi in questo percorso. I percorsi sono pezzi di strada che possono segnare solchi e cammini. Don Emidio sarà il nostro protettore, sempre presente tra di noi. Grazie ai fratelli sacerdoti che hanno condiviso l’Eucaristia in questa giornata, a tutti coloro che hanno preparato questo incontri e a tutta la comunità, Non vi conosco ancora tutti ma sento che c’è lavoro, presenza, passione. Non vogliamo essere solisti ma vogliamo lavorare insieme”.

A don Lucangelo abbiamo poi rivolto alcune domande.

Tanta gente è venuta ad accoglierti. Attendeva impaziente il nuovo parroco e si è dimostrata felice del tuo arrivo. Come hai vissuto questo incontro?

Sono onorato di inserirmi nel solco di una tradizione bella di questa comunità. Una tradizione formativa importante, come mi appariva già da ragazzo, quando ho conosciuto l’impronta forte di don Salvatore Ligorio, arcivescovo emerito di Potenza. E per me è una gioia questa, e percepire anche la bellezza di un laicato formato. Perché più passa il tempo della mia vita e più sento che l’urgenza più grande della Chiesa deve continuare a essere quella della formazione di coscienze, di idee, di persone, di progetti. Non credo più in tante banalità. Credo che il mondo di oggi ha bisogno di cristiani formati. Qui a Grottaglie c’è una bella tradizione dei padri gesuiti, di un grande lavoro che hanno fatto con tante generazioni, loro sono stati pionieri del Concilio Vaticano Secondo. E credo che la Chiesa oggi ha bisogno di questo e mi inserisco felicemente, per ora osservando questa comunità con il forte desiderio di incrementare un progetto formativo all’interno di questo nostro paese.

Per un sacerdote cosa significa essere chiamato anche a “cambiare”? Ad affrontare nuove esperienze? Ricominciare ogni volta da capo?

È una fase delicata della vita, perché comunque ti rimette in gioco. Ti ricorda che tu non sei il centro ma c’è una storia di Dio che è il centro del percorso. Può essere una possibilità anche rigenerativa. Di idee, di pensieri di sguardi, in situazioni anche differenti, dove un sacerdote è chiamato a vivere la sua missione. Perché dall’esperienza ricavata da questi venticinque anni di ministero, so che ogni realtà è a sé. E il rispetto di un sacerdote deve essere quello di osservare la realtà, di porre un discernimento sulla realtà. Di non arrivare che le tue sole idee, ma comprendere che tipo di discernimento va fatto per quel territorio, per aiutare al meglio la gente.
Il tuo ingresso qui nella parrocchia è coinciso con l’avvio dei festeggiamenti di San Ciro, che sono entrati nel vivo con la prima processione che ha portato la venerata immagine in Chiesa Madre. C’è qualcosa di simbolico in questo?

La data è stata spontaneamente voluta dall’arcivescovo che mi ha detto: “inizia il 18”. E io ho messo piede in questa realtà il 18. San Ciro mi commuove. La sua storia, la devozione pulita della gente a questa esperienza che definirei mistica… Perché mi ha sempre colpito. Io sono cresciuto nella Chiesa Madre e mi ha sempre colpito che il culto di san Ciro non è stato mai un’esperienza rivestita di folklore esterno. Ma una devozione di popolo che mi ha formato: quelle lacrime, quelle speranze della gente mi hanno formato! Quindi, credo che sia anche la mano della Provvidenza e con timidezza e umiltà mi inserisco nel solco di questo popolo.

Ecco per concludere usiamo il paradosso di Kennedy… Chiedendo: che cosa possono fare i fedeli, per la parrocchia e per te?

Io credo fortemente che i fedeli non sono solo collaboratori del parroco. Ma sono corresponsabili.
Di un’esperienza formativa che la Chiesa deve vivere nel territorio. Un vero fedele non si vede dalla continua presenza nelle mura della parrocchia. Ma l’adesione di un laicato significativo è tra le strade. Io credo molto questo e a questo voglio incoraggiare. La comunità stabile della Madonna delle Grazie non sono io. Sono quelle persone che, abitando qui, tentano di portare nel territorio la novità del Vangelo, la luce nel laicato. Il laicato deve profumare d’infinito. Nel rapporto con la laicità, anche piena di tante cose belle: mai vedere la storia come rivale della nostra esperienza umana e cristiana, ma come “semi” che Dio è capace di vedere e di piantare ovunque nella sua libertà.

Ma permettimi, in chiusura, di ringraziare don Emilio perché so che lui mi stimava. Questo lo posso dire per avere ricevuto un suo messaggio profondo solo qualche mese fa, di stima e di amicizia. Il rapporto che con lui l’ho sempre mantenuto vivo. Che egli ci protegga da lassù”.

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