Cosa si sta consegnando ai giovani?
Quel filmato è stato mandato in onda una decina di volte, se non di più. Quel bambino, in primo piano, aveva enormi occhi azzurri, le guance erano rosse e grassottelle, come quelle di Cicciobello, il famoso bambolotto in voga negli anni sessanta. Quel che colpiva era l’abbigliamento: nero, completamente nero, simile a quello di un ninja giapponese, con uno zainetto e una sciarpa sollevata fin sotto il naso. Non erano immagini del carnevale ambrosiano, non stava andando a una festa in maschera. Stava saccheggiando dei negozi nel centro di Milano. Fin qui il filmato, fin qui la cronaca. Il bambino ha undici anni, una età in cui si dovrebbe rompere, nel peggiore dei casi, un giocattolo, non certo la vetrina di un punto vendita. Davanti a quel filmato, la prima domanda è ineluttabile: dove erano i suoi genitori? E dove erano gli adulti che avrebbero dovuto occuparsi di lui? A undici anni si è davvero troppo piccoli, non si è ancora in quella terra di nessuno dell’adolescenza, dove i figli a volte corrono il rischio di diventare, all’improvviso, estranei in casa propria. Si è ancora bambini. E un bambino ha bisogno di qualcuno che non lo perda di vista. Nemmeno quando fa di tutto e di più per sparire. La seconda domanda riguarda tutti, davvero tutti. Dove eravamo mentre cresceva quel bambino vestito come un ninja? La suprema corte dei social ha già emesso la sentenza. Il verdetto è simile a quello di un’anziana vicina di casa di origine napoletana: “Mazz’ e panell’ fanne ’e figl’ bell’, panell’ senza mazz’ fann’ ’e figl’ pazz’”. E così, in questo modo, per rispondere all’atto di violenza di un bambino, i giudici dei social non trovano niente di meglio che invocarne un altro. È la pedagogia dei gendarmi di Pinocchio, dimenticando che, nella favola, è il burattino a finire in carcere, mentre chi lo inganna resta libero. Che sia ben chiaro: le vetrine – non solo le vetrine – non vanno infrante, i commercianti e i poliziotti non vanno aggrediti. Perché, quelle, non sono forme di protesta. Ma se la risposta dello Stato a un undicenne che ruba cinture di lusso consiste solamente nell’esibire muscoli, abbiamo un problema, un grosso problema. Si schierano ben cinquecento paracadutisti della brigata “Folgore”, si annunciano delle case di detenzione minorili più capienti, come ha minacciato il ministro Nordio. Manca solamente di dichiarare guerra allo zainetto. E per ora rimane senza alcuna risposta la domanda più importante: chi dovrebbe impedire che quel bambino diventi il delinquente che oggi tanti già vedono in lui? Servono le responsabilità familiari, e regole e sanzioni adeguate. Ma occorrono, soprattutto e prima di tutto, adulti giusti, capaci di esserci prima delle forze dell’ordine. Educatori nei quartieri dormitorio, scuole sostenute, luoghi dove stare insieme. È una diversa idea di sicurezza: è quella che inizia anni prima del primo vetro infranto. Quel bambino abita in zona Barona, quartiere nella parte sud-occidentale di Milano, è figlio di immigrati marocchini. Sono, questi, dettagli che qualcuno userà come una sentenza e che dovrebbero essere invece l’inizio di un ragionamento. Nelle nostre città crescono ragazzi italiani e pure altri arrivati da luoghi lontani, che guardano le stesse vetrine dei coetanei benestanti, ma hanno la sensazione di vivere dietro un vetro: possono vedere tutto, possono desiderare tutto, non avere niente, non appartenere a niente. Ora forse quei ragazzi non solo stanno gridando contro qualcosa, ma, forse, stanno urlando una richiesta di aiuto: “Dateci un futuro”. E quella richiesta, quando fa fatica a trovare le parole per manifestarsi, rischia di diventare un grido straziante. E un grido, prima di essere giudicato, domanda di essere ascoltato. Questo non significa giustificare la violenza, i danneggiamenti o i furti. Sarebbe un errore pedagogico fermarsi alla condanna o ridurre tutto a una questione di ordine pubblico. È una richiesta che nasce dalla fatica di intravedere un domani e di trovare dentro di sé la fiducia e la forza per perseguirlo, anche grazie all’incontro con qualcuno che sappia testimoniarle con la propria vita. È qui che la questione diventa realmente educativa. Una generazione cresce incontrando adulti capaci di alimentare grandi desideri e di accompagnarla nell’impegno necessario per realizzarli. Adulti che non si limitano a indicare quello che non si deve fare, ma fanno vedere, con l’esempio, per cosa valga la pena impegnarsi e vivere. Si tratta di continuare a credere in loro, pure quando faticano a credere nel proprio avvenire, assumendoci noi la responsabilità della loro educazione e della loro formazione. E educare significa riconoscere che un giovane è molto più di uno studente da istruire, di un comportamento da correggere o di un talento da valorizzare. È una persona che sta diventando grande, nella quale conoscenze, affetti, relazioni, libertà, responsabilità e ricerca di senso sono dimensioni indivisibili della stessa umanità. La scuola può essere un luogo privilegiato di questa crescita, ma questa responsabilità non può essere affidata solo alla scuola: la crescita esige l’alleanza educativa tra famiglie, scuole, comunità ecclesiali, istituzioni, associazioni sportive e realtà culturali. Perciò occorre ritrovare una responsabilità condivisa: accompagnare le nuove generazioni a diventare grandi. Dietro i cortei può esserci una domanda di futuro, il bisogno di sentirsi ascoltati e di potere incidere sulla realtà. La loro domanda interroga tutti noi: cosa si sta consegnando alle nuove generazioni? E quali esempi e quali ragioni per guardare avanti? O stanno chiedendo di trasformare la ribellione in proposta, l’inquietudine in desiderio e la rabbia in responsabilità? O stanno chiedendo motivi credibili per guardare avanti?



