Don Ezio Sgobio, da Montemesola ai Tamburi
Dopo 105 anni, la storia di due sacerdoti si incontra nella stessa chiesa.
Venerdì 16 ottobre l’ingresso di don Ezio come parroco di San Francesco de Geronimo alla guida della comunità che ebbe come primo parroco un altro montemesolino, monsignor Cosimo Russo. Un passaggio di consegne che porta con sé oltre un secolo di fede, sacrifici e dedizione
Chissà quante volte, da bambino, don Ezio Sgobio avrà percorso la navata della Chiesa madre di Montemesola, indossando la veste da ministrante, senza immaginare che un giorno sarebbe stato lui a celebrare Messa dall’altra parte dell’altare. E chissà se, in quegli anni trascorsi tra le attività dell’oratorio e gli insegnamenti di don Antonio Piccinni, qualcuno avrebbe potuto immaginare che proprio quel ragazzo, molti anni dopo, sarebbe diventato parroco della stessa chiesa che, nel lontano 1921, aveva accolto un altro sacerdote di Montemesola.

Venerdì 16 ottobre, alle ore 18, don Ezio Sgobio farà il suo ingresso ufficiale nella parrocchia di San Francesco de Geronimo, nel quartiere Tamburi di Taranto. La celebrazione eucaristica, che segnerà l’inizio del suo minstero di parroco, sarà presieduta dall’arcivescovo metropolita di Taranto, monsignor Ciro Miniero.
Per don Ezio sarà una giornata importante, di quelle che segnano la vita di un sacerdote. Ma lo sarà anche per Montemesola, che dopo oltre un secolo vede un altro dei suoi figli assumere la guida di una parrocchia alla quale il paese è legato da una storia che merita di essere raccontata.
Era il 1921 quando l’arcivescovo Orazio Mazzella istituì la parrocchia di San Francesco de Geronimo, la prima del quartiere Tamburi. All’epoca non esisteva la grande chiesa che oggi si affaccia sulla piazza intitolata a monsignor Cosimo Russo. C’era soltanto una baracca di legno, precedentemente utilizzata dai militari inglesi, nella quale i fedeli si riunivano per pregare.
Quando si trattò di affidare quella nuova comunità a un sacerdote, le condizioni della struttura scoraggiarono più di qualcuno. Monsignor Cosimo Russo, originario di Montremesola, accettò invece senza esitazioni. Si racconta che, di fronte alla povertà di quella sistemazione, avesse ricordato che Gesù era nato in una capanna e che anche lui, dunque, avrebbe potuto essere parroco di una baracca.
Una risposta semplice, che racconta molto più di quanto possano fare tante parole sul significato del sacerdozio.
Russo rimase ai Tamburi per quasi sessant’anni. Vide crescere il quartiere, conobbe le famiglie, accompagnò generazioni di fedeli e contribuì alla costruzione di una comunità che, nel tempo, avrebbe trovato anche una nuova casa. Nel 1928 venne acquistato il terreno per una chiesa più adeguata e, nel marzo del 1969, fu inaugurato l’edificio attuale, progettato dall’architetto Michele Giannico. A lui si deve anche la devozione a sant’Antonio da Padova, ancora oggi profondamente radicata nel quartiere.
Dopo monsignor Russo, a custodire quella storia è stato don Nino Borsci. Arrivato nel 1973 come vicario parrocchiale, è diventato parroco il 1° marzo 1981, rimanendo alla guida della comunità fino allo scorso luglio.
Quarantacinque anni da parroco. Un tempo nel quale i bambini sono diventati adulti, gli adulti sono diventati nonni e tante famiglie hanno continuato a ritrovare in don Nino un volto familiare. Un sacerdote che ha dedicato particolare attenzione ai giovani e a chi viveva situazioni di fragilità, impegnandosi anche accanto alle persone con problemi di dipendenza e contribuendo alla nascita della Comunità Airone.
