Medio Oriente sotto assedio

Mons. Lhernould: “La violenza non risponde alla sofferenza, la amplifica”

presidente della Conferenza episcopale della regione del Nordafrica (Cerna), guarda con profonda preoccupazione all’escalation militare in Iran. Usa e Israele stanno mettendo a rischio la stabilità dell’intero Medio oriente

ph Afp-Sir
10 Mar 2026

di Riccardo Benotti

“La guerra non è mai la strada della pace: ne è sempre il fallimento. La violenza non risponde alla sofferenza, ma la amplifica”. Mons. Nicolas Lhernould, arcivescovo di Tunisi e presidente della Conferenza episcopale della regione del Nordafrica (Cerna), guarda con profonda preoccupazione all’escalation militare tra Iran, Israele e Stati Uniti che sta mettendo a rischio la stabilità dell’intera area.

Eccellenza, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti rischia di trasformarsi in una guerra regionale che coinvolge l’intero Medio Oriente. Qual è lo sguardo delle Chiese del Nord Africa di fronte a questa escalation?
Una profondissima tristezza. La guerra non è mai la strada della pace: ne è sempre il fallimento. La violenza non risponde alla sofferenza, ma la amplifica. Le comunità cristiane del Marocco lo hanno ricordato con forza in un recente comunicato, affermando di “respingere con tutta la forza del Vangelo il ricorso alla violenza e alla guerra come metodo di risoluzione dei conflitti tra popoli e nazioni”. È una posizione che nasce direttamente dal Vangelo.

Mons. Nicolas Lhernould – ph Avvenire

Questa escalation coincide con il tempo sacro della Quaresima e del Ramadan. Come si vive questa coincidenza dolorosa?
Papa Leone XIV all’angelus del 1° marzo l’ha definita “una tragedia di grande portata” che rischia di aprire “un abisso irreparabile” tra i popoli. Anche la Santa Sede ha espresso forte preoccupazione per il deterioramento del diritto internazionale: il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha osservato il 4 marzo che oggi “la giustizia sembra sostituita dalla forza, e la pace viene pensata solo dopo l’annientamento dell’avversario”.

In queste settimane il linguaggio religioso viene spesso evocato nel discorso pubblico. C’è il rischio che il conflitto venga percepito come uno scontro tra religioni?
È proprio questa la trappola da evitare. Il conflitto che incendia il Medio Oriente non è un conflitto religioso. Purtroppo oggi accade sempre più spesso che il linguaggio della fede venga piegato a logiche politiche e nazionalistiche. Leone XIV lo ha denunciato nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, ricordando che i credenti devono rifiutare attivamente, prima di tutto con la propria vita, “queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”, compreso l’uso della religione per giustificare la violenza e il nazionalismo.
L’antidoto a questa deriva è la fraternità. La diversità delle culture e delle religioni non è il problema: può diventare una parte della soluzione se viene vissuta con rispetto e responsabilità. Come ha scritto lo stesso Papa, “le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso”.

Le Chiese del Nord Africa vivono quotidianamente in contesti a maggioranza musulmana. Che cosa insegna questa esperienza di convivenza al mondo di oggi?
A volte si pensa che parlare di fraternità sia un’utopia ingenua, incapace di confrontarsi con le tensioni della politica internazionale. In realtà non è così. Papa Francesco e il grande imam Ahmad Al-Tayyeb lo hanno ricordato nel Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi nel 2019, indicando una via concreta: “La cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Le Chiese del Nord Africa cercano di vivere ogni giorno questa esperienza, spesso lontano dai riflettori: cristiani e musulmani lavorano insieme in molti ambiti sociali, soprattutto al servizio delle persone più fragili.

C’è un episodio che le viene in mente come testimonianza concreta di questa forza?
La preghiera. La preghiera non è una fuga dalla realtà: è una forza reale che agisce nella storia. Lo mostra chiaramente un episodio della guerra del Libano nel 1982: Madre Teresa riuscì ad aprire un corridoio umanitario per salvare bambini intrappolati a Beirut, mentre molti – diplomatici e persino uomini di Chiesa – ritenevano quell’iniziativa del tutto impossibile.

Ogni guerra lascia dietro di sé ferite profonde. Quali conseguenze vede già oggi per le popolazioni della regione?
Le conseguenze sono già visibili e non riguardano soltanto la politica o l’economia: sono prima di tutto drammi umani. Le comunità cattoliche del Marocco lo hanno ricordato: la guerra colpisce soprattutto le persone più vulnerabili, “persone uccise, ferite e mutilate, bambini e adulti senza distinzione; famiglie che perdono le loro case e i loro beni; milioni di cittadini costretti a fuggire lontano da casa”.
La guerra non è ancora mondiale – e dobbiamo sperare che non lo diventi – ma l’anima del mondo è ferita. Le sofferenze accumulate, i rancori e i desideri di vendetta scavano solchi sempre più profondi tra i popoli. Inoltre l’attenzione internazionale concentrata sul Medio Oriente rischia di mettere in secondo piano altri conflitti ancora aperti, come quelli a Gaza o in Ucraina, che continuano a produrre conseguenze pesanti sul piano umano, politico e migratorio. Più la guerra durerà, più queste ferite diventeranno difficili da sanare. Con il rischio, inoltre, che il mancato rispetto del diritto in Medio Oriente favorisca ovunque nel mondo analoghe violazioni, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe e senza credibili contromisure in grado di porvi rimedio.

Di fronte a questo scenario, quale responsabilità ha oggi la comunità internazionale?
Nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio scorso, Papa Leone XIV ha richiamato le parole di san Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris: “la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia”. Parole pronunciate nel 1963 che restano di bruciante attualità. Per costruire questa fiducia è necessario rafforzare il diritto internazionale, la diplomazia e le istituzioni multilaterali.
Papa Leone XIV ha parlato della necessità di seguire “la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale”, oggi troppo spesso indebolita da violazioni degli accordi e dalla delegittimazione delle istituzioni sovranazionali. È proprio questa la strada che la comunità internazionale dovrebbe avere il coraggio di percorrere.

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