Viaggio apostolico

Leone XIV a Lampedusa: “I morti in questo mare sono vittime di decisioni prese o mancate”

ph Vatican media-Sir
06 Lug 2026

Il primo papa a varcare la soglia di un cimitero di migranti e ad attraversare, con un fuori programma, la Porta d’Europa, soglia della salvezza raggiunta dopo i viaggi della speranza sulle rotte del Mediterraneo. Sono le due istantanee, già consegnate alla storia, della visita di Leone XIV a Lampedusa, isola divenuta simbolo dell’accoglienza di chi affronta il mare rischiando la vita. Un’isola dove più che le parole contano i gesti, come ha detto – e dimostrato – lo stesso pontefice prima della messa conclusiva al Campo sportivo ‘Arena’, alla presenza di quattromila persone.  Al cimitero, prima tappa di una mattinata intensa, Leone si è inginocchiato per deporre una corona di fiori bianchi e gialli e poi raccogliersi in preghiera nel luogo dove, insieme alle tombe dei lampedusani, trovano spazio le croci e le lapidi senza nome di chi è stato inghiottito dal mare, tra cui molti bambini.

La seconda tappa della visita è stata un fuori programma: il Papa ha varcato lui stesso la Porta d’Europa, appoggiando la sua mano destra su uno dei due lati e, una volta attraversata, ha percorso a piedi un tratto di costa rocciosa, inerpicandosi fino a guardare il mare e l’orizzonte, mentre il vento gli portava via lo zucchetto.

 

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Un papa “migrante tra i migranti”, dunque, che con il gesto compiuto in uno dei luoghi più iconici dell’isola di Lampedusa – la Porta alta cinque metri e larga tre realizzata dall’artista Mimmo Paladino nel punto più a sud non solo dell’isola, ma dell’intera Europa – ha ripercorso non solo idealmente il percorso di chi non ce l’ha fatta a salvarsi in mare, salutando poco prima due famiglie di migranti. Nella terza tappa del viaggio, al molo Favaloro, Leone ha benedetto la targa – “luogo di approdo, speranza e umanità”, come è inciso nel marmo – che da oggi intitola il Molo a papa Francesco, che da qui  aveva lanciato in mare la corona di fiori in memoria dei migranti morti. Al Molo, il Pontefice ha salutato alcuni di quelli ospitati nell’hotspot dell’isola, che attualmente accoglie 114 persone.

“Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”,

l’inizio dell’omelia della messa conclusiva, nel campo sportivo Arena.  “Sono grato al Signore di potervi visitare, sulle orme di papa Francesco”,  il primo omaggio di Leone.

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“Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti – ha osservato il Papa attualizzando la parabola del Buon Samaritano attraverso la parola “prossimità” e i riferimenti alla Magnifica Humanitas. -. Sono venuto a ringraziarvi per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare”, il tributo ai lampedusani, con un ringraziamento speciale ai migranti presenti.
I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate – la denuncia dal sapore politico -. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise”. Sono queste, per il Papa, le occasioni del “passare oltre” il dramma dei migranti.

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“Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui”, i verbi della compassione. “In ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri”, il grido d’allarme di Leone XIV: “È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione”, perché “agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi”. Chi si lascia portare in questa dinamica “inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente”, ha garantito il Papa: “Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II”. E che “non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione.
Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee”, l’appello al nostro continente e al suo “potenziale unico”, a cui corrisponde “pari responsabilità”: “Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.

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Non “innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri”, la raccomandazione per un’accoglienza che a Lampedusa ha anche una vocazione turistica.  Per Sant’Agostino, “la vita umana è una  navigazione nel mare in tempesta,  e il suo destino come un porto salvo e sicuro”, il riferimento davanti all’immagine della Madonna di Porto Salvo posta sull’altare: “Non lasciamoci vincere dalla paura. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro”. “E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!” , il saluto finale con l’espressione tipica presa a prestito dai lampedusani.

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