Tracce

Altri nemici? Le corti internazionali

(Photo CPI-ICC from website https://www.icc-cpi.int/)
27 Nov 2024

di Emanuele Carrieri

Come delibera il ventesimo emendamento, l’inizio del mandato presidenziale di Trump avverrà il 20 gennaio del prossimo anno, ma il suo team è già al lavoro per lanciare un attacco frontale alla Corte penale internazionale dell’Aia. La ragione? La risoluzione della Corte di emettere mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu, a capo dell’esecutivo di Israele, e contro Yoav Gallant, fino a poco tempo fa ministro della Difesa. Una azione che, nell’ottica di Trump e dei suoi, non soltanto sminuisce la giustizia, ma è anche una provocazione. E non turba il fatto che Trump abbia reagito con il suo solito “garbo”. Ritenere antisionisti, antisemiti, antigiudaici, oppure antiebraici i giudici della Corte penale internazionale dell’Aia è parte di una di quelle canzonette ripetute da molti, da troppi. – È davvero strano: nel 2022 fu caccia rabbiosa ai putiniani, adesso abbondano i filo-Netanyahu. – Però, c’è qualche cosa di più profondo: sembra una precisa sfida al concetto generale di giustizia internazionale. Gli Usa – come Cina, Russia e Israele – non hanno mai approvato lo Statuto di Roma, (il trattato internazionale firmato il 17 luglio 1998, istitutivo della Corte penale internazionale), collocandosi fuori dal consesso delle oltre centoventi nazioni che lo hanno fatto, fra le quali pure il Regno Unito. Che è incline a eseguire l’ordine di arresto nonostante la storica alleanza con gli Usa, quella relazione più che speciale che dura dai tempi di Churchill. Ma per i britannici, la grande tradizione giuridica domina su qualsiasi alleanza. Le intenzioni di Trump sono ostili: si parla di ritorsioni contro i giudici e contro i funzionari, ma pure contro i loro familiari. Fra l’altro su Karim Asad Ahmad Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale, pendono delle ombre, non certe, di molestie sessuali, ma, per il legale britannico, si tratta di una campagna di disinformazione organizzata allo scopo di delegittimarlo. È una strategia, quella statunitense, che palesa intimidazione e arroganza, indirizzate a mettere sotto pressione una istituzione già debilitata. E nel frattempo, Mike Walz, in lizza per il ruolo di consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, ha rispolverato il solito spot via social: “La Corte penale internazionale non ha credibilità. Israele ha difeso il suo popolo dai terroristi genocidi. Aspettatevi una risposta forte nel mese di gennaio”. Quanti sono, in questo conflitto, i genocidi? Nella sola Striscia di Gaza, numerose stime parlano di oltre quarantamila caduti civili, per lo più donne e bambini, uccisi in risposta alla strage di Hamas: più del doppio della proporzione di dieci a uno, applicata dai nazisti. Un massacro biblico che il Pontefice, che ha chiesto di indagare se si tratta di genocidio, come vuol fare la Corte penale internazionale, non esita a definire “inumana”. Nell’istanza di processo presentata dal Sudafrica a un altro tribunale, la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite, ci sono delle dichiarazioni di esponenti del governo di Netanyahu mosse da una logica genocidaria: con la distruzione di oltre trecentomila case, l’evacuazione del novanta per cento della popolazione e il collasso del sistema sanitario. Ora toccherà alle due corti stabilirlo, se gliene sarà data la opportunità. Ma la ostilità degli Stati Uniti verso i tribunali internazionali rende questo processo più simile a una illusione che a una realtà giuridica che vorrebbe indagare su morti, mutilazioni, spostamenti forzati e distruzioni sul campo che, insieme all’assedio, farebbero supporre un genocidio in corso e in sviluppo. D’altronde, gli Usa hanno un passato di delegittimazione sistematica delle istituzioni globali. Dalle Nazioni Unite, paralizzate dai veti del Consiglio di sicurezza – è il potere che i cinque membri permanenti hanno di bloccare qualsiasi risoluzione – alla WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, ormai agonizzante, la Casa Bianca si arroga il ruolo di giudice e di parte in ogni conflitto. È il paradosso di un Paese che si ritiene il gendarme del mondo ma che, quando si tratta di dare risposte al diritto internazionale, si rifugia nel solito isolazionismo ipocrita e il risultato è un mondo in fiamme. Milioni di vittime in Ucraina, decine di migliaia di morti a Gaza, una Beirut che è ormai diventata un cumulo di macerie. Oggi le Nazioni Unite sono sempre più delegittimate e l’effetto sono i missili scagliati sulle basi Unifil. Gli Usa, che dovrebbero frenare gli incendi, alimentano le fiamme con il combustibile delle proprie arroganze geopolitiche. La verità è che il sistema internazionale non può più reggere su tale equilibrio precario. Netanyahu, da parte sua, non si limita a rifiutare le incriminazioni, ma rilancia con la solita retorica: accusa i giudici di antisemitismo, una mossa fatta per gettare discredito su chi osa opporsi al suo governo. È una strumentalizzazione rozza, gettata in faccia come uno stigma contro chiunque osi mettere in dubbio la condotta del suo governo, che svuota quella parola del suo effettivo significato. Un gioco sporco che il resto del mondo, ormai, ha capito da un bel pezzo.

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