Il Pastore autentico e il gregge disperso nel tempo del credere inquieto
«Io sono il buon pastore» (Gv 10,11): l’affermazione, posta sulle labbra di Cristo nel cuore del Vangelo di Giovanni, irrompe come parola decisiva, capace di attraversare il tempo e di interpellare ogni epoca. Non siamo dinanzi a una semplice immagine pastorale né a un simbolo edificante: qui si dischiude un evento propriamente rivelativo, nel quale il Figlio, in quanto rivelatore del Padre (cfr. Gv 1,18), non enuncia soltanto un compito, ma manifesta la verità ontologica della sua identità, originata e compresa nella comunione trinitaria e storicamente espressa nella logica kenotica del dono di sé e della relazione salvifica con l’umanità.
Se, come già si è mostrato nell’articoloIl Risorto e la verità in cammino: Emmaus e la sfida del relativismo religioso contemporaneo (https://www.nuovodialogo.com/2026/04/17/il-risorto-e-la-verita-in-cammino-emmaus-e-la-sfida-del-relativismo-religioso-contemporaneo/), la crisi del nostro tempo si radica anche in una difficoltà a riconoscere la verità nel suo darsi storico, qui il discorso si approfondisce ulteriormente: la questione non è soltanto il non riconoscere il Risorto, ma il non riconoscere più la sua voce. In un orizzonte segnato da una molteplicità di proposte spirituali e religiose, ciò che viene meno non è semplicemente l’adesione a una dottrina, ma la capacità stessa di discernimento.
Il testo giovanneo insiste, infatti, su un elemento essenziale: le pecore «ascoltano la sua voce» (Gv 10,3). L’identità del Pastore autentico si gioca nel rapporto personale con il gregge, un rapporto che non si fonda su dinamiche di dominio, ma su una conoscenza reciproca: «Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14). Tale conoscenza, radicata nel mistero trinitario, non è di ordine puramente intellettuale, ma esprime una comunione vitale, nella quale la verità si offre come relazione che unifica.
In questa luce, la frammentazione religiosa — che attraversa in profondità la cultura contemporanea — non si presenta soltanto come pluralità di esperienze, ma come segno di una più radicale dispersione dell’io. Quando la verità è percepita come una tra le molte possibilità, e non come ciò che fonda e orienta l’esistenza, il soggetto stesso si trova esposto a una molteplicità di richiami che rischiano di dissolverne l’unità interiore.
È in tale contesto che si comprende il proliferare di movimenti, gruppi e percorsi spirituali che, pur richiamandosi talvolta al linguaggio del Vangelo, ne isolano singoli elementi, proponendoli come vie autosufficienti. La dinamica che li caratterizza non è tanto quella della negazione esplicita, quanto piuttosto quella della selezione e dell’accentuazione: un aspetto viene assolutizzato, mentre l’insieme viene smarrito. Ne deriva una visione parziale del mistero cristiano, che, proprio in quanto tale, perde la sua capacità di orientare l’esistenza nella sua totalità.
In filigrana, emerge qui una questione antropologica decisiva. L’uomo, posto di fronte al limite e alla fatica del vivere, è tentato di cercare risposte immediate, percorsi semplificati, forme di appartenenza che promettono sicurezza e identità. In tali contesti, il rischio è che la relazione – che nel Vangelo è sempre spazio di libertà – venga progressivamente sostituita da forme implicite di dipendenza, nelle quali la coscienza personale si appiattisce su un orizzonte già dato. Non si tratta necessariamente di costrizione esplicita, ma di una più sottile perdita di autonomia interiore, che si realizza quando il desiderio di verità viene sostituito dal bisogno di rassicurazione.
In questo senso, l’intuizione di Giustino martire conserva tutta la sua attualità. Il riconoscimento dei semina Verbi nelle diverse tradizioni religiose non autorizza una dispersione indifferenziata, ma esige un criterio di discernimento. Tali ‘semi’ trovano infatti la loro verità solo nel loro compimento, che è Cristo stesso. Quando vengono separati da questa origine e da questo fine, essi cessano di essere orientamento e diventano elementi isolati, incapaci di condurre alla pienezza.
La verità che in Cristo si è manifestata non si offre come un frammento tra altri, ma come la totalità che illumina ogni autentica ricerca. Non si tratta di escludere, ma di ricapitolare; non di contrapporre, ma di portare a compimento.
L’affermazione «Io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7) si rivela, allora, nella sua portata decisiva. Cristo non è uno dei possibili accessi al mistero di Dio, ma il luogo in cui tale mistero si rende accessibile. La porta non è una tra le tante: è ciò che consente l’ingresso. Venendo meno questa consapevolezza, il rischio è quello di smarrire l’orientamento, affidandosi a percorsi che, pur promettendo vita, non conducono alla comunione.
Tale dinamica, tuttavia, non riguarda soltanto realtà esterne. Essa può insinuarsi anche nelle stesse comunità ecclesiali, quando la fede viene vissuta in modo parziale, selettivo, ridotta a sensibilità o appartenenze particolari. Non è necessario aderire a gruppi alternativi per perdere il senso dell’unità: è sufficiente isolare un elemento del mistero cristiano e farne il tutto. In tal modo, anche la figura del Pastore rischia di essere ridotta a un’immagine funzionale, svuotata della sua densità salvifica.
E tuttavia, proprio qui, il Vangelo restituisce la sua parola più luminosa: il Pastore «offre la vita per le pecore» (Gv 10,11). È questo il criterio ultimo del discernimento. Là dove non vi è dono di sé, ma appropriazione; là dove non vi è libertà, ma dipendenza; là dove non vi è comunione, ma chiusura, non risuona la voce del Pastore.
Riconoscerlo significa entrare in una relazione che unifica l’esistenza. La fede cristiana non è adesione a un insieme di verità isolate, ma partecipazione a una verità vivente, che dà forma all’intero. In Cristo, ciò che è disperso viene raccolto, ciò che è frammentato viene ricondotto all’unità, e l’uomo ritrova il senso del proprio cammino.
In un tempo segnato da molteplici voci, la domanda rimane essenziale: quale voce riconosciamo come nostra? Non si tratta di scegliere tra opzioni equivalenti, ma di lasciarsi chiamare per nome (cfr. Gv 10,3) da colui che solo può condurre alla vita. In questa chiamata si gioca non soltanto l’orientamento della fede, ma l’unità stessa dell’esistenza.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




