Presentato a Bari, alla comunità La Vallisa, il libro di Silvano Trevisani: “La ballata di Alda e Michele”
19 Mag 2026
di Loredana Lorusso
Nello stimolante scenario del Lunedì Letterario della comunità La Vallisa, ieri è stato presentato l’ultimo libro di Silvano Trevisani, intitolato “La ballata di Alda e Michele”, un’opera profondamente originale, in cui l’autore, poeta, giornalista e saggista, sceglie la via della poesia per esplorare un sentimento intimo, potente e troppo spesso dimenticato: l’amore senile che legò i poeti Alda Merini e Michele Pierri.
La serata ha trovato il suo naturale e suggestivo preludio nella lettura della poesia “Su quel treno di Taranto”, un vero e proprio spartiacque psicologico ed emotivo tra il buio del tormentato periodo milanese della Merini, profondamente segnato dal dramma del manicomio, e l’improvvisa luce della rinascita felice vissuta nella città ionica accanto al suo amato Michele. Quel viaggio ferroviario non rappresentò infatti un semplice spostamento geografico, bensì una radicale transizione dell’anima meriniana verso una ritrovata e salvifica serenità.
Il valore più autentico della ricostruzione offerta da Trevisani risiede nella sua stessa genesi biologica e intellettuale. L’autore ha avuto il privilegio di conoscere personalmente entrambi i poeti, un dettaglio non trascurabile che gli ha permesso di dare una voce lirica straordinariamente fedele ai protagonisti, sfatando con delicatezza ma ferma precisione i tanti miti, le dicerie e le credenze superficiali che negli anni si sono stratificate attorno alla loro unione e al periodo di permanenza di Alda in Puglia. Nel dipanare questo racconto, l’autore, dialogando col professor Daniele Giancane, ha allargato l’orizzonte narrativo restituendo allo sguardo del pubblico gli splendori dimenticati di una Taranto del dopoguerra. Lungi dall’essere una periferia isolata, la città emergeva all’epoca come una straordinaria fucina di cultura, un territorio d’elezione per premi letterari prestigiosi e un cenacolo vibrante capace di calamitare i più grandi letterati e intellettuali del panorama nazionale. È proprio in questo humus fecondo e colto che si è radicata la figura medica e poetica di Michele Pierri, preparando il terreno per l’incontro con la Merini.
L’unione tra le loro anime, quasi profetizzata molti anni prima dalle intuizioni critiche di Pier Paolo Pasolini, ha avuto inizio attraverso una fitta, quotidiana e appassionata corrispondenza telefonica, per poi coronarsi quattro anni più tardi nel vincolo del matrimonio. Durante la serata, questo storico e intimo dialogo a distanza ha ripreso vita grazie a un momento teatrale di grande impatto emotivo, interpretato dai poeti Rocco Angelo Stano e Roberta Positano. Dando corpo e voce rispettivamente a Pierri e alla Merini, i due interpreti hanno restituito la vertigine drammatica di un corteggiamento poetico serrato, denso e commovente, in cui le parole si sono fatte carne.
Il pubblico ha potuto così ascoltare Pierri ricordare come un tempo fossero stati entrambi poeti, sebbene lei fosse ancora una “bambina intrisa d’infinito” mentre lui era già “un racconto disilluso”. A questa suggestiva evocazione, la Merini rispondeva offrendo l’assaggio di quel “veleno dolce” che portava il suo nome, alla ricerca di una “coppa di cristallo capiente in cui le parole anneghino restando trasparenti”, domandando con urgenza quanto colore lui potesse dare al suo tempo. La conversazione si è fatta poi ancora più serrata e dolorosa quando Pierri si è confessato come un “sarto della carne” che piantava amore per vincere il proprio “imbarazzo a rimanere vivo”, finendo per piangere fiumi di parole di cui non sapeva più cosa farne. Una fragilità a cui faceva eco la richiesta assoluta di Alda, che di fronte a un suo silenzio si sentiva morire, rivendicando il proprio bisogno d’amore e di essere donna, e indicando in lui l’unico “ponte che lascia attraversare la mia impronta”.
Questo straordinario botta e risposta ha offerto lo spunto per una riflessione critica più ampia e necessaria sulla natura profonda di questo legame. L’opera di Trevisani compie infatti un’operazione culturale coraggiosa, scardinando radicalmente il radicato tabù che circonda l’amore senile, troppo spesso sminuito dalla società contemporanea o ridotto a un rassegnato e spento sentimento crepuscolare. Al contrario, tra le pagine della Ballata e attraverso le voci della serata, l’amore tra Alda e Michele viene restituito alla sua verità più autentica: un sentimento infiammato da una passione reale, da un’urgenza viscerale e da un eros intellettuale totalizzante. Tuttavia, il racconto rifugge saggiamente da ogni facile idealizzazione romantica, affrontando a viso aperto la complessità psicologica della relazione, inevitabilmente segnata dal bipolarismo di Alda.
L’altalena emotiva e dolorosa della poetessa dei navigli emerge infatti con tutta la sua forza destabilizzante nel flusso della narrazione, mostrando come lei alternasse esasperati momenti di passione assoluta e viscerale bisogno dell’altro a subitanei, drammatici momenti, nel suo quotidiano, di resa incondizionata alla malattia. In questo contesto, la figura di Pierri si staglia con la tenerezza dolente di quell’artigiano dell’anima descritto nei versi, impegnato nel tentativo costante di ricucire quegli strappi profondi e di farsi, come invocato dalla stessa Alda, quell’unico ponte indispensabile capace di accogliere e lasciar attraversare la sua orma nel mondo.
A Trevisani va perciò riconosciuto il merito di aver dimostrato come la poesia non sia un mero esercizio di stile o un’astrazione accademica, bensì uno strumento formidabile di indagine storica e umana, capace di restituire la verità del sangue e della carne ai protagonisti della nostra letteratura.