Venerdì, durante la celebrazione, la comunità lo ringrazierà per tutto ciò che ha rappresentato in questi decenni. E non sarà un saluto qualunque, perché quando un sacerdote trascorre così tanti anni nello stesso luogo, finisce inevitabilmente per diventare parte della storia personale di chi lo abita.
A raccogliere questa eredità sarà don Ezio Sgobio, terzo parroco nella storia ultracentenaria di San Francesco de Geronimo e secondo sacerdote originario di Montemesola a ricoprire questo incarico.
La sua, però, è una storia che non ha seguito un percorso scontato.
Da ragazzo ha frequentato la Chiesa madre di Montemesola, prima come ministrante e successivamente come animatore dell’oratorio. In quella comunità ha incontrato don Antonio Piccinni, una figura importante nei primi anni della sua formazione, quando il rapporto con la fede si costruiva attraverso la quotidianità, il servizio e la partecipazione alla vita parrocchiale.
Poi sono arrivati il diploma, le prime esperienze lavorative e, a ventun anni, una scelta che sembrava destinata a portarlo lontano dal sacerdozio: l’arruolamento nell’Aeronautica militare.
Cinque anni in divisa, due dei quali in servizio permanente. Una strada professionale già intrapresa, con le sue responsabilità e le sue prospettive. Eppure, proprio mentre la sua vita sembrava aver trovato una direzione, don Ezio ha cominciato a interrogarsi su qualcosa che sentiva ancora irrisolto.
Non è sempre facile comprendere una vocazione. Ancora meno quando significa rimettere in discussione una vita già avviata, rinunciare a certezze conquistate e trovare il coraggio di ricominciare.
Per lui è stato importante il confronto con don Franco Castellana, che lo ha accompagnato nell’avvio di un percorso di discernimento. Sono seguiti un anno vocazionale, l’anno propedeutico e l’ingresso nel seminario regionale di Molfetta.
Durante il terzo anno di formazione, un’esperienza personale di perdono e misericordia ha rappresentato un momento decisivo, aiutandolo a riconoscere con maggiore chiarezza quella chiamata che per tanto tempo aveva cercato di comprendere.
Il 10 febbraio 2018 è stato ordinato diacono. Il 23 febbraio 2019, nella celebrazione presieduta dall’allora arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale.
Quel ragazzo cresciuto all’ombra della Chiesa madre di Montemesola era diventato don Ezio.
Da allora il suo ministero lo ha portato a conoscere diverse comunità. Prima il quartiere Paolo VI, dove dal settembre 2018 ha prestato servizio nella parrocchia di Santa Maria del Galeso, inizialmente come collaboratore e poi come vicario parrocchiale, affiancando anche la comunità di San Giuseppe Moscati.
Nel settembre 2021 è arrivato a Pulsano, nella parrocchia di Santa Maria la Nova, dove è rimasto per quattro anni. Un’esperienza accompagnata anche dall’insegnamento della Religione cattolica nell’Istituto comprensivo Giannone, che gli ha consentito di codividere una parte importante della quotidianità con bambini e ragazzi.
Nel settembre 2025 il trasferimento nella parrocchia dello Spirito Santo, nel quartiere Taranto 2, ancora come vicario parrocchiale, proseguendo contemporaneamente l’insegnamento nell’Istituto comprensivo Martellotta.
Poi, il 31 luglio scorso, la nomina a parroco di San Francesco de Geronimo.
Per la prima volta, dopo anni trascorsi ad affiancare altri sacerdoti, don Ezio si prepara ad assumere la responsabilità diretta di una comunità. Una comunità che porta sulle spalle una storia importante e che vive in uno dei quartieri più complessi di Taranto.
Perché parlare dei Tamburi significa parlare anche delle sue ferite. Delle preoccupazioni delle famiglie, della salute, dell’ambiente, delle difficoltà che hanno accompagnato intere generazioni. Significa conoscere una realtà nella quale la Chiesa ha avuto, fin dalle origini, un ruolo che è andato ben oltre le celebrazioni religiose.
