Editoriale

Il rispetto per una scelta sofferta

Foto di archivio
13 Apr 2023

di Emanuele Carrieri

Di che cosa ci parla il gesto di prendere il proprio bambino, nato da qualche giorno, vestirlo, uscire di casa e affidarlo alla culla per la vita di un ospedale? Senz’altro ci parla di un dolore lacerante, mischiato alla paura, all’ansia, alle incertezze. E di ragioni che sono comunque insindacabili, qualsiasi possano essere e come tali vanno rispettate, con discrezione, con cura, con ascolto. Nella scelta di questa madre c’è la certezza che il bimbo non correrà alcun rischio, a differenza di tanti altri casi che la cronaca, nel corso degli anni, ci ha restituito di bambini abbandonati nei cassonetti dell’immondizia la cui vita era stata messa a rischio o che erano morti. In questo caso, la madre sa che il piccolo sarà prestissimo al sicuro, in mani esperte e capaci di occuparsene, e che il suo avvenire sarà probabilmente sereno, con qualche famiglia che lo ha scelto e lo alleverà. Non ha fatto tutto da sola per poi sbarazzarsi del suo bambino infischiandosene della sua sorte: lo ha partorito in ospedale, per una settimana lo ha tenuto fra le sue braccia, lo ha coccolato e lo ha nutrito. Gli ha dato un nome, Enea. Aveva già deciso, poiché aveva chiesto ai medici l’anonimato, così come è contemplato dalla legge, quindi ha scritto un biglietto commovente, toccante. Ha avvolto il suo bambino in una coperta e lo ha portato in un posto sicuro, dove sapeva si sarebbero presi cura di lui. “Ciao, il mio nome è Enea, sono nato in ospedale e sono super sano”. Chissà che pensieri, che strazio, che dolore, quante lacrime e quanti pianti, strapparsi una parte di sé. Di fronte a scelte che sono tragedie nessuno dovrebbe permettersi di giudicare. Al contrario, è proprio quello che è accaduto e sta accadendo. Questa notizia, che sarebbe dovuta rimanere nel segreto dell’ospedale si è diffusa in un battibaleno, corresponsabili gli implacabili social. Con la descrizione del neonato, il peso, la tutina che indossava. C’è chi ha pure creduto di fare bene lanciando un appello alla madre. Bisogna sperare solo che quella donna, quella madre viva fuori da questo mondo, senza smartphone e senza internet, senza quotidiani e senza televisione, che non possono far altro che accrescere il senso di colpa. Ha fatto una scelta e solo lei sa tutto e fino in fondo. Ognuno di noi ha la sua idea ma quel che conta è che si tratta di una scelta legale, prevista e disciplinata dalla legge, che dovrebbe garantire con l’anonimato anche il silenzio. Per dirla in modo chiaro: noi non avremmo dovuto sapere niente, questa vicenda sarebbe dovuta rimanere fra i pochi entrati in contatto con la donna per ragioni di lavoro, e stop. Perché qualcuno ha sentito il bisogno di riferire tutto? Non ha pensato che cosa sarebbe accaduto e che cosa avrebbe potuto causare in quella donna, in quella madre? Il bambino è al sicuro, verrà affidato a una famiglia che lo adotterà e avrà un avvenire, forse migliore di quello che la madre non pensava di riuscire a garantirgli. Ma perché tutto questo rumore? Perché fare appelli sui giornali? Perché offrire aiuti davanti a una decisione devastante e che non può non essere stata ponderata a lungo? Quella madre ha voluto prendersi cura del suo bambino nel modo che le è sembrato più giusto. E si prenderà cura di lui anche la madre adottiva, perché non esistono mamme vere e mamme non vere. Questa vicenda dovrebbe farci almeno riflettere sulla nostra propensione a commentare tutto e subito, anche senza sapere e a prescindere dalle conseguenze delle nostre espressioni, sul rispetto delle leggi e innanzitutto delle persone, del loro vissuto, delle loro scelte, sui comportamenti di una società che talvolta non perdona.

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