Tracce

Un secco no a una “exit strategy”

Ansa/Avvenire
08 Giu 2026

di Emanuele Carrieri

Esiste solamente una ipotesi. In Ucraina, il crollo della popolarità di Zelensky potrebbe verificarsi se dovesse arrendersi. E tutto ciò lo sa con sicurezza. E come se non bastasse, negli ultimi quattro anni e mezzo, Zelensky ha imparato molto bene a comprendere, e come trattare, Putin. Prima di ogni altra cosa, ha compreso che parlare con Putin è impossibile, soprattutto se si considera che è stato necessario diverso tempo per illustrare questo stato di cose ai suoi alleati europei e soprattutto a quello americano. La lettera aperta di Zelensky a Putin è una mossa da autorevole fuoriclasse della diplomazia e della politica: non soltanto lo ha snidato, ma lo ha letteralmente inchiodato alle sue responsabilità. Nella lettera, Zelensky ha proposto un incontro a Putin e ha anche assicurato che l’Ucraina è disposta a posare le armi per tutta la durata delle trattative con la Russia, se Mosca accetterà di dialogare, usando anche la impostazione della sfida: “Non aver paura di imboccare la via d’uscita da questa guerra. Questa è la cosa principale che ti viene richiesta ora”. Un messaggio scritto senza neanche l’ombra della deferenza e del timore riverenziale che ha fatto totalmente saltare i nervi e andare su tutte le furie il dittatore russo, al punto tale che ha messo da parte l’ipocrisia della diplomazia e ha pure dichiarato che scommette sulla guerra, che dovrà cessare “con il raggiungimento dei nostri obiettivi”. È ragionevole il dubbio che il destinatario della missiva di Zelensky non sia solamente Putin. Forse è pure Trump, che più volte, ultimamente, ha presentato il presidente ucraino come l’intoppo principale a degli accordi con Mosca. Idea che a Washington sembra essere tramontata già da qualche settimana, sia perché Trump è impegnato in prevalenza su altri fronti e su altri tavoli negoziali, della stessa misura difficili, sia perché l’ostinazione del Cremlino ha cominciato a esasperare anche quella parte della leadership repubblicana che non aveva particolari simpatie verso l’Ucraina. Ma adesso, se Trump volesse distrarsi dal Medio Oriente per tornare in Europa, si troverebbe di fronte a un Putin che, davanti al mondo, ha rifiutato un colloquio di pace, appellandosi, per di più, alle non meglio illustrate intese raggiunte con il presidente degli Stati Uniti, nell’agosto scorso in Alaska, quello che il Cremlino definisce “lo spirito di Anchorage”, senza mai specificare in cosa effettivamente consista. Ma forse il contenuto del “pezzo di carta”, come l’ha stizzosamente definito Putin, è diretto ai russi. È ai russi che Zelensky si rivolge quando descrive un presidente della Federazione Russa completamente dissociato dalla realtà. È ai russi che parla quando ricorda a Putin che i suoi sudditi sono tristi, per i “nostri droni” che bombardano senza interruzione le loro raffinerie, per la benzina razionata, per i “sempre più numerosi divieti” e la verosimile chiamata alle armi. È ai russi che dice i numeri delle perdite dell’esercito di Mosca sul fronte. È ai russi che ricorda lo stato reale delle cose al fronte, che non è per niente a favore di Mosca. È ai russi che getta un ponte quando chiude la sua lettera con la frase “eterna memoria a tutti coloro le cui vite sono state strappate da questa guerra”, dunque sia ucraini che russi, in una totale equiparazione della sofferenza. La svolta impressa da Zelensky non è la proposta di un negoziato diretto, ma una “exit strategy” che offre alla classe dirigente che fino a sabato è intervenuta al forum economico internazionale di San Pietroburgo. Quando Zelensky dice a Putin “qualunque cosa lei dica della Nato, della geopolitica e della lingua russa, questa guerra è una sua scelta personale, una guerra senza un motivo reale”, fa una distinzione fra i russi e Putin che permetterebbe ai primi, praticamente, di dissociarsi dal secondo. È inutile sperarci. Non ci sarà alcun “cessate il fuoco” per avviare le trattative come sollecitato da Zelensky, nessuno scambio completo di prigionieri e, almeno per ora, nessun tavolo a due. Non stupisce per nulla la reazione, burrascosa e scomposta, di Putin, che coltiva ancora – nonostante tutto – l’aspirazione di diventare, da grande, lo zar di tutte le Russie. Non stupisce per niente che sia furibondo perché, da capo di una superpotenza, riceve suggerimenti da un nemico più debole: a San Pietroburgo ne ha parlato quasi con sufficienza come se fosse un inutile grattacapo e da eseguire in fretta, prima di passare ad argomenti molto più seri, elencati con abbondanza di dettagli e particolari. “Il modello di sviluppo economico creato dall’Occidente e presentato come unico e universale è stato solo il modo per prosciugare le risorse altrui e creare dipendenza”, “le sanzioni occidentali sono concorrenza sleale” e “l’economia russa non sta collassando, diversi Paesi dell’Ue – fra cui l’Italia – sono in condizioni peggiori”. È questa la risposta di Putin alle analisi degli ultimi tempi sul pessimo stato dell’economia russa e sui rischi di crisi economica. Ma è anche l’occasione propizia per rilanciare la filippica del “nuovo mondo multipolare sganciato dall’egemonia del dollaro”, accanto al numero due cinese, ai presidenti uzbeko e tanzaniano, ai rappresentanti indiani e sauditi, fra gli altri. Ma al forum di San Pietroburgo Putin ha fatto anche un riferimento di adulazione a Trump: usando il suo stesso cavallo di battaglia – se, invece, che Biden le elezioni 2020 le avesse conquistate Trump – “il conflitto in Ucraina probabilmente non ci sarebbe stato”. Uno spunto di riflessione per Putin è nella conclusione della lettera di Zelensky, quando, rivolgendosi ai russi, scrive: “anche voi dovrete lottare sempre di più per la vostra esistenza: non per quella della Russia, ma per la vostra personale”. E infine aggiunge: “Sono fatti della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, avvengono dei cambiamenti.”. Un esempio è utile: il 25 di ottobre del calendario giuliano del 1917.

