San Roberto Bellarmino, ingresso del nuovo parroco don Pinuccio Cagnazzo
Non ha dubbi don Pinuccio, alla domanda sul tempo vissuto in questi anni in Germania risponde deciso: “Non mi pento di aver fatto questa esperienza!”, pur riconoscendo che “all’inizio è costato una fatica enorme, lasciare l’Italia, lasciare la propria diocesi, la mia diocesi, i miei amici, la mia famiglia, andare e spostarsi di un bel po’ di chilometri, in una terra che non conoscevo, insomma questo mi ha toccato”.
Nella giornata di domenica 8 febbraio si fa festa a San Roberto, parrocchia situata nel rione Italia di Taranto, all’incrocio tra viale Liguria e corso Italia: è una domenica speciale per l’accoglienza del nuovo parroco, don Pinuccio Cagnazzo, di rientro da una missione in Germania, a servizio delle comunità di origine italiana che vivono e lavorano in quel grande Paese.
L’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presentato il nuovo parroco ai fedeli ricordando la storia di don Pinuccio, già parroco alla Madonna delle Grazie di Grottaglie e alla Santa Famiglia alla Salinella.
Rivolgendosi al nuovo parroco, l’arcivescovo ha subito precisato l’identità della comunità parrocchiale che è luogo di incontro, luogo di preghiera. Partendo dalla ricca pagina evangelica di Matteo, proclamata in questa quinta domenica del Tempo ordinario, ha tratteggiato la missione del discepolo chiamato a essere “sale della terra”. Dalle parole dell’arcivescovo tutti hanno compreso la cura del pastore che accompagna il suo gregge e sa gioire con esso nei momenti lieti.

In una giornata così importante, all’emozione di un nuovo inizio si accompagnano i ricordi. “Quando sono arrivato in Germania – rammenta don Pinuccio – nei primi giorni mi colpiva molto l’organizzazione della società tedesca, il l grande senso civico, il rispetto per le cose comuni, l’ordine, la bellezza delle città, la cura del verde, anche se non hanno niente a che fare con la bellezza delle città italiane. Le città tedesche sono quasi un ritornello, un cliché, sono quasi tutti uguali, ma colpiscono per la cura dei dettagli”.
Non sono mancate le difficoltà legate a questa scelta, soprattutto quelle legate alla vita quotidiana: “Non conoscevo il tedesco – racconta – quindi, per ogni cosa dovevo portarmi sempre un traduttore, o una traduttrice, per il medico, per andare alle riunioni organizzate dalla diocesi e così via. Poi ho cominciato a studiare il tedesco, sono andato a scuola, ho preso i certificati e quindi ho cominciato più o meno a destreggiarmi”.
L’arrivo a San Roberto sicuramente sarà il modo per arricchire il ministero di parroco con quanto appreso e vissuto a contatto con le chiese tedesche. Ne è convinto don Pinuccio che per sei anni si è immerso in quella realtà ecclesiale: “Ho vissuto la Chiesa tedesca, l’organizzazione delle diocesi che è molto, molto diversa dalle nostre. Nelle parrocchie, nelle comunità, oltre alla figura del parroco o del viceparroco che loro chiamano cappellano, c’è la figura dell’assistente pastorale, che è un laico. Quindi ho dovuto anche riorganizzare la mia mente. Se in Italia c’è un’esperienza troppo clericalizzata, col prete al centro di tutto, invece in Germania c’è proprio l’esatto opposto, anzi c’è quasi uno strapotere del laicato, dove i ministri ordinati a volte sembrano figure di comparsa. Ero a servizio degli italiani provenienti da diverse regioni, soprattutto meridionali, con una lingua italiana un pochettino lasciata ai tempi che furono, non aggiornata insomma. Ho continuato a parlare l’italiano in modo preciso, perché pensavo di rendere un servizio anche ai nostri italiani, perché certi vocaboli non erano compresi risvegliando così l’interesse per la stessa lingua italiana”.
“La pastorale – prosegue – non è organizzata come in Italia. Qui da noi i parrocchiani vivono intorno alla parrocchia, nelle comunità all’estero invece le parrocchie abbracciano fino a 50 chilometri di distanza, un raggio enorme di distanza, quasi come in diaspora. Ho avuto a che fare con una pratica alla messa domenicale altalenante, proprio a causa di queste difficoltà. La pastorale è orientata al sociale, specialmente per tenere insieme gli italiani, organizzando anche delle feste. Ma non ho rinunciato alla mia presenza evangelizzatrice, per cui ho inserito incontri sulla parola di Dio a cadenza mensile e lectio divina anche con belle soddisfazioni. Non sono mai mancate le prime comunioni, ma con numeri molto ridotti, con le cresime in numeri ridottissimi”.

