Padroni anche della morte
L’idea è venuta al ministro della guerra Pete Hegseth, approvata subito con entusiasmo da Trump, il presidente dei moniti globali in punta di mitra: fucilare in diretta streaming Nidal Hassan, reo della strage di Fort Hood, nel Texas, dove aprì il fuoco uccidendo tredici persone. Il 3 dicembre, in mancanza di ricorsi, il ministero della guerra prevede la fucilazione pubblica, la prima dal 1945. E non servirà a nulla, come la stessa pena di morte che non ha mai fermato assassini e stragi. Siamo andati oltre: al Pentagono e alla Casa Bianca hanno deciso di spostare l’avvertimento ancora più là, esecuzione in diretta, barbara promozione della potenza dello stato, che danneggerà ancor più il tessuto morale di un paese in crisi per via delle scellerataggini di chi lo governa. Nella stagione delle esecuzioni (che arriva dopo quella dei dazi, delle annessioni, delle guerre infinite e degli insulti agli alleati), ora siamo giunti al dunque: sarà fucilazione perché la prescrive il protocollo militare. Così non c’è pericolo di replicare il flop delle iniezioni poco letali a Christa Pike. Sarà pubblica, in diretta, non si sa se con spot prima e dopo. E con i popcorn. Con la finalità dell’esempio che sconfina nella barbarie. Perché lo spettacolo finirà per appaiare la nazione guida dell’Occidente, custode dei diritti umani, della democrazia e della pietas cristiana al regime canaglia degli ayatollah iraniani che adesso sta combattendo o a quelli dei talebani afgani che ha combattuto in passato. La analogia è ovvia ed è preoccupante. E si fatica ad accettare che una democrazia si comporti come una dittatura teocratica che si fa forte della violenza e aggancia sulle gru, fino a che morte non sopravvenga, i nemici della rivoluzione islamica, mentre il popolo grida, sputa, insulta il condannato che si dibatte lassù negli ultimi spasmi. Si fa fatica a metabolizzare la logica dell’esempio nel terrore, la stessa che motivava i tagliagole di Isis e Al Qaeda a filmare le esecuzioni nel nome di Allah. Da più parti si è parlato di ritorno ai tempi del Regime del terrore, la fase più sanguinosa della Rivoluzione francese, facendo riferimento in particolare alla procedura “spettacolare” con la quale veniva data esecuzione alle condanne a morte in quel tempo, con numerose tricoteuses che sedevano davanti alla ghigliottina sferruzzando a maglia e assistendo con noncuranza o cinismo alle esecuzioni. Il richiamo è più preciso e semmai ancor più preoccupante se si fa riferimento più che alle modalità (del resto rimaste in essere fino all’inizio del secolo scorso) al pensiero che accompagnava quella operazione e che pare riflettersi nella ideologia che accompagna l’evoluzione dell’attuale governo degli Stati Uniti. Si tratta di una ideologia che ripropone una questione di fondo: quella dei limiti entro cui il potere può disporre della vita degli individui. Si tratta, non di discutere o di dubitare dell’autorità dello stato, ma di fare richiamo al fondamento e all’ideale, che, nel nostro ordinamento costituzionale, sono innanzitutto nella tutela e promozione della pari dignità sociale. Una dignità che la nostra Costituzione ripone al centro del proprio impianto e il cui rispetto costituisce il limite che neppure la legge può oltrepassare. Purtroppo, però torna, in questi tempi e attraverso questa vicenda, a farsi strada la arcaica e grezza convinzione che la vita umana possa essere considerata interamente sacrificabile in nome di esigenze e finalità collettive, fino alla sua soppressione, di cui la pena di morte rappresenta la manifestazione più estrema. Abolita, nella legge o nella prassi, in 145 stati del mondo, la pena di morte “sopravvive” in 54 stati ma quelli che eseguono condanne a morte sono soltanto un terzo. E ciò che colpisce maggiormente è che le autorità politiche di tali stati continuino a ignorare i risultati delle numerose ricerche che mettono in discussione la presunta deterrenza della condanna a morte, sulla quale insistono invece i suoi sostenitori. Va aggiunta, però, una riflessione: dagli anni quaranta del secolo scorso, negli stati occidentali nei quali la condanna a morte è sopravvissuta, le esecuzioni si sono svolte al chiuso e davanti a pochi testimoni. E tenere la esecuzione fuori scena conteneva in sé un giudizio: ciò che non si riesce più a guardare è già, in parte, condannato. Ora, portare ancora la esecuzione sotto gli occhi di tutti significa farci l’abitudine, e ciò a cui ci si abitua finisce per apparire accettabile, plausibile. Elimina quell’antidoto alla barbarie che è la vergogna. Ma la diretta streaming è peggio della piazza. In piazza c’erano i corpi, l’odore, il rumore, c’era il rischio che la folla – come talvolta capitava – prendesse le parti del condannato. Davanti a un video non si è nemmeno fra gli uomini, si è soli, mentre la morte di una persona arriva ai nostri occhi nello stesso formato di un match di calcio o di una ricetta. Del resto, l’individuo uccide per rabbia, per crudeltà, per difendersi. Lo stato lo fa a freddo. La ragione ultima per abolire la pena capitale il più antico dei comandamenti: non uccidere. Il segno imposto da Dio a Caino è il primo atto con cui la legge salva il colpevole alla vendetta, perché ogni persona vale più del peggiore atto che abbia commesso. Anche nel più cattivo degli assassini sopravvive sempre un “briciolo di umanità”, che la gravità della colpa non può cancellare e che nessuna sentenza e nessuna pena dovrebbe pretendere di distruggere. Riconoscerlo non vuol dire attenuare la responsabilità del colpevole, neanche dimenticare le vittime, ma affermare che la dignità della persona non è una ricompensa per la buona condotta, ma un valore che precede e limita l’esercizio stesso del potere punitivo. La dignità umana non può dipendere dal crimine commesso, né la legalità trasformarsi in una licenza di umiliare. La giustizia ha bisogno di limiti, garanzie e umanità.



