Buttato in mare tutto vestito
Avrebbe potuto chiudere subito questa vicenda, che starà aperta non si sa per quanto tempo. Gennaro Sangiuliano avrebbe potuto chiuderla prima e meglio. Sarebbe bastato seguire l’esempio di un vero ufficiale-gentiluomo, che difese, con la sua vita, molto più del sacro suolo patrio. Basta scorrere il suo curriculum. È l’ammiraglio Inigo Campioni, processato dalla repubblica di Salò e fucilato il 24 maggio del 1944: pretese e ottenne di essere giustiziato mediante fucilazione al petto, anziché alla schiena, stando in piedi e senza la benda sugli occhi, comandando lui stesso il plotone di esecuzione. Invece, Sangiuliano ha presentato, non con una stringata lettera di dimissioni, ma con un lungo scritto, in cui torna sul fatto, in chiave di piagnucolamento, di vittimismo, di minacce e di complottismo. Neanche uno sfioramento, neppure una frase, nemmeno una sola parola di autocritica. Neanche un solo accenno di ammissione che qualcosa non andava nel suo rapporto con Maria Rosaria Boccia e che qualcosa non andava nei suoi viaggi in compagnia e nelle sue promesse. Proprio lei, la quarantunenne di Pompei, è stata capace di mostrare le inadeguatezze del ministro. Ma la giusta attenzione dovrebbe essere rivolta anche alle contingenze più importanti e ai personaggi pubblici ben più influenti e rilevanti. Certo è che la fine dell’attività di governo di Sangiuliano – e solo quella, perché, prima o poi, lo si troverà su altri fronti e su nuovi versanti – non spegnerà la prosecuzione di questa “storia infinita”, la cui struttura è di certo tutt’altro che nuova. È la storia di uno qualunque, un uomo banale e comune, che giunge a occupare, neppure molto meritatamente, un posto di potere dal quale cerca di ottenere un riscatto pubblico e dei vantaggi privati. Conosce una qualunque, una donna banale e comune, alla quale promette un pezzo del potere che sostiene di possedere ma, poi, infrange la promessa, fermato dalla consorte o dai consiglieri. Viene fuori il problema e il clan fa quadrato intorno a quell’uno qualunque, non per proteggerlo, ma per proteggere sé stesso, soprattutto in tutti gli altri casi somiglianti. Ma – questa è la sola novità di una storia altrimenti già vista – quell’una qualunque non solo non tace ma esibisce una capacità di comunicazione e di gestione della situazione ben superiori a tutti gli altri e mette sotto scacco il poveraccio. Politici e giornalisti gridano, giustamente, allo scandalo e chiedono una autentica operazione di trasparenza per l’uso disinvolto del potere. Il poveretto si dimette, anzi viene spinto in mare tutto vestito, da una altissima scogliera. Tuttavia non c’è di che preoccuparsi: il poveretto galleggia e perché, prima o poi, lo si ritroverà perché il clan sa che, con quelle dimissioni, lui ha salvato tutti. In questa vicenda, per certi aspetti simile a tanti altri scandali, la insistenza dei mezzi di informazione è stata nutrita dalle diverse, molte figuracce comunicative del protagonista stesso e dall’abilità della donna nel mostrare l’inadeguatezza dell’altro che è stato così mediocre da essere lui stesso a spiattellare gli elementi scabrosi e grossolani che, fino ad allora, in pochi avevano riferito. La richiesta di verità e trasparenza non è scaturita da un lavoro dei cronisti e lo scavo giornalistico si è messo in azione, in pratica, su sollecitazione dei protagonisti stessi. La campagna mediatica su Sangiuliano ha avuto successo perché il personaggio non ha fatto che peggiorare la sua posizione nel corso degli eventi. Con buona pace dei partiti di opposizione e dei mezzi di informazione. Però, se si considera la sostanza dello scandalo – la partecipazione a incontri e la presenza in luoghi del potere di una persona non formalmente nominata – si è molto lontani da altri casi, ben più scandalosi e pruriginosi. Ciò fa emergere il sospetto che la giusta attenzione verso Sangiuliano sia, in fondo, una forma di doppiopesismo. Quell’uno qualunque, il politico debole, buffo e grottesco – che per altro si complica la vita da solo – viene giustiziato perché è debole e perché ha fatto un bel macello, mentre gli altri possono cavarsela. Il governo Berlusconi – l’ultimo, il quarto – cadde anche per la sfilza dei vari casi, da quello di Patrizia D’Addario a quello di Ruby Rubacuori, ma non tanto per l’ondata di indignazione pubblica che fu fermamente combattuta. Ma cadde, innanzitutto, per la crisi debitoria e per le forti pressioni internazionali. La vicenda è soltanto l’ulteriore fatto di una equipe inadeguata, è la prova provata che il culmine non funziona, che ha scelto male gli atleti, non sa farli rigare dritti, che ha punito solo un piccolo miracolato dalla storia. La Meloni continua a riunire i suoi a porte serrate e a fare ripassate del tipo: non posso portare la croce solo io, datevi una regolata, non ci posso mettere sempre la faccia io. L’opposizione, i giornalisti e i commentatori, le hanno costruito addosso l’immagine di donna forte e autorevole. E dunque lei può contare sugli avversari. Il danno è che sono i suoi a dire che questa immagine è una bufala.