Don Pinuccio sa anche quali luci di posizione tenere ben accese all’inizio del nuovo servizio a San Roberto. Ce lo indica con la schiettezza che lo caratterizza. “Il rapporto con il laicato, innanzitutto, che già rispettavo molto prima di partire per la Germania; ho sempre creduto e continuo a credere nel laicato, non come una pedina alle dipendenze del parroco, ma come presenza che si esprime a partire dal Battesimo; una presenza di uomini e donne che partecipano alla missione della Chiesa, partecipazione che non è il contentino che dà il parroco, un diritto del battezzato. Certo, conservo nel cuore l’aver imparato a confrontarmi con questa esperienza tedesca dove la presenza del laicato si manifestava anche nelle stanze dove si prendono decisioni forti anche, a livello curiale”.
Non si può trascurare di chiedere a don Pinuccio come ne esce arricchita la sua fede e il suo sacerdozio. Ci risponde con un volto pensieroso: “Un prete che va all’estero resta da solo perché è difficile avere rapporti col clero della nuova diocesi. Resti pure sempre uno straniero. Anche la lingua non permette quella fluidità di comunicazione con un confratello ma anche perché le comunità di madrelingua che ho incontrato vivevano una vita a sé stante, non del tutto integrata all’interno della pastorale diocesana. La solitudine può essere pericolosa perché potrebbe venire meno la preghiera o la pratica sacramentale del sacerdote stesso. Occorre irrobustirsi, cioè avere un forte carattere spirituale per non cedere, per non cadere. Sì, credo che questa esperienza abbia irrobustito ancora di più il mio sacerdozio. Sono convinto, senza presunzione, che in Italia non abbiamo da imparare niente da nessuno, perché l’esperienza della chiesa italiana è completa: va dalla pastorale dei bambini con l’iniziazione cristiana, con gli oratori, per andare alla pastorale giovanile che è ricchissima in Italia, per non parlare poi della pastorale familiare, ancora di più. In Germania tutto questo non l’ho trovato”.
Già in questa prima settimana di permanenza nella nuova parrocchia il nuovo parroco ha potuto confrontarsi con tante persone felicissime di averlo accolto. “Mi sono chiesto – dice – quali sentimenti sto provando in queste ore mentre vengo presentato alla comunità di San Roberto. Sono dei sentimenti di forte emozione perché entro in una storia che non invento io, ma in una storia che continua; quindi, sento di dovermi muovere con grande rispetto, con grande delicatezza, con la paura di infrangere qualcosa, di rompere qualcosa. La paura di non essere accettato o di non riuscire a farmi capire mi porta a pensare che alla fine ti fidi del Signore e basta, riponi in Lui tutto te stesso. Tra l’altro, questo rientro in Italia non l’ho cercato, mi è caduto così, improvvisamente. È stato l’arcivescovo a prendere l’iniziativa, ha cominciato delicatamente a propormi il rientro in Italia. Ma non l’avevo preventivato, tant’è vero che sono stato sei anni nella regione dell’Assia e poi, quindici mesi fa, mi sono trasferito nella Foresta nera. Se avessi avuto in mente il rientro in Italia non mi sarei spostato, sarei rimasto ancora lì. E questo ha comportato ancora più fatica, a distanza di quindici mesi fare un altro trasloco. Mons. Miniero, quando mi ha contattato, non mi ha menzionato per nulla la parrocchia, anzi è stato chiaro: ‘Non ti dico niente’ e io non l’ho voluta sapere. La parrocchia l’ho saputa solo dopo che ho detto il mio sì all’arcivescovo, “Sì, io rientro in Italia”. E mi sono abbandonato, mi sono fidato. Credo che per noi l’obbedienza è una virtù e quando obbedisci non ti devi pentire, perché nell’obbedienza crediamo che ci sia anche la mano del Signore che ci guida. Spero di essere all’altezza della situazione e di poter servire non con le mie idee, ma con le idee di Dio questa comunità”.
Il clima di festosa e commossa accoglienza che la comunità parrocchiale ha riservato al nuovo pastore già è una conferma che questa nuova missione inizia nel migliore dei modi.
Buon cammino, don Pinuccio!
Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva





