«Non ci credo, però…»
La superstizione tra abitudine, rito e libertà
Non tutte le credenze scompaiono quando smettiamo di ritenerle vere.
Alcune perdono la loro formulazione esplicita, ma continuano a sopravvivere nei comportamenti. Non diremmo seriamente che un numero, una parola o un gesto possano determinare ciò che ci accadrà. Eppure può capitare di evitarli o ripeterli «per sicurezza».
La formula è quasi sempre la stessa: «Non ci credo, però…»
È proprio quel ‘però’ a meritare attenzione.
Sul piano razionale la credenza è stata respinta; sul piano pratico, invece, continua a orientare il comportamento. Potremmo parlare, in questo senso, di una sorta di credenza pratica: non un’adesione intellettuale piena, ma una disposizione che continua ad agire nelle scelte.
Un gesto scaramantico possiede spesso una funzione definita, in antropologia, apotropaica: serve ad allontanare o scongiurare un male temuto. Non occorre sapere con precisione perché dovrebbe funzionare. Può bastare pensare che compierlo sia preferibile a non compierlo.
Non dice più: so che questo mi proteggerà.
Dice: non so se serva, ma perché rischiare?
Ernesto de Martino colse bene questa ambiguità studiando la jettatura napoletana. Nella cultura settecentesca essa sopravvive come compromesso tra l’antica fascinazione e la razionalità illuministica, fino a diventare quella che egli definisce una «ambiguità faceta»: non più convinzione pienamente professata, ma comportamento capace di continuare a modellare il costume.
Tra il credere e il non credere esiste dunque una zona nella quale l’uomo può comportarsi come se qualcosa fosse vero.
Molti di questi gesti vengono ricevuti prima ancora di essere compresi. Passano attraverso la famiglia, il linguaggio, le consuetudini. Una generazione può aver creduto fermamente nel loro significato; la successiva conservarli come precauzione; un’altra ancora ripeterli sorridendo.
Il contenuto si attenua, ma la forma rimane.
Per questo non basta domandarsi: «Credo davvero che funzioni?»
Occorre porre una domanda più radicale: «Sono libero di farlo?»
Ciò che compio nasce realmente da una scelta oppure sto assecondando una paura, un automatismo, una pressione ricevuta dall’ambiente?
E soprattutto: «Sono libero di non farlo?»
Se posso compiere o omettere il gesto senza attribuire alla scelta alcuna conseguenza sul corso degli eventi, siamo probabilmente nel territorio della consuetudine o dello scherzo. Se, invece, l’idea di non farlo genera inquietudine, allora il gesto ha cominciato ad acquistare una forma di autorità.
La questione interessa direttamente la teologia morale.
Nella tradizione classica, da Tommaso d’Aquino in poi, si distingue ciò che semplicemente accade nell’uomo dall’atto propriamente umano, nel quale intervengono conoscenza e volontà. La libertà non è quindi un elemento secondario dell’agire morale: ne costituisce una delle condizioni fondamentali.
La domanda sulla superstizione cambia allora prospettiva.
Non soltanto: questo gesto è razionale oppure irrazionale?
Ma: che cosa sta accadendo alla mia libertà mentre lo compio?
San Paolo offre un criterio particolarmente illuminante: «Tutto mi è lecito! Sì, ma non tutto giova. Tutto mi è lecito! Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla» (1Cor 6,12).
La domanda diventa: chi domina chi?
Sono io a disporre del gesto oppure il gesto ha iniziato a disporre di me?
È qui che possiamo richiamare brevemente quanto già osservato nella precedente riflessione. Il cristianesimo non diffida dei gesti attraverso i quali la fede si esprime. Preghiere, segni, pellegrinaggi, immagini e pratiche devozionali appartengono a una fede incarnata.
Il problema, dunque, non è la ripetizione del gesto, ma il rapporto con la libertà che quella ripetizione produce.
Un gesto può custodire una memoria, esprimere una devozione, appartenere a una tradizione familiare senza per questo diventare superstizioso. Ma può anche essere osservato perché la sua omissione viene percepita come pericolosa.
È qui che la distinzione tra tradizione e automatismo diventa decisiva.
La tradizione cristiana non è semplice ripetizione: trasmette un contenuto, una memoria, una fede. L’automatismo, invece, può sopravvivere anche quando il significato è andato perduto.
Si continua perché «si è sempre fatto così».
E allora emerge il paradosso: se davvero quel gesto non significa nulla, perché diventa importante compierlo?
Spesso la risposta non è nella convinzione che qualcosa accadrà facendolo, ma nel timore di ciò che potrebbe accadere non facendolo.
La superstizione può funzionare così secondo una logica negativa: non promette necessariamente un beneficio, ma pretende di evitare un rischio.
Ed è proprio questa struttura a renderla resistente alla confutazione.
Se compio il gesto e non accade nulla, posso interpretarlo come efficace. Se non lo compio e accade qualcosa di negativo, quell’evento può diventare una conferma.
Non siamo più, allora, davanti a una semplice battuta, ma a un modo di interpretare il rapporto tra azione e realtà.
La prospettiva biblica riporta ancora una volta la questione alla libertà.
«Cristo ci ha liberati per la libertà!» scrive Paolo ai Galati (Gal 5,1). Non una libertà intesa come possibilità indiscriminata di fare qualsiasi cosa, ma come liberazione da ciò che pretende di esercitare sull’uomo un dominio incompatibile con la sua relazione filiale con Dio.
Per questo il discernimento cristiano non dovrebbe fermarsi alla domanda: «È vietato?».
Più radicalmente: «A che cosa sto consegnando la mia libertà?»
Non ogni gesto scherzoso è superstizione. Non ogni consuetudine popolare nasconde una dipendenza. Sarebbe scorretto attribuire intenzioni magiche a chi non le possiede.
Ma neppure basta dire «non ci credo» perché il problema scompaia.
Il criterio resta duplice: Sono libero di farlo?
E soprattutto: Sono libero di non farlo?
Se posso lasciarlo cadere senza sentirmi meno protetto, senza temere una conseguenza e senza immaginare di aver aperto uno spazio alla sfortuna, il gesto non governa la mia libertà.
Se la risposta diventa incerta, quel piccolo «però» merita di essere ascoltato.
Perché la superstizione non comincia sempre da una grande convinzione.
Talvolta comincia da una piccola rinuncia alla libertà.
E quando il gesto deve essere compiuto in una forma precisa — con determinate parole, un certo numero di volte, rispettando una sequenza — si apre una questione ulteriore.
Il rito comincia a essere pensato come una tecnica capace di produrre un effetto.
Ed è da questo confine che continuerà il nostro percorso.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




