Tracce

Lectio magistralis di disumanità

ph Afp-Sir
02 Ott 2026

di Emanuele Carrieri

Nel finale, il film Naza rivolge lo sguardo oltre i confini, attraverso la presentazione dell’unità di intelligence politica (“dipartimento Bibi”, dal soprannome di Netanyahu), che ha il compito di servire le politiche del primo ministro. Il suo scopo, a differenza di quelli di altri dipartimenti incaricati di prevenire la guerra sterminando i membri di Hamas, è differente: impedire la pace, come dichiara uno degli intervistati. Le vittime dei crimini di guerra a Gaza sono spiate, classificate come minacce allo Stato e la loro reputazione è infangata se presentano denunce agli organismi internazionali. “È un dipartimento politico, fra i più ambiti”, confessa un soldato, e ha uno scopo: evitare la pace. C’è una frase, in questa parte del film, che delinea il contesto: “Ci sono molti agenti che ostacolano il terrorismo, e invece ci sono altri agenti che ostacolano la pace”. Il pensiero è andato al discorso che Netanyahu ha tenuto davanti all’Assemblea Generale dell’Onu, dopo che diversi rappresentanti hanno abbandonato l’aula proprio mentre lui saliva sul podio. “Se ci sono altri vigliacchi che non hanno ancora lasciato questa sala, vi prego di farlo ora”, ha commentato all’inizio del suo intervento. Una occasione nella quale Netanyahu ha offerto qualcosa che, in una qualunque aula di tribunale, potrebbe essere chiamato, con grande cautela, materiale da confrontare con ipotesi accusatorie: dichiarazioni di un capo di governo sulle finalità della guerra, sui metodi impiegati, sul trattamento della popolazione civile e sulle responsabilità dello Stato che dirige. Netanyahu ha parlato senza soste al plurale: ovviamente il pronome “noi” non costituisce una forma di responsabilità penale, ma è significativo. Netanyahu ha descritto una guerra asservita alla direzione politica del governo e ha rivendicato le azioni militari come segmenti di una strategia complessiva. Per il diritto internazionale umanitario, la questione decisiva riguarda come una guerra viene combattuta. Il principio di distinzione prescrive di distinguere fra combattenti e civili, fra obiettivi militari e costruzioni civili, che mai possono essere degli obiettivi. Gli attacchi indiscriminati sono proibiti, così come quelli nei quali il danno previsto alla popolazione civile risulti eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto, diretto e prevedibile. Dire, per esempio, che Hamas combatte all’interno di aree civili lascia sano e salvo questo obbligo. Uno dei passaggi più importanti del discorso è quello nel quale Netanyahu ha dichiarato che Hamas “usa i civili palestinesi come scudi umani”, celando in ospedali, in scuole e in moschee delle centrali terroristiche. La questione può essere accertata soltanto sulla base delle prove relative ai singoli luoghi e ai singoli attacchi. Ma anche nel caso che l’affermazione fosse provata, il problema rimarrebbe: per il diritto internazionale umanitario, la presenza di un obiettivo militare fra i civili lascia in vigore gli obblighi di distinzione, proporzionalità e prudenza. Un ospedale è sempre considerato un edificio civile e la popolazione civile conserva la propria protezione anche quando si trova vicino a combattenti. La formula dello “scudo umano” non assegna una liceità dell’attacco. Ma è ancora più sconcertante l’autodifesa che Netanyahu ha costruito a difesa dall’accusa di adoperare la fame come arma. “Quale regime genocida consente la distribuzione di due milioni di tonnellate di cibo a Gaza?”. La risposta sconfigge la domanda, perché la quantità complessiva di cibo entrata in una regione non conclude la questione. Bisogna sapere la quantità di cibo entrato, quando, attraverso quali valichi, in quali condizioni, quanto ne sia stato consegnato e a chi, quali difficoltà siano state poste alla distribuzione, se siano stati create delle concentrazioni di alimenti allo scopo di far nascere il fenomeno della borsa nera, quale fosse l’autentico fabbisogno della popolazione. Due milioni di tonnellate di cibo bastano per due milioni di persone per quasi trentasei mesi? Poi, Netanyahu ha dichiarato che Israele avrebbe inviato “milioni di sms”, fatto “milioni di telefonate” e fatto cadere “milioni di volantini” per mettere al corrente la popolazione civile. Ma un sms rende lecito un bombardamento? Le domande sono numerose: l’obiettivo era militare? L’attacco era destinato contro quell’obiettivo? Il danno prevedibile ai civili era eccessivo rispetto al vantaggio militare, concreto e previsto? Furono adottate tutte le precauzioni possibili? Il diritto internazionale non funziona per assoluzioni cumulative: milioni di telefonate non permettono un attacco illegittimo, proprio come la presenza di un combattente in una costruzione civile non trasforma tutti gli altri occupanti in combattenti. Il passaggio più politico del discorso è, forse, anche il più fuorviante e il più indefinibile. “Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio”, ha asserito con aria altera Netanyahu. Ma la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, nel procedimento promosso dal Sudafrica per genocidio, non ha mai emesso verdetti contro Israele per aver commesso genocidi, mentre la Corte penale internazionale ha chiesto la emissione di mandati di cattura per Netanyahu e per Gallant, il ministro della difesa, accusati di “aver ridotto deliberatamente i civili palestinesi alla fame”, di “omicidio volontario” e di “sterminio”. C’è, però, una frase che attraversa tutto il discorso. “Non abbiamo altra scelta!”. Il diritto dei conflitti armati sussiste per impedire che la necessità politica o militare diventi una clausola di esenzione. Avere uno o più motivi per combattere vuol dire rispettare le regole sul modo di combattere. Questo vale per Hamas e vale per Israele, vale per chi ha ucciso dei civili israeliani il 7 ottobre e vale per chi esercita il potere militare sui civili di Gaza, vale per gli ostaggi e vale per i gazawi. Questo è il senso del diritto internazionale umanitario: la guerra non sospende il diritto, è, al contrario, la circostanza in cui il diritto diventa ancora più indispensabile, ancora più vitale.

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