In quella baracca del 1921, monsignor Russo aveva cominciato il proprio ministero accanto a una comunità che stava nascendo. Don Nino Borsci ha accompagnato quella stessa comunità attraverso decenni di trasformazioni, dedicando gran parte della propria vita a chi aveva bisogno di ascolto, sostegno e vicinanza.
Adesso toccherà a don Ezio conoscere quei volti, entrare nelle storie delle famiglie, condividere le preoccupazioni di chi vive nel quartiere e conquistare, giorno dopo giorno, la fiducia delle persone che gli sono state affidate.
E c’è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che questo nuovo inizio riporti idealmente ai primi anni della parrocchia.
Centocinque anni fa, un sacerdote di Montemesola accettò di celebrare messa in una baracca, convinto che la povertà di un edificio non potesse rappresentare un ostacolo alla propria missione. Oggi un altro sacerdote dello stesso paese si prepara a entrare in quella chiesa, consapevole di assumere un incarico che porta con sé la responsabilità di una storia lunga oltre un secolo.
In mezzo ci sono le vite di migliaia di persone. I battesimi, i matrimoni, i funerali, le preghiere affidate in silenzio, le generazioni di bambini cresciuti in oratorio, le famiglie che hanno trovato nella parrocchia un luogo nel quale sentirsi accolte.
Ci sono quasi sessant’anni di ministero di monsignor Russo e quarantacinque anni da parroco di don Nino Borsci. Due sacerdoti che hanno dedicato ai Tamburi una parte immensa della propria esistenza.
E adesso c’è don Ezio, con i suoi quaranta due anni, una vocazione maturata attraverso esperienze molto diverse e una nuova responsabilità da affrontare.
Venerdì 16 ottobre sarà una giornata di emozioni anche per chi, a Montemesola, lo ha visto crescere. Per chi lo ricorda bambino sull’altare della Chiesa madre, per chi ha condiviso con lui gli anni dell’oratorio, per chi ha conosciuto le sue scelte e il cammino che lo ha portato al sacerdozio.
Sarà difficile, per qualcuno di loro, non tornare con la memoria a quel ragazzo che serviva messa accanto a don Antonio Piccinni. E sarà altrettanto difficile non pensare a quanto sia cambiata la sua vita da allora.
Forse è proprio questo l’aspetto più emozionante della sua storia. Don Ezio non è diventato sacerdote perché non avesse altre strade davanti. Una strada l’aveva già scelta, una carriera l’aveva già intrapresa. E a un certo punto ha sentito di dover cambiare tutto per rispondere a una chiamata che continuava a interrogarlo.
Venerdì, quando si troverà all’altare di San Francesco de Geronimo, porterà con sé anche quella scelta. E insieme a essa le persone che lo hanno accompagnato, i sacerdoti che hanno contribuito alla sua formazione, gli anni trascorsi nelle comunità in cui ha prestato servizio.
C’è un’immagine, però, che più di ogni altra restituisce il significato di questa giornata: quella di un bambino che, nella Chiesa madre di Montemesola, impara a servire all’altare, e quella dello stesso bambino, diventato uomo e sacerdote, che si prepara ad accogliere una comunità intera.
A distanza di centocinque anni da monsignor Cosimo Russo, Montemesola consegna idealmente ai Tamburi un altro dei suoi figli.
E mentre la comunità saluterà con gratitudine don Nino Borsci, don Ezio comincerà a scrivere la propria storia tra quelle mura.
Una storia che venerdì inizierà con una Messa, ma che prenderà forma soprattutto nei giorni successivi, negli incontri, nelle difficoltà, nelle gioie e nella vita quotidiana delle persone.
Ed è proprio lì, molto più che nei momenti solenni, che un sacerdote diventa davvero il parroco della sua gente.




