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La lista di Schindler scritta alla macchina per scrivere con solo due dita

22 Apr 2022

Pochi tratti veloci per rappresentare lettere, suoni, parole o intere frasi. In mezzo a quei segni che, sul foglio bianco, creavano disegni astratti, si sentiva “a casa”. Aveva imparato l’arte stenografia per poter prendere meglio gli appunti durante i suoi studi universitari. A Vienna Carmen Koppel – che tutti chiamavano “Mimi” – studiava lingue. Figlia di Emil e Frieda Koppel, Mimi era nata il 15 gennaio 1915 a Wiener Neustadt, cittadina che sorge a sud di Vienna, nei pressi del fiume Leitha.

Nella capitale austriaca aveva incontrato quello che sarebbe diventato il suo futuro marito, che seguì a Cracovia nel 1936.

Nel 1939 la famiglia viene allietata dalla nascita di Sasha Weitmann. La gioia e la spensieratezza non durano però a lungo. Il 1° settembre 1939 le truppe tedesche invadono la Polonia. Insieme al marito, Mimi riesce a portare il figlio e la nonna al sicuro in Ungheria. Poi vengono arrestati. La loro colpa? Essere ebrei.

Vengono rinchiusi nel ghetto di Cracovia. Il marito di Mimi cerca di scappare, ma viene scoperto dai soldati tedeschi, che lo fucilano davanti al cancello del ghetto. Non ha nemmeno 30 anni, Mimi Weitmann, quando rimane da sola.

Nel marzo 1943 i nazisti decidono di “liquidare” il ghetto di Cracovia. Mimi, insieme a centinaia di altri ebrei, viene trasferita nel campo di Plaszow. Dal momento che conosceva la stenografia, viene messa a lavorare nell’amministrazione del campo. Ed è lì che incontra Oskar Schindler. La donna diventa ben presto la segretaria dell’imprenditore tedesco, che riuscì a salvare oltre 1.200 ebrei dallo sterminio nazista.

Quando Schindler riesce a convincere il comandante del campo Amon Göth a concedergli – dietro il pagamento di un milione di marchi – più ebrei da mandare a lavorare nella sua fabbrica nel sottocampo di Brünnlitz (in Moravia), è Carmen che inizia a scrivere i loro nomi. Per ore e ore senza sosta, solo con due dita va su e giù per la tastiera della macchina da scrivere. Lettera dopo lettera, il ticchettio ritmato dei tasti sulla carta restituisce la dignità di persona a quelli che per i nazisti erano solo dei numeri. E con la dignità, le mette al sicuro da quello che i nazisti chiamavano il “trattamento speciale”, ossia lo sterminio nel campo di Auschwitz.

“Prima ho inserito nella lista i nomi degli operai, poi i nomi dei loro familiari e dei loro amici – ricorderà qualche anno più tardi Mimi –. Alla fine ho messo il mio nome e quello di alcuni miei amici. Poi la quota di persone era al completo”.

Nell’autunno del 1944 dal campo di Plaszow – che i tedeschi avevano deciso di smantellare – parte il treno degli “Schindlerjuden“, gli ebrei di Schindler. Su quel treno c’è anche lei, Mimi. Qualcosa però non va per il verso giusto e il treno viene deviato verso Auschwitz. Mimi e gli altri “Schindlerjuden” rimangono nell’inferno del campo di sterminio per due settimane. Schindler riesce quindi a portare i “suoi” ebrei da Auschwitz a Brünnlitz, dove rimangono fino alla liberazione, nel maggio del 1945.

Finita la guerra Mimi torna in Ungheria dove ritrova suo figlio e si trasferisce con lui a Tangeri, in Marocco. È nel Paese africano che incontra e sposa il suo secondo marito, Albert Reinhardt, un direttore d’albergo. Nel 1957 la famiglia ottiene un visto per gli Stati Uniti e si trasferisce a New York.

Qualche anno più tardi, Mimi Reinhardt va a trovare sua zia a Vienna.

Era una giornata particolarmente calda. Lei sta camminando per il centro della città quando, passando davanti a un caffè di strada si sente chiamare con il suo nome di battesimo: “Carmen Weitmann”. Era Oskar Schindler. L’aveva riconosciuta. Era seduto al bar insieme ad altri ebrei che avevano lavorato per lui.

L’imprenditore tedesco invita la sera stessa Mimi ad un incontro insieme a quelli che erano stati i suoi “dipendenti”. Quando la donna sale sul taxi che era arrivato a prenderla sotto casa, Schindler abbraccia lei e un altro ex prigioniero e dice all’autista: “Questi sono i miei ebrei. Li ho salvati tutti!”.

Quella è stata l’ultima volta che Mimi ha incontrato Oskar Schindler.

Quando, nel 1993, Steven Spielberg la invita alla prima di “Schindler’s List”, Mimi decide di restare a casa. Era troppo difficile, per lei, rivedere sul grande schermo quegli anni della sua vita.

Non aveva mai voluto raccontare a nessuno – nemmeno ai suoi figli – di quello che era successo nei campi di Plaszow e di Brünnlitz, né tantomeno delle due settimane trascorse nell’orrore di Auschwitz. “Non volevo parlarne – aveva spiegato qualche tempo fa –. Dopo la guerra ho sentito che una parte della mia vita era finita. Volevo iniziare una nuova vita senza quella vecchia”.

Riuscì a vedere il film di Spielberg solo diversi anni più tardi.

Nel 2002 Mimi Reinhardt rimane vedova e dopo cinque anni, nel 2007, decide di trasferirsi da New York a Herzlya, in Israele, dove vive e lavora il figlio.

Sabato scorso (9 aprile) il “The Times of Israel” ha annunciato su Fb che Mimi Reinhardt, la donna che per due anni è stata la segretaria di Oskar Schindler, è morta a 107 anni nella casa di riposo di Herzlya.

“Per 60 anni – riferisce il quotidiano Israel ha-Yom – diceva di aver sofferto per gli incubi della guerra. Ma adesso, nella casa di riposo di Herzlya quegli incubi erano scomparsi”.

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