La violenza non è mai “senza motivo” se viene alimentata di continuo
La violenza non è mai gratuita. In primo luogo perché è sempre la conseguenza di scelte e atteggiamenti che la causano. In secondo luogo perché ha dei costi, che gravano sui singoli e sulla collettività. Per questo se si sostiene, entrando nel terreno prettamente giudiziario, che un omicidio può essere avvenuto senza motivo, si dice una cosa sostanzialmente sbagliata. Stiamo parlando, naturalmente, di Bakary Sako, il trentacinquenne di origine maliana che è stato assassinato brutalmente all’alba di sabato 9 maggio in piazza Fontana, proprio mentre Taranto viveva, quasi per contrappasso, le ore della festa per San Cataldo. “Il forestiero” che la gente di qui aveva amato. Ma che forse ora stenterebbe ad accogliere.
Non è nostra intenzione aggiungere parole alle frasi di solidarietà e di sgomento, o anche di richiamo alla moralità che opportunamente sono già state espresse da tanti, in questi giorni. A cominciare dall’arcivescovo Ciro Santoro: “…Se è vero che servirebbe più controllo del territorio, lo è altrettanto che la violenza nasce dalla povertà educativa e sociale, dalla marginalizzazione delle persone…”. Tanto meno sarebbe il caso di addentrarsi negli sviluppi delle indagini che, speriamo, ci diranno la verità giudiziaria e cronachistica dell’episodio. Ma forse non ci diranno tutta la verità su come la violenza si sta insinuando tra noi.
Nei giorni scorsi, nelle nostre città, sono avvenuti molti episodi di violenza, aggressioni, rapine, femminicidi. E la violenza, si sa, più che contagiosa è: emulativa. Come lo è tra i giovani l’uso del coltello. Se siamo entrati nell’ordine di idee che è ormai scontato che le questioni tra stati si regolino con la guerra, ne possono derivare, a cascata, effetti terribili. Poiché la guerra ce la portiamo dentro, da sempre, in forma latente, e a volte cominciamo a prendere gusto a mostrare agli altri i nostri muscoli, la nostra forza, le nostre armi, la nostra prepotenza. È già accaduto, ad esempio, quando pugnali, bombe a mano, manganelli erano gli strumenti che consentivano a gente prima pacifica di agognare il potere. Ma se gli stati operano come gang incontrollabili, con le stessa categorie di sopraffazione, di violenza, di ritorsione, come si può riuscire a portare avanti quella prevenzione “formativa” indicata da monsignor Miniero per costruire una società più sicura, cioè: “una società istruita, coesa, pacificata”?
E non ci nascondiamo dietro la convinzione che pochi bulli internazionali siano capaci di creare da soli tanto scompiglio, poiché quei bulli sono cresciuti e sono stati scelti da molti altri che volevano e chiedevano loro le stesse cose. In varie parti del mondo, persino nel democratico Occidente. Ma le bugie che si dicono, anche dalle nostre parti, per giustificare o sminuire gli immani scempi, i genocidi, le quotidiane carneficine, che conosciamo in tempo reale almeno per farci un’idea della loro gravità, sono un deterrente a investire su una società coesa e pacificata, che tale dovrebbe avvenire attraverso un’istruzione che oggi punta solo a impiantare una cultura delle sgomitate (tanto per citate Pier Paolo Pasolini) che è tutta il contrario del merito che condivide il suo nome con un ministero della nostra Repubblica.




