Tracce

Soldi, armi e cortesie

Ansa/Avvenire
13 Lug 2026

di Emanuele Carrieri

Al vertice della Nato di Ankara, Trump è passato, in men che non si dica, dalla tragedia della ripresa della guerra contro l’Iran, degli insulti agli alleati e della minaccia alla Spagna di rompere subito ogni relazione commerciale, all’idillio del siamo tutti d’accordo su tutto e dell’amore ostentato alla fine dei lavori. L’altalena dei suoi umori contribuisce a spiegare la stranezza di quel che è successo al vertice della Nato: nulla di utile per gli alleati europei, che pure avevano speranze in un esito di qualche rilievo. Trump ha fatto sì che succedesse ben poco e che quel poco consistesse in fiumi di dollari che fluiranno copiosi nelle sue casse. Ossia ben cinquanta miliardi in commesse militari per le industrie americane e, in più, tutto ciò che arriverà con la truffa inventata dal suo amore per il danaro: gli aiuti a Kiev in armi made in Usa pagate dagli europei. Si tratta degli unici fatti concreti contenuti nel comunicato finale, riempito di banalità: la Russia che continua a rappresentare “una minaccia a lungo termine”, l’“incrollabile sostegno all’Ucraina”, le “maggiori responsabilità” che gli alleati si starebbero assumendo aderendo alla pretesa del cinque per cento del prodotto interno lordo, in spese militari, in dieci anni del programma approvato da tutti, eccetto la Spagna, al vertice dell’Aja. Proprio il capitolo degli impegni finanziari (e ripartizione delle spese) è il refrain, non solo di Trump, ma, da sempre, di tutti i presidenti statunitensi e che è la contraddizione che tutti i paesi membri della Nato dovrebbero affrontare e risolvere per porre su un piano ragionevole il sistema dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. L’argomento che gli Usa avrebbero diritto a un rimborso nella forma di un riequilibrio degli oneri sostenuti per la difesa dell’Europa non tiene conto del fatto che quel sacrificio gli Usa lo hanno compiuto, da sempre, a proprio vantaggio, per rendere concreta la propria posizione, e la propria pretesa, di potenza mondiale. In altre parole, gli Usa non hanno certo avuto uno stile del tutto “caritatevole”. Certo, non si può negare che proteggendo la Germania o l’Italia, negli anni in cui l’Urss era un rischio, gli Usa abbiano salvaguardato la propria sicurezza. La difesa della democrazia, degli ordinamenti liberali e dello stato di diritto sono stati importanti e decisivi, ma molto più per gli europei che per gli americani, come è dimostrato dal fatto che essi sono stati in più di un momento spinti in secondo piano quando gli Usa hanno giudicato che la dimensione militare della sicurezza dovesse, per forza, prevalere sul valore dei principi e sui diritti delle persone. Il fatto che dopo lo scioglimento del patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Urss la Nato sia stata mantenuta in vita può essere considerata, sotto questo profilo, una circostanza illogica, allora, dopo la caduta del Muro di Berlino, spiegabile con la teoria diffusa a Washington di dover presiedere una dinamica economica e commerciale dei rapporti fra gli Usa e l’Europa. Una teoria che poi ha manifestato sempre più la sua illogicità a mano a mano che gli Usa si sono resi conto che la loro presenza era più utile sull’altra sponda del Pacifico piuttosto che sull’altra sponda dell’Atlantico. Si può pensare che questa contraddizione, questa ambiguità sul senso della ripartizione delle spese sia il problema reale da affrontare per riequilibrare i rapporti fra i due continenti e che il modo per risolverlo non sia un rilancio della Nato, ma una riflessione sulla necessità che l’Europa costruisca la sua sicurezza, non come un pilastro dell’alleanza diretta dagli Usa, ma come un soggetto padrone della sua autonomia in un sistema garantito e preservato, non solo da una comune difesa militare, ma pure da una trama di accordi, trattati e garanzie reciproche e vicendevoli. È una necessità resa più urgente dalla guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina: ad Ankara, Zelensky ha incassato la promessa di un sostegno giusto, prevedibile e proseguibile a lungo termine e, per il 2026, l’impegno di europei e canadesi a fornire armamenti per ben settanta miliardi di euro, da sborsare agli Usa. Resta, poi, da considerare l’impegno di Trump – e Bruto è un uomo d’onore – di concedere all’Ucraina le licenze per la costruzione in proprio dei missili Patriot. Sono armi per la difesa antiaerea, che almeno potrebbero proteggere le città ucraine dalle incursioni che i russi stanno conducendo da settimane con i nuovi razzi ipersonici che hanno una gittata pari a gran parte del territorio dell’Europa. Ma a parte questo, dal vertice di Ankara non è venuto alcun segnale di qualsiasi intenzione di favorire una de-escalation del conflitto. Anzi, Zelensky ha sostenuto che proprio la capacità degli ucraini di condurre una guerra per droni dovrebbe valere come biglietto d’ingresso di Kiev nella Nato. Come se proprio questa prospettiva non fosse uno dei motivi che hanno provocato l’aggressione dei russi. Tesi, questa, affermata da papa Francesco a settembre del 2022: “la Nato è andata ad abbaiare alle porte della Russia senza capire che i russi sono imperiali e temono l’insicurezza ai confini”. Trump, che alla vigilia del vertice aveva avuto un lungo colloquio telefonico con Putin, dopo l’incontro con Zelensky, ha dichiarato che tutti e due i contendenti gli sono sembrati ragionevoli e ben disposti e lui conta di riuscire in poco tempo a metterli intorno al tavolo della trattativa di pace. Ma la pace parla anche attraverso i doni: al termine del summit, Erdogan ha regalato, ai leader delle nazioni presenti, un revolver. Un regalo che è anche un simbolo e i simboli narrano il modo in cui un paese sceglie di presentarsi al mondo. Da ciò ha preso origine la lettera che il cardinale Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, in cui invita a riflettere sul senso che i gesti assumono quando vengono commessi da chi esercita responsabilità di governo. Le sue parole? La morte trasformata in cortesia.

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