Il discorso dell’arcivescovo Ciro Miniero per la tradizionale cerimonia de ‘U’ pregge’
Riportiamo il discorso che l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha tenuto nella Basilica Cattedrale di Taranto per la tradizionale consegna della statua del patrono alle autorità cittadine:
Stimate Autorità, Reverendi Canonici del Capitolo Metropolitano,
in particolare saluto il sig. Sindaco dott. Piero Bitetti, per il quale questo tradizionale rito de “u’ Pregge” assume una valenza peculiare,
Cari fratelli e sorelle,
L’icona biblica della moltiplicazione dei pani e dei pesci è il brano ispiratore per la nostra Chiesa di Taranto in questo anno pastorale.
Una folla ha fame, i discepoli se ne rendono conto, lo costatano, ma sono già rassegnati ad una situazione che è da subito evidentemente al di là delle loro possibilità. L’immediata soluzione è quella di rimandare in tempo le persone alle loro dimore. I discepoli da sé non possono (o non vogliono) assumersi l’impegno di sfamare la moltitudine. La frase “non abbiamo che soli cinque pani e due pesci”si oppone alla fame in maniera definitiva. È l’esperienza mista alla frustrazione di non poter fare niente. Ci penserà Gesù.
Viene naturale accostare l’inizio di questo prodigio, narrato da tutti e quattro i Vangeli, a tante situazioni nelle quali ci troviamo a vivere anche nella nostra città. Questioni che sembrano ingigantirsi e diventare ingombranti, fuori dalla nostra portata. Non che non si abbia la capacità di riconoscere i problemi, di denunciarli, di lamentarcene: di fronte alle difficoltà che oggettivamente sono complesse quanto una folla da sfamare con scarsissime risorse, la tentazione – apparentemente giustificata – è quella di fuggire, di non sentirsene responsabili, di non poter fare nulla.
La fede che ci raduna nella nostra cattedrale per un atto antico di consegna del simulacro del Santo alle autorità cittadine, ci spinge a guardare i problemi dalla prospettiva della fede. A chi e a cosa è rivolto lo sguardo di Cristo? Il suo sguardo non si discosta dalla fame, dai bisogni, dalle emergenze, né viene meno liquidando le imminenti necessità. Lo sguardo di Gesù è compassionevole, si prende carico dei fratelli. La fame della folla lo riguarda, la sente come sua. E invita i discepoli a fare altrettanto. Noi ancora ci raduniamo nella devozione al Santo vescovo Cataldo perché la sua testimonianza è ancora un segno della premura di Dio. Nell’annuncio intrepido dei santi è intrinseca l’azione della mano provvidente di Dio che viene in nostro soccorso. In tutte le storie dei santi c’è una moltiplicazione dei pani e dei pesci. Miracolo che sorge sempre dalla generosità senza calcolo di poveri peccatori che dicono al maestro: “Io ho solo cinque pani e due pesci ma li metto a disposizione di Dio”. È vero, la folla ha fame del pane della salute, del pane del lavoro, del pane della giustizia, e oggi più che mai è affamata pace. E noi che cosa possiamo fare? Solitamente pensiamo che la soluzione stia sempre nelle mani e nelle responsabilità di chi è a capo di una comunità. Ci dovrebbe pensare il sindaco, ci dovrebbe pensare il vescovo, ci dovrebbe pensare la politica, ci dovrebbe pensare il papa, ci dovrebbe pensare Dio. Nel Vangelo non funziona così. Anche Gesù, il figlio di Dio, ha bisogno della generosità dei discepoli. Il mare ha bisogno delle sue gocce. Una città ha bisogno dei suoi cittadini. Una chiesa ha bisogno di ogni singola pietra viva. Ogni processo di cambiamento deve partire dal singolo che si prende cura del suo vicino, che si sente appartenente e responsabile della famiglia umana. La storia di san Cataldo è chiara, come quella di tutti i santi. Di questi campioni della fede noi riconosciamo l’eroismo della fede attestata susseguentemente dai miracoli. La fede produce il miracolo e non il contrario. Come a dire che prima ogni santo deve dare per poi poterne godere, in abbondanza, insieme alla sua comunità. Cataldo è esempio di donazione totale e ancora una volta chiede che ognuno frughi nel fondo della sua bisaccia, della propria e non del prossimo, per racimolare l’impegno per Taranto, in termini di amore, di responsabilità. Forse non abbiamo nemmeno i cinque pani e i due pesci, ma la quantità spetta al Signore che è capace di fare anche dalle briciole. L’altro aspetto dell’icona biblica è che il prodigio della moltiplicazione si svolge nell’azione. L’abbondanza delle ceste non si palesa subito dopo la preghiera di Gesù, ma nel mentre i discepoli principiano nella distribuzione.

Ecco l’augurio nel cuore della nostra festa: mettere del proprio nelle mani di Dio e muoversi. San Cataldo ci spinga fuori dalle secche della paralisi sociale, dall’immobilismo del lamento, non ci faccia rimanere al confino della sola denuncia. A tutti i livelli ci faccia sentire corresponsabili del benessere altrui, insegni a tutti, a partire da chi ha responsabilità, a servire questa terra, questo popolo e non a servircene. Miracolo è condivisione, corresponsabilità, fraternità. Il vangelo dice “tutti mangiarono”. Possiamo dirlo anche noi? Non siamo comunità di Cristo se tutti non mangiano!
Ultimo aspetto è l’invito di Gesù “raccogliete i pezzi avanzati”. L’abbondanza è continuata da un’attenzione perché nulla vada sprecato, perché ogni risorsa sia riconosciuta come dono prezioso di Dio.
Carissimo sig. Sindaco, l’occasione della festa è sempre incoraggiamento per ciascuno di noi per ripartire. Ringraziamo ancora una volta il Signore per la strada che ci mette innanzi come opportunità di riscoprirci famiglia di uomini e di donne che costruiscono la città.
Buon San Cataldo




