Tracce

Il potere logora soprattutto chi ce l’ha

15 Apr 2024

di Silvano Trevisani

“Il potere logora che non ce l’ha”. La storica sentenza di Andreotti, che magari ci ha fatto sorridere per anni, ritorna oggi sconcertante. Essa dimostrava l’arguzia spavalda di chi è sempre stato con le mani in pasta e mette alla berlina chi invece al potere non riesce ad arrivarci. È un incitamento a tenersi stretto il potere in qualsiasi modo e una umiliazione per chi si oppone, magari per sostenere le ragioni della minoranza. In fondo, è storicamente fasulla.

Non è il caso neppure di citare personaggi simbolo che hanno pagato la sete di potere, da Giulio Cesare a Napoleone, da Mussolini a Hitler. Ma basta guardare a quello che la storia recente, anche del nostro paese, ha attraversato.

L’ideologia della forza, che si afferma anche dalle nostre parti con la banale giustificazione che solo chi comanda può fare il bene degli altri, diventa spesso un modo di garantirsi la gestione del potere e di tutto quello che esso garantisce: arricchimento personale, appropriazione dei beni della terra, favoritismi e così via.

Non siamo d’accordo neanche con chi si vanta di togliere persone e adesioni alle altre forze politiche, per accrescere il consenso, come è accaduto alla giunta regionale, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: non è una corretta azione politica. È sleale esercitare il potere, sventolarne il fascino, per togliere adesione agli altri. È logico pensare che il trasformismo, pur non rappresentando un reato, sia un malcostume, quanto meno un gesto di maleducazione nei confronti di chi ti ha votato perché eri in un progetto politico che ora rinneghi. Qualcuno dirà: ma quelli votavano me non il mio partito: peggio! Nessuno può sostituirsi a un’idea, quando questo avviene (fece così Mussolini che da socialista diventò dittatore) non è mai un bene. Spesso è un disastro.

I più grandi insegnamenti, in fondo, derivano dagli sconfitti dalla logica umana. A partire da Gesù Cristo, per venire a Papa Francesco i cui appelli alla pace sono persino irrisi.

A chi si accoda al potere per “gestire” preferisco il paradosso di don Milani che, parlando ai militanti comunisti, disse: “io lotterò per aiutarvi ad arrivare al potere, ma dal giorno dopo sarò vostro avversario”.

E che dire di Pasolini che, con parole straordinarie, lodò l’educazione alla sconfitta: “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco”.

Quando ero piccolo mia madre mi insegnò che “chi va al mulino s’infarina”. E così chi arriva al potere difficilmente non s’imbratta. Forse la logia di don Milani ci spingerebbe a non desiderare di imbrattarci a nostra volta ma ad auspicare una “ripulitura reciproca”.

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