Tracce

Un successo senza match

Reuters/Avvenire
27 Apr 2026

di Emanuele Carrieri

Sembra assente ma forse così non è. Le manovre della Cina, nella nuova guerra del Golfo, non sono ancora del tutto comprensibili, soprattutto perché questo conflitto causa una serie di problemi, ma anche di opportunità per una potenza che gioca una partita complessa di mediazione dietro le quinte, insieme a una intensa sollecitudine diplomatica, diretta a consolidare le sue credenziali di potenza responsabile. Dall’inizio della guerra, la navigazione in quel corridoio che è lo stretto di Hormuz non è più garantita: un problema notevole per tanti paesi, a partire da quelli asiatici, che dipendono da quelle rotte per l’approvvigionamento energetico e per i propri scambi commerciali. Ma il rapporto “privilegiato” fra Cina e Iran è la base di una cooperazione che si è rafforzata negli ultimi anni, specialmente attraverso reti informali di commercio energetico che scansano le sanzioni internazionali. Il fatto che la maggior parte delle esportazioni di petrolio iraniano parta per la Cina è un indicatore di interdipendenza strategica e tale legame consente a Pechino di negoziare condizioni assai favorevoli per il transito delle proprie navi, come dimostrato dal passaggio di vari cargo e dalla recente ripresa delle prenotazioni per le spedizioni commerciali verso il golfo. I blocchi, le riaperture e le chiusure del braccio di mare di Hormuz hanno aggiunto un elemento di forte complessità, che si sovrappone con le manovre della diplomazia cinese sul quadro bellico complessivo di tutto il Medio Oriente. È evidente che la Cina vuole mostrarsi disponibile alla mediazione, parlando con tutte le parti in causa, ma, contemporaneamente, controllare, con estrema attenzione e con la massima prudenza, il grado di coinvolgimento ed evitare di assumere responsabilità dirette che potrebbero trasformarsi, in futuro, in un costo politico o strategico. Il proposito politico sembra davvero essere questo: la Cina vuole essere presente, influente, ma non vincolata, unita. Il governo cinese sta ottenendo diversi vantaggi dalla situazione: il primo è legato all’immagine. Mentre Trump stravolge il mondo, denigra, insulta, minaccia, provoca e si smentisce ogni giorno, Xi Jinping non ha nessuna difficoltà a presentarsi come un modello di affidabilità, di credibilità e di serietà: questo, per i paesi del sud globale, conta e influisce, è importante e ha molta autorevolezza. Su questa strategia politica si basano i “quattro punti per la pace e la stabilità in Medio Oriente” illustrati da Xi Jinping nell’incontro avuto con Khaled bin Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi. Il primo punto sottolinea la coesistenza pacifica, con l’idea che i Paesi confinanti non possano semplicemente “essere spostati”. Il secondo richiama il rispetto di sovranità e di integrità territoriale, inserendo anche la tutela di personale, infrastrutture e istituzioni statali. Il terzo sottolinea la centralità della Carta delle Nazioni Unite, confermando che il diritto internazionale non può essere applicato in modo discriminatorio. Il quarto, alla fine, lega strettamente sicurezza e sviluppo, dichiarando che la prima è la condizione necessaria del secondo. Scacco matto del Presidente della Repubblica Popolare Cinese che si prende la libertà perfino di dare lezioni sul rispetto del diritto internazionale a Trump, che fra l’altro ha dichiarato di non curarsene affatto. A ciò si aggiunge il fatto che, nel piano di “quattro punti per la pace e la stabilità in Medio Oriente” presentato da Xi per l’Iran, il terzo punto riguarda il rispetto del diritto internazionale: un paradosso per un governo accusato di violarlo apertamente nei confronti di Taiwan. Eppure, applicati alla crisi con l’Iran, i quattro punti sono espressi in modo tale da proiettare l’immagine di una Cina equidistante, capace di mantenere un equilibrio fra Iran e gli altri paesi del Golfo. Appare sullo sfondo una critica quasi diretta, sia alle operazioni militari di Stati Uniti e di Israele, sia alle condotte di rappresaglia del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. È lampante che la scelta di mantenere un atteggiamento di neutralità, di imparzialità e di giusta distanza dall’Iran è il nucleo della strategia politica cinese. Eppure, proprio questa interdipendenza rende indispensabile un equilibrio delicato: un allineamento troppo esplicito con Teheran rischierebbe di compromettere le relazioni con altri protagonisti regionali, soprattutto i paesi del Golfo. La Cina ha costruito, negli ultimi anni, una ampia rete di relazioni nel Medio Oriente, basata su una politica di equidistanza e pragmatismo: rompere questo equilibrio significherebbe mettere in pericolo una notevole parte della sua proiezione globale. Dal 28 febbraio scorso, da quando è iniziata la guerra in Iran, Pechino ha abbracciato e ha mantenuto un atteggiamento discreto e di poche parole, senza però restare totalmente immobile. Infatti negli ultimi tempi a Pechino si sono avvicendati leader politici di diversi paesi del mondo: dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, che ha promesso di maggiorare la erogazione di idrocarburi alla Cina, al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. Ma ad attirare l’attenzione dei diversi osservatori, è stata, innanzitutto e soprattutto, la visita del principe ereditario di Abu Dhabi assai significativa perché il figlio di Mohammed bin Zayed al Nahyan, leader degli Emirati Arabi Uniti, bersaglio degli attacchi missilistici iraniani, ha scelto di recarsi in un paese molto vicino a Teheran. A metà maggio, Pechino accoglierà Trump per un vertice di straordinaria importanza, perché saranno negoziati i termini dei rapporti dei prossimi anni, in campo commerciale e strategico. È un quadro che denota che la Cina ha grandi risorse per attraversare la tempesta in atto nel mondo e per uscirne più forte nella costruzione di una immagine di potenza responsabile. Merito di Xi Jinping, ma anche involontaria gentilezza di Trump.

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