Leggi anche
Editoriale

Le vite spezzate di due madri

La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, suicidatasi a soli trentacinque anni – la stessa età in cui la madre fu bestialmente trucidata dalla ’ndrangheta – non è soltanto una tragedia privata, ma è – o, meglio, dovrebbe essere – un lutto collettivo, un pianto comunitario, un dolore per tutti. Denise era figlia […]

Non sono giochi innocenti

La Casa Bianca ha lanciato un serie di videogame che celebrano le politiche maga di Trump, giocabili gratis proprio sul sito della White House. Come funzionano i giochi? Sono sulla falsariga dei classici della storia videoludica. Ma sono riadattati. Cosa si chiede a chi gioca? Basta leggere: “Costruisci il muro, deporta, riempi un Trump account”. […]

La manipolazione e l’onestà

Il giorno è il 24 luglio, un venerdì, giorno di festa per i musulmani. Un gruppo di israeliani entra nella periferia della borgata di Tell, a ovest di Nablus, vicino alla moschea. Il resoconto delle autorità di Israele precisa che “hanno incontrato dei palestinesi che li hanno attaccati”. L’esito dell’‘incontro’ è di sei morti, quattro […]
Hic et Nunc

A colloquio con l'arcivescovo Miniero: l'intelligenza artificiale e i rischi del Creato

“Capire l’intelligenza artificiale, custodire l’umanità”, è il tema di un incontro svoltisi venerdì scorso, nell’ex cinema Bellarmino, nell’ambito dei festeggiamenti di san Roberto Bellarmino. L’iniziativa, organizzata in collaborazione con l’ufficio di pastorale sociale, lavoro, giustizia, pace e custodia del Creato, ha visto due autorevoli relatori,, che sono tra l’altro coniugi: Azzurra Ragone dell’Università di Bari, […]

Ilva: l'incontro al ministero sulla cig, per ora si ragiona solo sull'emergenza

Si è svolto questa mattina, al ministero del Lavoro, il previsto incontro tecnico sul decreto che, qualora confermato lo stop dell’area a caldo nei tempi noti, sarà adottato dal governo per la gestione dell’emergenza dell’ex Ilva, presenti le organizzazioni sindacali e datoriali. Il governo ha espresso l’intenzione di mettere a punto strumenti in grado di […]
Media
20 Set 2026