Tracce

Le ambiguità, prima e più di ogni altra cosa

(Foto AFP/SIR tratta dal sito internet https://www.agensir.it/)
26 Feb 2024

di Emanuele Carrieri

È un filone a volte trasversale e talvolta altalenante, prima di tutto perché nessun raggruppamento, nessun rappresentante politico, trova il coraggio di assumersi la responsabilità di manifestare quel legame in modo autentico, senza inutili espedienti. Spesso, si deve ipotizzare dall’acrobatismo, dall’equilibrismo, dall’equidistanza, dal neutralismo. Le parti in causa, quasi sempre, negano fermamente e decisamente. Salvo poi notare quanto sia lunga, nel quadro della politica europea, la processione di impresentabili – a incominciare dall’ungherese Orban – che ascoltano lo zar di tutte le Russie. Vale sempre e comunque un vecchio ripiego: si dice ma poi non si dice, si accenna, si allude, si lascia intendere, o meglio, si sottintende, si resta in una posizione di ambiguità, e si amplificano le doppiezze, i dubbi, le ipotesi. La forma è tiepida, né calda, né fredda, e si usa un principio dello Stato di diritto per diminuire le responsabilità di chi, quello Stato di diritto, lo calpesta, lo oltraggia, lo stupra, lo violenta. Una dichiarazione sbiadita, quella di Andrea Crippa, vicesegretario della Lega che, nel commentare l’assassinio di Aleksei Navalny, ha invocato il garantismo per lo zar di tutte le Russie, rivista e corretta da una sintetica nota del partito: pochissime righe per esprimere il “profondo cordoglio” da parte di tutto il partito e anche del leader Matteo Salvini, e per chiedere che “venga fatta piena luce” su tutta la vicenda. Da molto tempo, ci si interroga sul potere di attrazione che esercitano gli odierni autocrati, a cominciare dallo zar di tutte le Russie. Chi più, chi meno, ciascuno si armonizza con i despoti di turno per i motivi più svariati, in cui però non è difficile individuare la legge fisica degli estremi che si attraggono e che poi si toccano: l’orma dell’uomo forte, il machismo, lo sciovinismo, il nazionalismo degenerato di uno stato che tutto sorveglia, il disprezzo verso ogni struttura di liberaldemocrazia, un anti-occidentalismo revanscista, l’idea di una efficienza risolutiva. Tutto accettabile, tutto plausibile per una manciata di consensi, ma la politica, da sola, non è capace di spiegare il contesto: in fin dei conti, proprio l’Europa sta vivendo la febbre della democrazia. Solo pochi hanno subodorato l’arrivo di questa deriva, su cui a lungo è stato steso un velo di indulgenza se non di ipocrisia: confinata, derubricata alla voce “cronaca minore”. Non c’è, non c’è stato dittatore che, almeno nel retropensiero, non abbia trovato una piccolissima forma di comprensione: i guai della globalizzazione si sono rivelati un passaggio da goal per il sodalizio anti sistema. Adesso, però, la distrazione è terminata con l’ultimo – in ordine di tempo – atto di un regime totalitario e pure impaurito. La guerra asimmetrica – l’impiego delle armi e la disinformazione, la propaganda, la cortina del silenzio – del regime russo gioca sulle ambiguità della fragilità di pezzi delle opinioni pubbliche europee. Lo zar di tutte le Russie Mosca sa che deve sostenere tutte le forze antisistema nel Parlamento europeo, perché il successo di queste ultime porterà alla caduta del “globalismo liberale”. Considerazioni transitorie e finali, a mo’ di riflessioni. L’omicidio di Aleksei Navalny presenta due questioni inoppugnabili: prima di tutto, non occorre aspettare l’inchiesta di regime per comprendere che si è di fronte a un purtroppo abituale – da quelle parti – assassinio di Stato. E poi il resto del mondo deve ricavare delle conclusioni politiche da una così evidente circostanza. L’uccisione dell’attivista, in aggiunta alla guerra di Mosca scatenata contro l’Ucraina, diventa lo spartiacque fra chi sta con Putin e chi no. Com’è noto, l’Europa ha scelto il no, e anche il governo italiano non ha perplessità al riguardo, e finora la linea atlantista non ha dato luogo a malintesi geo-politici. Dunque, esigere chiarezza dalla Lega e dal suo leader e vicepremier Salvini, non è una polemica da cortile. Anche prescindendo dalle posizioni politiche del più recente passato – le foto di Salvini con la t-shirt di Putin hanno fatto l’intero giro del mondo –, la Lega deve spendere parole esplicite sull’assassinio dell’oppositore russo. Ma non basta: è necessario, è indispensabile specificare che sta dalla parte di chi dice no a Putin, perché c’è una ambiguità di fondo riconosciuta da tutti. La chiarezza è un’esigenza fondamentale per Giorgia Meloni, che ha una vera e propria spina nel fianco. Ma si impone, anzitutto, in vista del voto europeo di fine maggio: gli elettori hanno il diritto di sapere chi sta con chi, perché poi vincitori e vinti si troveranno a contendersi e guidare l’Unione europea per i prossimi cinque anni. Perché, se avere un vicepremier e ministro che non sa o non può o forse non vuole prendere le distanze da Putin è inaccettabile per il nostro Paese, sarebbe del tutto inammissibile, se fosse sconfitta la maggioranza “Ursula”, per l’Unione europea.

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