Alleanza, ma fino a un certo punto?
La situazione odierna ha fatto ritornare alla mente una locuzione tratta dalle Catilinarie: “Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”. Adesso la domanda diventa questa: fino a che punto l’Italia può restare fedele agli Usa ma senza apparire subordinata? La crisi aperta dalle parole di Trump contro Meloni, si inserisce in una lunga vicenda, incominciata quaranta anni fa. L’antefatto è la crisi di Sigonella, che accade nell’ottobre del 1985. Dopo il sequestro del transatlantico Achille Lauro e il delitto di L. Klinghoffer, gli Usa intercettano l’aereo egiziano su cui viaggiano i terroristi palestinesi e lo costringono ad atterrare a Sigonella. Gli Usa ordinano la consegna dei responsabili, ma Craxi si oppone e sostiene che il reato è avvenuto su una nave italiana e che spetta all’Italia esercitare la sua giurisdizione. La notte di Sigonella allora diviene più di una crisi diplomatica: diviene un gesto di sovranità. In quel fatto, c’è già tutto il dramma dei rapporti italo-americani: l’Italia è nella Nato, ospita basi Usa, è nel trattato occidentale, ma non vuole essere trattata come una provincia dell’impero. E Craxi interpreta una linea nazionale nell’alleanza: rifiuta l’automatismo dell’obbedienza. Da allora, il fantasma di Sigonella riappare come misura del coraggio politico italiano. Negli anni successivi invece la frattura diventa dolore, irritazione, impotenza. Nel febbraio del 1998, la tragedia del Cermis apre una ferita intollerabile: un aereo militare americano, partito da Aviano, trancia il cavo della funivia del Cavalese e provoca la morte di venti persone. L’Italia si sente colpita in casa propria, da un alleato. Il processo farsa negli Usa e la percezione di una ingiustizia alimentano la rabbia nazionale. È la sensazione di un paese che ritiene la propria vita civile esposta agli errori di un alleato più potente. Poi detona il caso Abu Omar, forse una delle pagine più angoscianti del rapporto fra sovranità italiana e apparati Usa. Il rapimento dell’imam egiziano a Milano, l’operazione della Cia, il passaggio da Aviano e, poi, verso l’Egitto, mostrano un’altra proporzione della frattura. Non più soltanto la guerra, non più soltanto le basi, ma il territorio italiano adoperato come spazio operativo di una logica di sicurezza americana. E se la giustizia italiana prova a fare luce, il segreto di Stato e la ragion di Stato trasformano il caso in un dedalo. Un’altra volta, alleanza e sovranità entrano in collisione. Nel marzo 2005, arriva la morte di Nicola Calipari, ucciso a Baghdad da soldati americani mentre conduce verso l’aeroporto Giuliana Sgrena, appena liberata. Una tragedia che unisce il paese nel dolore e riapre l’interrogativo più amaro. Che cosa accade quando un servitore dello Stato italiano muore per mano di un esercito amico? Gli Usa parlano solo di un incidente, ma rimane la percezione di una verità parziale, di una collaborazione non del tutto leale, di un sacrificio dello Stato non riconosciuto fino in fondo. Negli anni seguenti, la vicenda cambia forma. Nel 2019, l’adesione italiana alla via della seta causa allarmi negli Usa, perché l’Italia è il primo paese del G7 a prendere parte al progetto geopolitico cinese. Nel 2023, con la scelta di revocare l’intesa, l’Italia torna ad allinearsi, ma il contenuto del messaggio è chiaro: il rapporto con gli Usa non è più automatico. Tutto, pure quel rapporto, così come tutte le relazioni internazionali, sono in un mondo multipolare, commerciale, tecnologico, instabile. E poi arrivano i dazi, la nuova politica commerciale Usa, la stretta sulle esportazioni europee, il ritorno di Trump e dell’idea transazionale dei rapporti internazionali. Per l’Italia, gli Usa non sono un alleato militare: sono anche un mercato decisivo, uno sbocco essenziale per il made in Italy, un luogo in cui si muove parte della ricchezza nazionale. Quando gli Usa colpiscono l’Europa sul commercio, la frattura diventa consistente. Non interessa più solo i principi, ma imprese, filiere, lavoro, vino, moda, meccanica, agroalimentare e farmaceutica. È in questo contesto che il nuovo scontro assume un significato più complesso della polemica personale. Le frasi di Trump su Meloni non arrivano dal niente. Arrivano dopo anni nei quali gli Usa hanno smesso di essere buona guida dell’Occidente e incominciato a trattare gli alleati come avversari, contendenti o comparse. La replica della premier preme su un nervo nazionale: la paura di essere ancora una volta alleati senza essere rispettati. Gli Usa hanno voluto allineamento, l’Italia ha cercato autonomia, ma, quasi sempre, ha avuto bisogno della protezione americana. La novità è che, oggi, questa vecchia ambiguità è esibita senza la minima diplomazia, senza un linguaggio felpato, senza il pudore delle cancellerie. Trump parla come se l’alleanza fosse un risvolto di un rapporto personale di forza. E, allora, un paese emancipato, maturo, cresciuto, può restare alleato degli Usa senza rinunciare alla propria voce? Può far parte dell’Occidente senza confondere l’Occidente con gli umori di Trump? Può far parte della Nato e, al tempo stesso, pretendere rispetto? La risposta è sì, ma ogni volta che gli Usa dimenticano questa separazione, l’Italia ritrova la sua vecchia ferita, tuttora integra. Lo scontro odierno è il riemergere di una storia vecchia, incominciata nella notte di Sigonella e mai davvero conclusa. Allora, l’Italia difese la propria sovranità dinanzi agli aerei e ai soldati. Oggi, l’Italia deve proteggere la sua dignità davanti alle parole sconsiderate di un “povero diavolo”. Sovranità e dignità non hanno medesimo rilievo, non hanno uguale valore, ma stanno insieme perché, fra alleati, si può essere in disaccordo, si può contraddire, si può discutere, si può litigare e si può anche dissentire. Ma, soprattutto, non si può accettare di essere trattati come se l’amicizia fosse una concessione, una cortesia, un favore.




